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Schwab, Attali e il Grande Reset: profezie o distopie?

“Non possederai nulla e sarai felice”. Non è un’aspirazione francescana, tantomeno un invito evangelico a liberarsi dei beni materiali per conquistare la libertà dello spirito. Al contrario: è il cinico vaticinio di un ingegnere tedesco, Klaus Schwab, ideatore del World economic forum, l’oracolo globalista che ha sede a Davos, una ridente cittadina nelle Alpi svizzere un tempo famosa per ospitare nosocomi di un certo livello.

Qui le élites politico-mediatico-finanziarie del pianeta elaborano (o meglio: annunciano) l’agenda a cui gli Stati devono ispirarsi per plasmare il futuro dell’umanità. Insomma, per realizzare il Grande Reset, che da queste parti chiamano “riorganizzazione”.

A Davos la discussione (eufemismo) è sulle terapie geniche, sull’alimentazione alternativa (insetti e carne sintetica per intenderci), sulla perdita della proprietà privata, sul controllo delle persone e dei loro risparmi, sull’espropriazione di beni “non necessari”, sulla riduzione della popolazione mondiale e simili amenità. Il tutto in nome della sostenibilità, un termine ormai ideologizzato e svuotato di ogni significato etico.

La 53esima edizione del Forum, conclusasi una settimana fa, ha avuto come tema “La cooperazione in un mondo frammentato“, un claim che è tutto un programma. Resta solo da stabilire se la frammentazione sia dovuta alla “naturale” corruzione della democrazia, dunque la fine di un’utopia al pari di quella socialista, o piuttosto un effetto indotto dalle politiche economiche e sociali dei governi succubi dei poteri finanziari. Una questione di non poco conto, per le menti non contaminate dall’infotainment.

Qualche esponente del circo mediatico si meraviglia del perché quest’anno a Davos l’Italia non sia stata rappresentata dai massimi vertici istituzionali. In realtà, c’è andato il ministro dell’Istruzione e del Merito; e questa è già di per sé un’indicazione precisa di come l’attuale governo intenda l’happening del Deep State, non a caso definito “un ambiente tossico“.

Del resto l’appuntamento di quest’anno è stato disertato, oltre che dalla Russia per ovvi motivi, anche da Biden, Xi Jinping, Lula e da altri leader del G7. Il motivo di tali defezioni potrebbe forse risiedere nella presa di coscienza da parte della politica di “non essere più in grado di gestire l’economia globalizzata, ormai in mano ad un ristretto gruppo di privati e della finanza internazionale”, come sottolinea sussidiario.net.

Mancavano anche Soros e Bill Gates, grandi finanziatori del Wef. Presentissimo, invece, Albert Bourla, Ceo di Pfizer, chiuso in un irridente ermetismo (solo però nei confronti dei giornalisti indipendenti) dopo il caso della trattativa con la presidente dell’esecutivo Ue, Ursula von der Leyen, per la  fornitura di 1,8 miliardi di dosi di vaccino anti-Covid formalizzata via whatsapp.

In effetti, il Word economic forum è un’organizzazione privata, che pretende di occuparsi del destino dell’umanità attraverso il condizionamento delle rappresentanze politiche elette con suffragio popolare. E’ quantomeno sorprendente che a porre la questione sia uno degli uomini più ricchi del mondo, Elon Musk, il quale si chiede come mai a progettare il nostro futuro sia una lobby multinazionale e non l’Onu, le cui prerogative in materia sono fissate per statuto.

Ma tant’è. Il Grande Reset procede spedito. “Lo stavano preparando per il 2030, ma il Covid ha accelerato il processo e dimostrato che i popoli del mondo sono già pronti per accettare tutto”, riportava in un suo saggio l’intellettuale messicano Gustavo Esteva. “Un aspetto positivo della pandemia è che ci ha insegnato che possiamo introdurre cambiamenti radicali nel nostro stile di vita molto rapidamente. I cittadini hanno dimostrato di essere disposti a fare sacrifici per favorire l’assistenza sanitaria”, conferma con disarmante candore Schwab.

Ma se il tedesco è l’arrogante portavoce del “programma” (esemplare il suo sarcasmo nei confronti di una giornalista non allineata), il profeta del Grand Reset mondiale ha il volto di Jacques Attali, economista e banchiere di origine algerina. Attali è stato al fianco di generazioni di presidenti francesi, da Mitterrand a Hollande, ed è il “creatore di Emmanuel Macron” (parole sue). Anni fa la rivista Liberation gli ha dedicato una copertina “Attali, l’altro presidente“.

Nel suo libro “21st Century Dictionary“, pubblicato nel 1998, il guru franco-algerino parla di una futura pandemia per stabilire una forza di polizia mondiale destinata a diventare una potenza planetaria. E afferma: “prenderemo misure planetarie di contenimento, che metteranno brevemente in discussione il nomadismo e la democrazia“. Ancora: “Ogni persona avrà forse un giorno il diritto a un reddito dignitoso pagato dallo stato indipendentemente da qualsiasi attività: il reddito universale. Più della metà di tutti i lavoratori non sarà più impiegato. Lavorare da casa tramite telelavoro rappresenterà la metà di tutti i lavori”.

Attali ha anche predetto, nel 2014, in una trasmissione televisiva, che la terza guerra mondiale sarebbe iniziata con l’Ucraina. In un saggio del 2009, “Cambiamento, come precauzione”, esprime la speranza che la pandemia (al tempo era l’influenza aviaria) possa innescare “paure di ristrutturazione”, in ossequio alla sua pragmatica pedagogia: “la storia ci insegna che l’umanità si evolve in modo significativo solo quando ha veramente paura“.

Nell’edizione aggiornata (2016) del suo best seller “Breve storia del futuro“, delinea quelle che definisce le cinque “ondate del futuro“. Sconvolgimenti demografici, terrorismo, cambiamenti climatici, esaurimento delle risorse, ascesa di nuove potenze e declino dello stile di vita occidentale. Sono i temi analizzati nelle prime quattro “ondate” a partire dalla caduta dell’Impero Americano (“prima ondata”) fino alla formazione di un mondo policentrico (“seconda ondata”), sul quale dominerà un “iperimpero” (“terza ondata”) percorso da un “iperconflitto” (“quarta ondata”) dalle conseguenze inimmaginabili.

Insomma, distruggere per ricostruire. Ma come? Lo Zarathustra del XXI secolo vede in una nuova categoria di uomini, gli “iperumani”, ovvero individui portatori di innovazioni sociali, tecnologiche e artistiche (le Big Tech?), gli artefici di una “iperdemocrazia” a livello planetario (“quinta ondata”) in cui la povertà sarà eliminata, la libertà tutelata dai suoi nemici, l’altruismo assunto come valore essenziale. 

Profezie o distopie? Ognuno pensi come vuole e come può. Ma se proprio sarà inevitabile soccombere, noi preferiamo farlo con l’onore delle armi: con consapevolezza.

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