Dal Fascismo alla Sinistra: Le Radici Oscure del Potere Corporativo Globale

No! Non viviamo in un libero mercato. L’etichetta di “fascismo” viene spesso utilizzata in modo superficiale contro chiunque metta in discussione il paradigma dominante, senza una comprensione autentica del suo significato. Giovanni Gentile, filosofo italiano, definì il fascismo come “corporativismo”, una fusione tra potere statale e aziendale. Benito Mussolini adottò questa definizione, enfatizzando la simbiosi tra stato e interessi aziendali come obiettivo centrale. Questo non solo consolida il controllo centralizzato, ma favorisce anche le grandi imprese a scapito della concorrenza e dell’innovazione. Il corporativismo non è solo un tratto del fascismo storico, ma una dinamica che può emergere in qualsiasi sistema dove stato e grandi aziende collaborano strettamente per mantenere il loro potere. A ben vedere, questa forma di corporativismo ha preso piede, in modo strisciante, dal 27 luglio 1694, con la nascita della Banca d’Inghilterra.

Nel frattempo, mentre la sinistra continua a dipingere conservatori e libertari come “fascisti” per criticare un governo invadente, emergono ironie storiche interessanti. Le radici del fascismo affondano profondamente nelle ideologie di sinistra. Mussolini, ex socialista influenzato da Karl Marx, si allontanò dal socialismo per sostenere una mescolanza di socialismo e nazionalismo, l’essenza del fascismo. Similmente, Adolf Hitler, anch’egli influenzato dal socialismo e da Marx, adottò una variante nazionalista del socialismo.

Le similitudini tra Marx, comunisti e fascisti sono sorprendenti, con il nazionalismo come uno dei pochi punti di divergenza. Il comunismo, in fondo, rappresenta un tipo di capitalismo di stato. È come se la sinistra cercasse di deviare l’attenzione dalla propria complicità nell’ascesa del fascismo. Etichettando i loro oppositori come “fascisti”, sperano di delegittimarli e occultare la scomoda verità: che il fascismo è un prodotto delle ideologie di sinistra.

Il fervore ottimistico di Marx è quasi ironico. Nel Manifesto Comunista, prediceva l’abolizione dei confini nazionali grazie alla globalizzazione portata avanti dalla borghesia alla ricerca del profitto. Marx vedeva le società per azioni e il sistema creditizio come strumenti per “abolire il capitalismo all’interno di sé stesso”. In altre parole, Marx immaginava che le grandi corporazioni avrebbero aperto la strada verso un paradiso socialista, dove il libero mercato sarebbe scomparso. Questa visione, curiosamente, ricorda l’ideologia fascista, dove stato e interessi aziendali si uniscono per formare un colosso di controllo.

La sinistra denuncia i difetti del capitalismo, ma paradossalmente celebra e promuove la concentrazione del potere nelle mani di poche megacorporazioni. È un’ideologia globalista che mira a cancellare le differenze culturali e l’individualità stessa. Ma dobbiamo veramente credere che questo sia il progresso?

Il globalismo dipinge un utopico scenario di mente collettiva, dove l’individualità è relegata a un lontano ricordo. Per far sì che questo sistema monolitico prosperi, la scelta deve essere eliminata, e la sinistra ha collaborato fervidamente con gli oligarchi aziendali per realizzare questa visione distopica. I giorni del progressismo anti-corporativo sono ormai un ricordo; oggi si compiace del dominio delle aziende, purché serva alla loro agenda ideologica.

Questa alleanza affonda le sue radici nel fascismo stesso che dice di aborrire. L’ideologia di Mussolini, ora rinominata “Stakeholder Capitalism” (SHC), è un eufemismo per un sistema in cui le aziende, insieme ai burocrati globalisti, assumono il controllo del mondo intero. L’obiettivo è un monopolio ideologico, dove le grandi aziende agiscono come un’unica entità unificata, guidata da un collettivismo che non tollera opposizioni.

