Il Patto per il Futuro: Il Cavallo di Troia della Corporatocrazia Globale – parte 1ª

Mentre la corporatocrazia mondiale distrae le masse con guerre e crisi create ad arte, utilizzando la cosiddetta “controinformazione” che rincorre abilmente ciò che le viene strategicamente servito, dietro le quinte si concretizza un piano oscuro. Questo piano mira alla creazione di blocchi contrapposti e a un conflitto perenne tra di essi, come preannunciato da George Orwell nel suo “romanzo” distopico “1984”.

Il vertice ONU del 22-23 settembre rappresenta l’apice di una strategia più oscura di quanto sembri, con la firma del cosiddetto “Patto per il Futuro“. Apparentemente innocuo, questo accordo nasconde un progetto molto più inquietante: la costruzione di una tecnocrazia globale, gestita dalle élite corporative, incaricata di controllare i rischi mondiali. Non è certo una coincidenza che il Patto sia stato finalizzato in silenzio ad agosto, lontano dagli occhi dei media e orchestrato nell’ombra dai veri artefici del potere.

Dietro la maschera del “bene comune” e della “sicurezza globale”, il Patto per il Futuro è un astuto stratagemma per consolidare il controllo totale. La sua firma potrebbe segnare l’inizio di un’era in cui la dominazione tecnologica e corporativa prenderà il sopravvento, sacrificando la libertà individuale in nome della sicurezza e della stabilità globale.

Le radici di questo piano affondano nel 2015, quando la Commissione per la Sicurezza Globale, presieduta dall’ex segretario di Stato Madeleine Albright e dal diplomatico nigeriano Ibrahim Gambari, pubblicò il rapporto “Confronting the Crisis of Global Governance”. Quello che sembrava un tentativo di riformare l’ONU per affrontare nuove “minacce e opportunità” era in realtà una mossa strategica per rafforzare il dominio delle élite globaliste.

Dietro questa commissione ci sono potenti attori come il The Hague Institute for Global Justice e il Stimson Center, think tank di Washington che funge da braccio operativo della corporatocrazia globale. E dietro Stimson, non a caso, si trovano i soliti nomi: il World Economic Forum (WEF), il Council on Foreign Relations (CFR) e le potenti fondazioni Carnegie, Rockefeller, Ford e Gates. Il “Patto per il Futuro” non è altro che un altro tassello nell’incessante marcia verso la conquista globale.

Madeleine Albright, allieva del potente Zbigniew Brzezinski, co-fondatore della Commissione Trilaterale insieme a David Rockefeller, non poteva essere scelta migliore per guidare questa operazione. I suoi legami con la Commissione Trilaterale e il Consiglio per le Relazioni Estere non lasciano spazio a dubbi su chi realmente servisse e quali interessi stesse proteggendo.

Cinque anni dopo, nel pieno della pandemia – un “evento scatenante” predetto da molti – le Nazioni Unite hanno approfittato del caos per discutere il futuro del mondo, presentandolo sotto il titolo ingannevole di: “Costruire il futuro che vogliamo, le Nazioni Unite di cui abbiamo bisogno”. Non era una semplice discussione, ma una vera e propria pianificazione per modellare il mondo sotto il controllo delle élite globali.

Dietro le quinte, lo Stimson Center, insieme alla Rockefeller Foundation e alla Global Challenges Foundation, ha presentato la Climate Governance Commission. Mascherata come un’iniziativa per affrontare la crisi climatica, questa commissione è in realtà un altro tassello nel più ampio piano per consolidare una governance globale. A capo di questa iniziativa troviamo Mary Robinson, ex presidente irlandese e membro della Commissione Trilaterale, legata anch’essa agli interessi delle élite globaliste. Coincidenze? Improbabile.

Nel 2021, il segretario generale dell’ONU António Guterres ha presentato il rapporto Our Common Agenda, con dodici impegni per riformare le Nazioni Unite e accelerare l’attuazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. In pratica, l’agenda delle stesse élite che guidano queste riforme. Lo Stimson Center e la Global Challenges Foundation sono di nuovo dietro le quinte, promuovendo un cosiddetto “multilateralismo efficace”, che significa solo una cosa: la sovranità nazionale è destinata a scomparire, sostituita da una governance globale centralizzata.

La bozza del “Patto per il Futuro”, pubblicata a gennaio, ha visto negoziati segreti tra gli Stati membri e le élite globali. L’ultima versione, rilasciata ad agosto, ci avverte di una “trasformazione globale” imminente, dove rischi catastrofici potrebbero far collassare l’intero sistema mondiale. Ma ci viene offerta una soluzione: i progressi scientifici e tecnologici ci salveranno, portandoci verso un mondo “più sostenibile”.

