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Il Canto Lirico Italiano patrimonio dell’umanità

La notizia è giunta il 6 dicembre 2023: l’Arte del Canto Lirico Italiano è entrata a far parte del Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, all’interno della quale l’Italia vanta il maggior numero di siti riconosciuti di interesse mondiale (cinquantanove), mentre per altri trentuno è in corso la valutazione delle candidature. Oltre alla lista dei beni “materiali” – artistici, naturali e misti – considerati patrimoni dell’umanità, esiste anche quella dei beni “immateriali” (ICH – Intangible cultural heritage), cioè le tradizioni trasmesse all’interno di una società e i loro prodotti, che possono comprendere abilità musicali, teatrali, coreutiche, artigianali, gastronomiche e, più in generali, quelle forme di cultura – intesa nel senso più ampio del termine – che trovino la propria ragione d’essere nella trasmissione transgenerazionale delle forme, conoscenze e competenze che ne consentono la realizzazione, ancor più che nella loro compiuta realizzazione.

L’Arte del Canto Lirico è il sedicesimo dei beni immateriali riconosciuti all’Italia. Gli altri sono, in ordine cronologico, l’ “Opera dei Pupi siciliani” e il “Canto a tenore sardo” (2008), il “Saper fare liutario di Cremona” (2012), le “Feste delle Grandi Macchine a Spalla: la Festa dei Gigli di Nola, la Varia di Palmi, la Faradda dei Candelieri di Sassari, il trasporto della Macchina di Santa Rosa a Viterbo” (2013), la “Vite ad alberello” di Pantelleria (2014), l’ “Arte del ‘pizzaiuolo’ napoletano” (2017), la “Perdonanza Celestiniana” (2019) e la “Cerca e cavatura del tartufo in Italia: conoscenze e pratiche tradizionali” (2021).

A questi beni immateriali nazionali ne vanno aggiunti alcuni transnazionali, che appartengono, cioè, a più paesi contemporaneamente. Si tratta della “Dieta mediterranea” (2013) comune anche a Cipro, Croazia, Grecia, Marocco, Spagna e Portogallo; della “Falconeria” (2016), comprendente, insieme all’Italia, Emirati Arabi, Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Kazakhistan, Repubblica di Corea, Mongolia, Marocco, Pakistan, Portogallo, Qatar Arabia Saudita, Spagna, Repubblica Araba Siriana e, dalla fine del 2021, anche Croazia, Irlanda, Kirghizistan, Paesi Bassi, Polonia e Slovacchia; l’Arte dei muretti a secco (2018), comune anche a Croazia, Cipro, Francia, Slovenia, Spagna e Svizzera); l’Alpinismo (2019), riconosciuto patrimonio immateriale anche per Francia e Svizzera; la Transumanza (2019), comune anche ad Austria e Grecia; l’Arte delle perle di vetro (2020), che accomuna Italia e Francia e, infine, “L’arte musicale dei suonatori di corno da caccia” (2020), praticata anche in Belgio, Francia e Lussemburgo.

Scorrendo questa lista, appare evidente come la cultura venga qui intesa nel senso più ampio del termine, con implicazioni culturali, esperienziali, antropologiche, artistiche, scientifiche, religiose, spirituali e morali che, pur affondando le loro radici in tradizioni secolari la cui trasmissione “di padre in figlio” è fondamentale per assicurarne la conservazione, possono attingere alle novità con cui vengono progressivamente in contatto senza affatto snaturarsi.

Ne è un esempio proprio il canto lirico, che, a differenza di un tempo, può oggi avvalersi di una specifica branca della medicina otorinolaringoiatrica denominata “foniatria”, attraverso la quale i cantanti sono in grado di mantenere il loro apparato vocale in condizioni ottimali, potendo così conoscerne le oggettive condizioni e “ripararlo” come si fa con un qualsiasi strumento musicale.