L’idea che questo possa essere un sistema benevolo, progettato per il bene dell’umanità, è una farsa. È totalitarismo e la sinistra, consapevolmente o meno, nel suo fervore nell’imporre la sua visione al mondo, è complice di questo grande crimine.

Il “capitalismo degli stakeholder” è stato ampiamente propagandato, nonostante non sia stato creato organicamente, dal World Economic Forum e dal suo ex leader, Klaus Schwab (è stato in realtà sviluppato dal Business Intelligence Program dello Stanford Research Institute). Questo è stato un esercizio di marketing per promuovere il collettivismo aziendale. La definizione addolcita di SHC del WEF è piuttosto discutibile: “una forma di capitalismo che dà priorità alla creazione di valore a lungo termine considerando le necessità di tutte le parti interessate e della società nel suo complesso”. 

“La caratteristica più importante del modello degli stakeholder oggi è che la posta in gioco del nostro sistema è ora più chiaramente globale. Le economie, le società e l’ambiente sono oggi più strettamente legati tra loro rispetto a 50 anni fa. Il modello che presentiamo qui è quindi fondamentalmente di natura globale, e lo sono anche i due principali stakeholder. … Ciò che una volta era visto come esternalità nel processo decisionale delle politiche economiche nazionali e nelle decisioni aziendali individuali, ora dovrà essere incorporato o internalizzato nelle operazioni di ogni governo, azienda, comunità e individuo. Il pianeta è quindi il centro del sistema economico globale e la sua salute dovrebbe essere ottimizzata nelle decisioni prese da tutti gli altri stakeholder.”—Klaus Schwab

Il concetto di capitalismo degli stakeholder è un sofisticato inganno, che promuove l’idea di una “democrazia imprenditoriale” in cui le aziende sono responsabili verso il pubblico. In realtà, si tratta di un tentativo per consolidare il potere, con le multinazionali che determinano ciò che è accettabile pensare e fare, mentre i governi agiscono come loro esecutori. Il pubblico è ridotto a semplice spettatore, obbligato a aderire all’agenda aziendale o a subirne le conseguenze.

Queste multinazionali si rifugiano dietro concetti come “proprietà privata” e diritti commerciali, sfruttando principi che dovrebbero tutelare la libertà individuale per giustificare invece un’autorità aziendale tirannica. È un inganno astuto: utilizzare ideali destinati a proteggere la libertà per legittimare il dominio corporativo. È un piano deliberato per minare la democrazia.

La verità è che le aziende sono essenzialmente entità socialiste, create attraverso statuti governativi e dotate di personalità giuridica e protezioni speciali. Non sono attori del libero mercato, come sosteneva Adam Smith, il cui pensiero è fondamento dell’economia di mercato. Smith considerava le aziende come forze distruttive inclini al monopolio, minacciando la sana competizione e l’innovazione genuina.

Fintanto che ricevono aiuti governativi, salvataggi e stimoli economici, le aziende non dovrebbero godere delle stesse protezioni della proprietà privata riservate alle imprese autentiche. Sono entità parassitarie, estranee al naturale dinamismo del mercato, e in una società veramente libera dovrebbero essere smantellate per prevenire deriva autoritaria.

Il concetto di capitalismo degli stakeholder è un affronto alla ragione, poiché presume che i dirigenti aziendali possiedano la saggezza e l’imparzialità necessarie per andare oltre i loro interessi economici e dettare l’agenda sociale e politica. In realtà, è un tentativo di usurpare il potere, con le multinazionali che già stanno seminando il caos nel tentativo di espandere la loro influenza. Il risultato è un incubo distopico di governance aziendale aperta, in cui élite non elette decidono i destini delle nostre vite.

