Con le dimissioni di Kishida, quale futuro (politico) per il Giappone?

La mancata ricandidatura alle Presidenziali dell’attuale premier apre alla scelta di un nuovo leader per il Partito Liberal Democratico e per il Paese. Tra sfide di politica interna e beghe estere, il successore di Kishida è chiamato ad un compito tutt’altro che agevole.

Mercoledì 14 agosto il Primo Ministro giapponese Fumio Kishida ha annunciato la sua volontà di non ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali del suo partito, il Jiyū-Minshutō, meglio conosciuto alle nostre latitudini come Partito Liberal Democratico o Liberal Democratic Party (Ldp).

Le elezioni, che si terranno a fine settembre, eleggeranno un nuovo leader di partito che ricoprirà anche la carica di Primo Ministro del Giappone, poiché la mancata ricandidatura di Kishida implica le dimissioni dell’attuale Premier, a tre anni dall’inizio del suo mandato.               

Kishida, 67 anni, in carica dall’ottobre 2021, ha visto una progressiva erosione di consensi a danno del suo premierato, che ha registrato un gradimento negli ultimi 9 mesi del solo 20% di media.
Nella conferenza stampa dove ha annunciato la volontà di non ricandidarsi Kishida ha affermato:

In queste elezioni per la presidenza, è necessario mostrare alla gente che il Partito liberal democratico al potere sta cambiando. Il primo passo per dimostrarlo è che mi dimetto. Non mi candiderò alle prossime elezioni presidenziali

Il 30 settembre scadrà ufficialmente il mandato di Presidente dell’Ldp per Kishida. Le elezioni sono previste nell’ultima decade dello stesso mese, con il nuovo Presidente di partito che diverrà anche il prossimo Primo Ministro.

Cosa ha portato al calo di consensi e alle dimissioni Kishida?

Eletto il 4 ottobre 2021, Fumio Kishida proveniente dal Ldp, partito che ha governato quasi ininterrottamente il Paese dal 1955, è il settantanovesimo Primo Ministro del Giappone. Già ministro degli Esteri sotto i governi Abe II e III, Kishida ha raccolto l’eredità politica dei suoi predecessori proseguendo nel solco tracciato proprio da Shinzō Abe in politica estera.

Complice la congiuntura geopolitica in progressivo deterioramento, il Giappone di Kishida ha rimarcato la sua ferma appartenenza al blocco occidentale, schierandosi apertamente con l’Ucraina e stringendo ulteriormente i rapporti con Washington in funzione anticinese.

È in politica interna, tuttavia, che il governo Kishida ha subito le più aspre critiche: dall’inflazione galoppante, alla perdita di valore dello Yen, fino allo scandalo sulle tangenti del partito, sono molti i dossier che hanno incrinato il tasso di gradimento del Gabinetto al governo oggi.

L’economia giapponese ha accusato una ripresa lenta dopo le chiusure pandemiche, registrando un calo dello 0,7% sulla produzione industriale nel primo trimestre del 2024. Il 2023 ha visto il sorpasso della Corea del Sud a danno del Giappone per quanto riguarda il Reddito Nazionale Lordo Pro Capite secondo i dati della Banca di Corea. Ciò è dovuto all’abbassamento del valore dello Yen, che ha anche contribuito alla diminuzione del potere di spesa dei cittadini giapponesi verso i prodotti di importazione.

Considerando che il Giappone è un Paese costretto a importare un gran numero di beni dall’estero, data la scarsità di materie prime presenti in patria, questo ha dimidiato il potere d’acquisto della popolazione.

A ciò si è unita un’inflazione che, nonostante le manovre del governo, non è stata tenuta sotto controllo e che ha messo a rischio ulteriormente la stabilità economica delle famiglie nipponiche.

Altra tegola (in realtà annosa e precedente alla gestione Kishida) è il basso tasso di fertilità legato anche all’invecchiamento della popolazione. L’incapacità del governo nel contrastare questo fenomeno ha incrinato la fiducia dell’elettorato.