Il messaggio è chiaro: la crisi sarà gestita attraverso un sistema multilaterale con l’ONU al centro. Non suona familiare? I due scenari – rottura e svolta – richiamano direttamente quelli delineati da Ervin Laszlo nel suo libro Macroshift: Navigating the Transformation to a Sustainable World. Le stesse idee che hanno animato il Nuovo Ordine Economico Internazionale delle Nazioni Unite degli anni ’70, ora riproposte sotto un altro nome, ma sempre con lo stesso obiettivo: il controllo globale nelle mani di pochi.

Il vero obiettivo di questo nuovo sistema mondiale? “Proteggere le generazioni future” attraverso l’attuazione dell’utopica Agenda 2030, con i suoi 17 obiettivi di sostenibilità. E, come sempre, la narrativa climatica è il cavallo di Troia per giustificare questa trasformazione e il consolidamento del potere su scala planetaria.

Guardiamo da vicino il “Patto per il Futuro”, con le sue 58 misure suddivise in cinque capitoli e due allegati. Sembra pensato per garantire una transizione verso un sistema che possa “rispondere alle sfide attuali e future in collaborazione con tutte le parti interessate”. Ma il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante:

  • Capitolo 1: Obiettivi di sostenibilità.
  • Capitolo 2: Promozione dell’agenda di pace internazionale.
  • Capitolo 3: Uso di scienza, tecnologia e collaborazione digitale.
  • Capitolo 4: Focus su giovani e generazioni future.
  • Capitolo 5: Riprogettazione della governance globale per affrontare le sfide del futuro.

La narrazione è seducente: eliminare povertà, promuovere uguaglianza, dare voce agli emarginati, rispettare i diritti umani e salvare il pianeta. Tutto ciò che dobbiamo fare, ci dicono, è consegnare le chiavi dell’Astronave Terra agli “amministratori del pianeta”. Ma qual è il vero costo di questo futuro “migliore”?

Il linguaggio è attentamente calibrato per attrarre consenso, lasciando margini di interpretazione che celano una verità più oscura. C’è un cambiamento sottile, ma decisivo: la frase “siamo d’accordo” è stata sostituita da “lo decidiamo”. Un piccolo indizio di chi avrà davvero il potere di prendere decisioni per il futuro dell’umanità.

Dietro le vaghe clausole del Patto, dove le misure concrete sono sorprendentemente assenti, si delinea chiaramente il sistema che verrà imposto: una governance globale in cui pochi decideranno per molti, mascherata da buone intenzioni.

La Scienza come Strumento di Controllo

In sostanza, stiamo assistendo alla creazione di un sistema tecnocratico in cui un’élite “scientifica” definirà i limiti delle nostre azioni, presentandosi come i custodi che ci “proteggono” dallo shock globale. La scienza diventa il fondamento per ogni decisione, ma non una scienza aperta al dibattito. No, ciò che ci viene proposto è una “scienza” che non può essere messa in discussione. È una verità assoluta, dogmatica, non più un metodo di indagine ma un credo indiscutibile.

Ed è qui che la figura di Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute, gioca un ruolo cruciale. Con il suo concetto di “confini planetari”, lui e il suo gruppo di scienziati ci dicono che l’umanità ha già superato sei di questi nove confini, e che è necessario un controllo rigido per rimetterci sulla giusta strada. Rockström non è solo un teorico: ha influenzato profondamente le politiche globali come co-presidente della Commissione sulla governance climatica, guidando il processo politico con il suo quadro rigido e apocalittico. Un sistema dove pochi “esperti” decidono per tutti, imponendo la loro visione del mondo come l’unica possibile.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha già creato un consiglio scientifico selezionato accuratamente, composto da sette “eminenti scienziati” e da un gruppo di scienziati senior delle organizzazioni ONU. Tra questi spiccano nomi come l’ esperto di pandemia” Jeremy Farrar , scienziato senior dell’OMS dal 2023, e il ricercatore climatico Jürg Luterbacher dell’OMM.

Farrar, un personaggio di rilievo durante la pandemia C-19, ha guidato il Wellcome Trust, istituto fondato nel 1936 dal magnate farmaceutico Henry Wellcome, uno dei precursori della GlaxoSmithKline. Non è sorprendente che sia stato recentemente nominato “protettore della pandemia” dalla rivista Time, confermando il suo ruolo chiave nel modellare la narrativa globale sulla salute pubblica.

Luterbacher, da parte sua, ha contribuito allo sviluppo di un articolo su come utilizzare il programma di intelligenza artificiale Climinator, uno strumento progettato per verificare automaticamente le affermazioni sul cambiamento climatico. Un passo in più verso un controllo sempre più concentrato delle informazioni “scientifiche”, dove l’intelligenza artificiale decide cosa è vero e cosa non lo è. Siamo di fronte a un sistema in cui la scienza diventa lo strumento delle élite per legittimare il loro potere e imporre le loro soluzioni globali, senza possibilità di replica o dibattito.