Il programma di prestiti ESG, finanziato da giganti aziendali come Blackrock e da organizzazioni non-profit globaliste come la Fondazione Rockefeller, rappresenta un altro esempio insidioso di fascismo aziendale. Se tutti i finanziatori adottassero criteri ESG per i prestiti, individui e imprese sarebbero obbligati a conformarsi alle ideologie sociali di sinistra e a dubbi criteri ambientali solo per accedere al credito.

Questo è un incentivo finanziario progettato per controllare le masse, uno strumento di controllo sociale nelle mani delle élite aziendali per sopprimere qualsiasi opposizione politica al globalismo. Se lasciato senza freni, il regime ESG potrebbe annientare il dissenso politico in una sola generazione, preparando il terreno per uno stato aziendale totalitario.

Il Council for Inclusive Capitalism, lanciato nel dicembre 2020 da Lynn Forester de Rothschild, fondatrice e Managing Partner di Inclusive Capital Partners, viene dipinto come un faro di virtù e progresso. Tuttavia, dietro questa facciata si nasconde un tentativo di stabilire un’oligarchia globale. Questa così chiamata “coalizione” tra élite finanziarie globali, politici e persino leader religiosi come Papa Francesco, rappresenta una manifestazione sfacciata del capitalismo clientelare, mirata a consolidare potere e controllo sotto il pretesto della responsabilità sociale.

Si autodefiniscono “The Guardians”, un consiglio globale composto da aziende, che rafforza ulteriormente il controllo degli interessi finanziari sulla popolazione mondiale. Klaus Schwab parla con entusiasmo delle crisi globali come di un'”opportunità” per introdurre il capitalismo degli stakeholder tramite un’agenda nota come “The Great Reset”. In sostanza, Schwab, che si è appropriato anche del termine “Quarta Rivoluzione Industriale”, sostiene che la diffusa paura e disperazione debbano essere utilizzate (o addirittura generate) per implementare rapidamente il quadro dello SHC.

I globalisti operano con sempre maggiore frenesia, rivelando le loro vere intenzioni. La loro premura sembra derivare dalla consapevolezza che, procedendo troppo lentamente, il pubblico potrebbe opporsi ai loro piani nefasti.

Per distogliere l’attenzione dai loro veri obiettivi, i globalisti utilizzano diverse tattiche, tra cui la creazione di distrazioni e l’individuazione di capri espiatori. Essi fomentano divisioni nell’opinione pubblica, puntando il dito ora contro una Nazione, come Russia o Cina, ora contro un’altra, finanziando direttamente o indirettamente entrambe le parti, spesso tramite gruppi di sinistra che sostengono una fazione o l’altra. Recentemente, è emerso che George Soros ha finanziato gruppi pro-Palestina, non certo per puro altruismo. Inoltre, incoraggiano questi gruppi a incolpare coloro che difendono la libertà per i problemi globali. I globalisti non esitano a promuovere conflitti, etichettando i loro oppositori come insurrezionalisti, terroristi o sabotatori. Tuttavia, queste accuse sono solo cortine di fumo per nascondere i veri responsabili delle turbolenze globali.

Solo quando i veri responsabili di questa manipolazione saranno rivelati, potremo distinguere chi ha operato per il bene comune da chi ha tradito la fiducia del pubblico. Questo sarà un momento decisivo per inaugurare un nuovo capitolo fondato sulla giustizia e sulla trasparenza, ponendo le basi per un futuro equo e prospero per tutti.

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Immagine di Carmen Tortora

Carmen Tortora

Laureata in matematica con indirizzo applicativo in ambito tecnologico, ha conseguito una specializzazione in analisi tecnica dei mercati finanziari.
Ha approfondito i suoi interessi per la natura e la scienza studiando biologia, viticoltura e enologia.
Attualmente lavora come insegnante nella scuola pubblica e come redattrice per la webradio Radio28TV e per il giornale online CambiaMenti. È co-autrice del libro NEXT con Franco Fracassi, per cui cura una rubrica di economia, finanza e tecnologia.

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