Le conseguenze dell’inverno demografico che sta affrontando il Giappone le abbiamo già discusse su queste colonne poco tempo fa, ed assumono un’importanza centrale per il prossimo Primo Ministro. Lo ha rimarcato lo stesso Kishida il quale spera che il susseguente leader si concentri sull’implementazione di misure per invertire il calo del tasso di fertilità e sul rafforzamento delle capacità di difesa del Paese.

Lotta per la successione

Sono molti i nomi che si rincorrono in queste ore relativi al successore di Kishida all’interno del Partito. Tra questi Shigeru Ishiba, ex Ministro della Difesa, figura molto carismatica che ha servito anche come Segretario Generale del Partito.

Anche l’attuale Ministro per gli Affari Digitali Taro Kono ha espresso all’ex Premier Taro Aso (Vicepresidente dell’Ldp) la volontà di correre per il posto da Presidente. Si è aggiunta (ufficiosamente) a questa lista anche l’attuale Ministra degli Esteri Yoko Kamikawa che il 15 agosto ha paventato la possibilità di candidarsi.

Kamikawa, 71 anni, potrebbe diventare la prima donna Primo Ministro del Giappone; tuttavia, l’età avanzata cozza con quel rinnovamento (anche anagrafico) che il Partito vorrebbe proporre. Una sorta di maquillage che possa riproporre l’Ldp sotto una nuova luce, con una cesura rispetto al recente passato e gli scandali ad esso legati.

In tal senso la figura giusta potrebbe essere l’ex ministro per la sicurezza economica Takayuki Kobayashi, quarantanovenne, che secondo fonti a lui vicine potrebbe candidarsi alla Presidenza a stretto giro. Kobayashi rappresenta quella frangia di membri più giovani di medio rango del Partito che puntano a una palingenesi dell’Ldp funzionale a “svecchiare il Partito”.

Quale direzione prenderà il Giappone?

Se in politica interna un cambio di strategia sarà fisiologico al fine di affrontare tutti gli spinosi dossier che il successore di Kishida erediterà, in politica estera difficilmente si assisterà a un cambio di rotta sostanziale.

Il Giappone, complice una progressiva assertività dimostrata dalla Repubblica Popolare Cinese negli ultimi anni, ha iniziato un processo volto ad alleggerire i ferrei vincoli costituzionali riguardo il riarmo del Paese.

Già con l’ex Premier Shinzō Abe si era visto un primo sostanziale passo in avanti in tal senso con la riforma del secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione giapponese. L’Articolo sancisce la rinuncia alla guerra e all’uso della forza e vieta il mantenimento di forze armate.

La reinterpretazione dell’articolo voluta da Abe ammetteva l’impiego delle forze di autodifesa giapponesi (escamotage semantico con cui viene soprannominato l’esercito nipponico) all’autodifesa collettiva, permettendo a Tokyo di contribuire attivamente alla difesa di un Paese alleato in caso la sicurezza del Giappone fosse messa in discussione.

Il governo Kishida ha proseguito nell’opera di rafforzamento delle forze armate giapponesi iniziata da Abe. Nel dicembre 2022 il governo in carica ha rivisto tre documenti fondamentali per difesa del Giappone, inclusa la National Security Strategy che sta permettendo al Paese di rafforzare le proprie capacità di difesa.

Altro tassello chiave della politica estera di Kishida, che verosimilmente sarà raccolto dal suo successore, è l’attivismo diplomatico professato in Asia da Tokyo. Dal riappacificamento con la Corea del Sud al rafforzamento di rapporti con Paesi chiave come Mongolia ed ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, tra cui il gigante Kazakhistan, il Giappone sta tentando proattivamente di creare delle partnership economico-securitarie che possano fornire una valida alternativa all’abbraccio sino-russo nel continente per i Paesi continentali dell’Asia.

In tale contesto, considerando anche il generale degrado della situazione nell’Indo Pacifico, si evince come il successore di Kishida alla guida del Paese difficilmente si discosterà da quanto tracciato dal suo predecessore in politica estera.

Credits: foto di 外務省, CC BY 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by/4.0, via Wikimedia Commons

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Immagine di Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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