Controllo Globale sotto il Pretesto di Proteggere le Generazioni Future

La Dichiarazione per le generazioni future ci invita ad “agire in modo responsabile per salvaguardare i bisogni e gli interessi delle generazioni future”, con un’attenzione particolare all’”azione urgente per il clima”, alla gestione delle tendenze demografiche e al potenziamento dei sistemi sanitari, garantendo un accesso “equo” ai vaccini e ad altri prodotti sanitari. Un linguaggio che suona rassicurante, ma che nasconde piani ben più ambiziosi.

Nonostante alcuni Stati membri abbiano espresso resistenze – soprattutto riguardo a ciò che costituisce un “bene comune globale” e le implicazioni coloniali legate al ruolo del Forum nel Consiglio di amministrazione fiduciaria – queste ambizioni non sono certo state abbandonate. Infatti, è probabile che tornino sul tavolo dopo la firma del Patto. Non a caso, istituzioni come il Centro universitario delle Nazioni Unite, il Potsdam Institute e la Global Challenges Foundation (con il solito Johan Rockström nel consiglio) stanno già spingendo per la creazione di un organo di governo globale che monitorerà tutti i “beni comuni planetari” ” – acqua, suolo, biosfera e ghiaccio. In altre parole, ogni aspetto vitale del pianeta sarà sotto il controllo di un’elite “illuminata”.

E qui sorge la domanda: chi siederà in questo comitato globale? E chi rappresenterà le generazioni future, persone che ancora non esistono? La Commissione per la governance climatica, nel suo rapporto di governo dell’emergenza planetaria, ha già dato la sua risposta: saranno “gli attori chiave e potenti” a prendersi la responsabilità di agire “nel migliore interesse” dell’umanità e delle generazioni future. Traduzione: un piccolo gruppo di potenti deciderà per tutti, senza reale supervisione o trasparenza.

Il meccanismo prevede la figura di un “Commissario per le generazioni future”, che rappresenterà la voce di chi non è ancora nato, mentre una riunione ad alto livello, ogni cinque anni, valuterà le misure adottate per proteggere il futuro. Un’ulteriore centralizzazione del potere, sotto il pretesto di garantire giustizia intergenerazionale e protezione planetaria.

Tuttavia, la proposta originaria di istituire un Forum per le generazioni future all’interno del Consiglio di amministrazione fiduciaria – un organo ormai defunto – è stata incontrata con forti resistenze per il suo legame con un passato coloniale. Ma, come suggerisce lo Stimson Center nel rapporto Road to 2023: Our Common Agenda and the Pact for the Future, il piano è di riconvertire il Consiglio per farne il nuovo amministratore dei “beni comuni globali”. Questo sistema di governance globale, camuffato da tutela del pianeta e delle future generazioni, nasconde in realtà una nuova forma di controllo centralizzato, con poteri che andranno a pochi “guardiani” auto-proclamati del bene comune planetario.

Rockström ei suoi coautori, con il supporto dello Stimson Center, suggeriscono di collocare questo nuovo organo all’interno del Consiglio di amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite. Ma attenzione, questa proposta non è affatto nuova. Risale già al 1991, nel rapporto della Commissione Trilaterale intitolato Beyond Interdependence: Meshing the World’s Economy and the Earth’s Ecology. Non a caso, la Commissione Trilaterale è uno dei principali ingranaggi della corporatocrazia globale, una rete di potere che ha orchestrato l’intero “Patto per il futuro” con l’obiettivo di diventare il “guardiano” del pianeta.

Questa élite non ha mai nascosto le sue intenzioni. Il Manifesto dei Davos del World Economic Forum lo afferma chiaramente: “Il management deve servire la società. Deve assumere il ruolo di amministratore dell’universo materiale per le generazioni future”. In altre parole, le grandi corporazioni e le istituzioni globali, dietro una facciata di altruismo, cercano di prendere il controllo completo delle risorse e delle decisioni planetarie, assumendosi il potere di decidere il destino dell’umanità.

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Nota: L’articolo prosegue e si conclude con la parte 2ª in data 23/09/2024

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Carmen Tortora

Laureata in matematica con indirizzo applicativo in ambito tecnologico, ha conseguito una specializzazione in analisi tecnica dei mercati finanziari.
Ha approfondito i suoi interessi per la natura e la scienza studiando biologia, viticoltura e enologia.
Attualmente lavora come insegnante nella scuola pubblica e come redattrice per la webradio Radio28TV e per il giornale online CambiaMenti. È co-autrice del libro NEXT con Franco Fracassi, per cui cura una rubrica di economia, finanza e tecnologia.

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