Analizziamo ora le motivazioni del pronunciamento UNESCO, del quale riporto – qui di seguito – i passi a mio avviso più significativi, che ho tradotto in italiano e commentati, ove necessario. L’originale in forma integrale, in inglese, è reperibile al seguente link: The practice of opera singing in Italy – intangible heritage – Culture Sector – UNESCO

Il Canto Lirico Italiano è un modo di cantare fisiologicamente controllato che aumenta la capacità della voce di espandersi in spazi acustici quali auditorium, anfiteatri, arene e chiese.

Nato alla fine del XVII secolo come “recitar cantando”, e originariamente destinato ad ambienti di dimensioni ridotte quali erano le sale delle corti dell’Italia centrosettentrionale, il melodramma divenne spettacolo pubblico a Venezia nel 1637, quando un lungimirante impresario offrì la possibilità a chiunque pagasse un biglietto di assistere a un’opera in musica. Il Teatro San Cassiano – oggi non più esistente, ma del quale è in progetto la ricostruzione – divenne così il primo teatro d’opera al mondo.

L’ampliamento degli spazi, l’aumento degli strumenti che componevano l’orchestra, l’evoluzione dello stile compositivo – peraltro legato, più o meno strettamente, ai gusti di un pubblico pagante – comportarono anche una evoluzione dello stile vocale che portò, progressivamente, alla codificazione di espedienti tecnici volti a implementare la resa acustica della voce cantata. Si tratta, in estrema sintesi, di acquisire la consapevolezza di come agisce l’apparato fonatorio umano allo scopo di agire volontariamente su alcuni meccanismi che, su base strettamente fisiologica, sono involontari: per esempio, la risalita guidata del diaframma – il cosiddetto “sostegno” – e l’innalzamento del palato molle. Consapevolezza e azione che devono essere accompagnate da una grande elasticità muscolare che consenta allo scheletro di vibrare in tutto il suo insieme, trasmettendo le vibrazioni sonore agli ascoltatori e facendo quindi del corpo umano uno strumento musicale a tutti gli effetti.

Esso […] consiste in una combinazione di musica, teatro, recitazione e allestimento scenico. […] Le conoscenze e la pratica correlate al canto lirico italiano vengono trasmesse oralmente da maestro ad allievo.

Pur continuando a essere praticata perlopiù in forma orale, la trasmissione delle competenze relative a questa arte può oggi contare su di una vastissima bibliografia e discografia, nonché su materiale audio e video molto facilmente reperibile.

Ed eccoci giunti ai caratteri socioculturali dell’Arte del Canto Lirico Italiano, che, come ho già detto, sono importantissimi per l’attribuzione della “patente” UNESCO.

[…] l’inizio di una stagione operistica spesso coincide con festività e celebrazioni locali.

Si pensi, per esempio, alla “prima” del Teatro alla Scala che ha luogo il 7 dicembre, festività di Sant’Ambrogio, patrono di Milano. Curiosamente, la pronuncia dell’UNESCO è avvenuta il 6 dicembre, un giorno prima che sul palcoscenico scaligero andasse in scena Don Carlo di Giuseppe Verdi per la serata inaugurale della stagione 2023/2024.

Inoltre, il Canto Lirico Italiano

[…] promuove coesione comunitaria e memoria socioculturale, ed è strettamente connesso ad altri elementi culturali, quali i luoghi adibiti alle esecuzioni musicali e alla poesia.

Pensiamo all’importanza che il melodramma – soprattutto quello verdiano – ha avuto per il Risorgimento, con tutte le relative ricadute artistico-letterarie. Per oltre un secolo l’opera lirica è stata la forma più popolare di musica in Italia, trasversale a generazioni e classi culturali e sociali.

Riveste, inoltre, un ruolo di reciproca dipendenza da altre professioni come il regista, il ‘light designer’, il costumista, lo scenografo e il make-up artist’.

Per non parlare dei rammentatori, degli assistenti di palcoscenico, degli addetti alla sartoria, alla scenografia e all’attrezzeria, di tutte le figure tecniche legate alle riprese audio e video dal vivo, ai videolibretti o ai sopratitoli e alla computerizzazione dei movimenti delle scene. E poi ci sono i preparatori musicali, il personale amministrativo e dei vari uffici… Insomma, una quantità di figure professionali che accrescono ancor più il valore, anche economico, del mondo che ruota intorno al teatro d’opera.

