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   Deus dementat quos vult perdere

Gli dei fanno prima impazzire coloro che vogliono distruggere!”.  Così un antico adagio sintetizza la condotta assurda e demenziale di persone che vanno incontro a un esito disastroso. Il comportamento di coloro che rappresentano l’Europa in merito al conflitto in Ucraina rispecchia appunto tale assunto. Le decisioni  e le azioni politiche da essi intraprese rasentano la pazzia; anzi la rappresentano in pieno. La china che si sta profilando è quella del disastro politico o addirittura del coinvolgimento in una guerra che, a detta del Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, “non si può vincere!”. Di questo non sembrano – fatalmente e incredibilmente – accorgersi e indignarsi i cittadini e i popoli europei.

Come si è arrivati a questo punto?

Quando l’esercito russo sembrava essere sul punto di soverchiare l’Ucraina, l’atteggiamento dei Capi di Stato dell’Europa fu subito timido ed esitante. Ci fu addirittura Macron, il Presidente della Francia, che si offrì come mediatore pur di far rientrare il conflitto. Solo la Gran Bretagna si mostrò fin da subito e per tutta la durata della crisi intransigente e inflessibile nella sua opposizione a Putin. Con il fallimento del colpo di mano russo contro Kiev e l’attuazione da parte di Putin del piano B, cioè l’occupazione di un corridoio che unisse la Crimea alla Federazione Russa, i leaders europei divennero bellicisti e furono sommersi dall’entusiasmo per la causa ucraina. Credendo al detto calcistico “goal sbagliato, goal subito” amarono pensare che, come avevano fallito nel tentativo di prendere Kiev, i russi avrebbero sicuramente fallito anche nel loro tentativo di difendere il Donbass occupato.

Per tutto l’anno 2023 il tifo per l’Ucraina non venne mai meno, alimentato dalla speranza che l’esercito di Kiev, frettolosamente addestrato e armato dalla NATO, riuscisse a riconquistare tutti i territori occupati, compresa la Crimea. Il fallimento dell’offensiva non solo non fece rinsavire i capi politici europei, ma li rese ancora più decisi a mantenere il loro appoggio al regime di Zalensky, facendo il verso a Biden, Presidente degli Stati Uniti, sempre più generoso nell’offrire aiuti militari a Kiev.

Ora però, in prossimità delle elezioni, quando la politica estera  USA deve forzatamente essere prudente e con l’esaurimento dei fondi da elargire a supporto dell’Ucraina, data l’opposizione della maggioranza repubblicana alla Camera del Congresso degli Stati Uniti, l’Europa, invece di approfittare dell’appannamento dell’impegno americano per rivendicare per se stessa un ruolo di mediazione e per avanzare proposte di pace, al fine di evitare un lungo trascinamento del conflitto, ha voluto gareggiare con gli USA nella formulazione di un fronte occidentale antirusso dichiarando che l’obiettivo unico e valido da perseguire è LA VITTORIA.

“Putin deve perdere” è il mantra che viene ripetuto di continuo. All’inizio coniato solo dal Premier britannico Boris Johnson, adesso viene adottato e ribadito da tutti i leader europei, anche da colui che appariva all’inizio il più moderato di tutti, il Presidente della Repubblica Francese Macron. Ora, anche lui e soprattutto lui, ripete che “Putin NON DEVE VINCERE”. Anzi, “bisogna fare di tutto perché non vinca” e per ottenere ciò  “NON SI PUO’ ESCLUDERE NULLA” neppure inviare delle truppe in Ucraina. Sperando che non servano. Ma occorre comunque pensare di inviarle.

Una serqua di errori madornali 

L’Europa è sempre stata famosa per la sua scaltra ed equilibrata diplomazia che ha una lunga esperienza secolare che data dalla Pace di Westfalia del 1648 che pose fine alla sanguinosa e terribile Guerra dei Trent’anni. Da allora ci si impegnò affinchè le guerre non durassero così a lungo, anzi, affinchè fossero magari evitate e ciò attraverso i giochi raffinati della diplomazia.

Non si evitarono affatto le guerre da allora, ma comunque ci fu sempre lo sforzo diplomatico volto a tale obiettivo o a farle cessare. Persino durante le Guerre Mondiali la diplomazia lavorò sempre sottobanco tra i belligeranti mentre i rispettivi eserciti continuavano a massacrarsi tra di loro. Adesso, manca del tutto lo sforzo diplomatico da parte dell’Europa per far cessare la guerra in Ucraina, al punto che Israele, la Turchia e la Cina si sono proposte come mediatori. L’Europa, invece, si è schierata nettamente a favore di Kiev e si è così pregiudicata non solo la possibilità di assumere e assolvere tale ruolo prezioso, ma anche  qualsiasi rapporto economico e politico con una potenza mondiale come la Russia, con l’unico risultato di gettarla nelle braccia della Cina.

In questo modo si è ribadito il ruolo subalterno europeo rispetto agli USA che hanno sempre operato per allontanare  l’Europa dalla Federazione Russa, riuscendo così a conseguire tale obiettivo grazie al conflitto ucraino e alla passiva acquiescenza dei politici europei agli obiettivi strategici di Washington. Il risultato è stato quello di mettere in difficoltà le imprese europee, private delle fonti energetiche russe  e di creare problemi per le banche europee che, con il congelamento dei fondi russi, si esporranno al rischio di vedersi defluire i capitali di nazioni come la Cina e i paesi del mondo arabo nel timore di subire lo stesso destino dei capitali russi. Come avevano ben capito gli antichi ,“prima del disastro, c’è sempre la follia”.

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Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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