[…] il suo valore culturale viene riconosciuto a livello nazionale e internazionale.

Infatti, le opere italiane vengono rappresentate in tutto il mondo, sempre con grande successo, e costituiscono, oltretutto, un prezioso e potente veicolo di diffusione della nostra lingua, per non parlare del grande numero di cantanti stranieri che vengono a studiare in Italia.

Proprio da quest’ultimo punto, indubbiamente positivo, potrebbero però avere origine delle criticità. Non tutti gli studenti stranieri che presentano domanda di ammissione ai corsi di canto lirico dei Conservatori di Musica italiani sono davvero consapevoli dell’impegno che comporta lo studio di questa disciplina. Il problema riguarda soprattutto coloro che provengono dall’Estremo Oriente e, in particolare, dalla Repubblica Popolare Cinese. Avendo, nella maggior parte dei casi, già conseguito un titolo accademico di primo livello nel loro Paese d’origine, questi studenti presentano domanda presso le nostre Istituzioni per accedere al corso di laurea magistrale, ottenendo sempre il riconoscimento di totale equipollenza del loro Bachelor’s Degree. Ed è a questo punto che sorgono i problemi.

Innanzitutto, occorre tenere presente che il canto lirico italiano è strettamente legato alla lingua in cui ha avuto origine, la cui fonetica è diversissima da quella del cinese che, oltretutto, non consiste di una lingua unica, ma è una famiglia linguistica all’interno della quale si distinguono numerose varianti linguistiche locali. Considerando quindi lo strettissimo legame intercorrente fra il mondo sonoro in cui l’essere umano è immerso sin dalla nascita e il modo in cui articola le parole, appare evidente la grandissima difficoltà che gli aspiranti cantanti lirici cinesi incontrano nel momento in cui si trovano ad affrontare il repertorio vocale italiano: nella migliore delle ipotesi, dovranno sottoporsi a un lungo e intenso percorso di educazione alla ortoepia italiana, mentre in quella meno favorevole dovranno anche sottoporre a revisione la tecnica vocale precedentemente appresa.

I suddetti problemi tecnici vengono aggravati dal fatto che gran parte di questi studenti arriva in Italia senza avere la benché minima conoscenza della nostra lingua, nonostante le numerosissime opportunità di studio dell’italiano presenti nel loro Paese.

Non è difficile immaginare quali e quanti problemi didattici e organizzativi i nostri Conservatori di Musica si trovino ad affrontare in conseguenza di quanto sopra esposto. L’augurio è che la pronuncia dell’UNESCO costituisca un punto di partenza per stabilire regole precise e inequivocabili rispetto alle caratteristiche che la didattica della tecnica vocale e della prassi esecutiva del melodramma devono presentare, al fine di garantirne la correttezza di trasmissione in tutto il mondo.

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Vittoria Lìcari

Diplomata in pianoforte, clavicembalo e canto, ha studiato musicologia presso la Scuola di Paleografia e Filologia Musicale di Pavia e presso il DAMS di Torino. Si è specializzata in Musica Vocale da Camera presso il Conservatorio di Milano e ha seguito corsi di approfondimento sulla prassi esecutiva della musica medioevale, rinascimentale e barocca e sulla tecnica e prassi esecutiva del melodramma. È stata titolare della cattedra di Arte Scenica nei Conservatori di Musica di Matera, di Mantova, e infine presso il Conservatorio "Luca Marenzio" di Brescia, dove ha insegnato anche Canto, Tecniche del canto classico e moderno, Storia della Musica e Tecniche di consapevolezza ed espressione corporea. Si è specializzata in didattica vocale con Yva Barthélémy e Serge Wilfart. Attiva nella saggistica e nel giornalismo, è stata a lungo collaboratrice del Corriere del Teatro, rivista specializzata nel settore del teatro musicale, e collabora attualmente per la critica musicale con la testata on line Monza Oggi.

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