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Argentina, analisi a due mesi dall’inizio dell’era Milei

Tra la dollarizzazione dell’economia argentina e il sogno di riconquista delle isole Malvinas, l’esecutivo Milei muove i primi passi nella sua avventura alla guida del gigante sudamericano.

Entrato in carica il 10 dicembre 2023, il nuovo Presidente albiceleste Javier Milei ha raccolto in dote una pesante eredità socioeconomica, dalla super inflazione al 140% all’estroflessione smodata dello Stato nelle politiche assistenzialiste.

La fragilità endemica dell’economia argentina era già stata affrontata su queste colonne, con un focus particolareggiato sulla storia del Paese, condita da ben nove episodi di bancarotta che hanno minato la credibilità dell’Argentina sui mercati internazionali.

La ricetta Milei per il rilancio del Paese era chiara sin dalla campagna elettorale, composita di una serie di privatizzazioni con conseguente defilamento dello Stato e abbandono del Peso argentino (in caduta libera) in favore del dollaro statunitense.

Le manovre, definite shock dallo stesso Presidente, avrebbero portato la situazione a peggiorare prima di migliorare, per stessa ammissione del nuovo inquilino della Casa Rosada (sede dell’esecutivo argentino).

Il nuovo corso e le critiche

A poco più di un mese dall’insediamento di El Loco, le manovre di austerity apportate hanno suscitato aspre rimostranze tra la popolazione, con uno sciopero generale indetto dal sindacato CGT (Confederación General del Trabajo), il più grande del Paese sudamericano.

I provvedimenti economici del nuovo esecutivo, fonte delle proteste di piazza, hanno l’ambizioso obiettivo di azzerare il disavanzo di bilancio da cui è affetto il Paese attraverso tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni delle aziende statali e imposte maggiorate sull’import. Il tutto è stato accompagnato da una svalutazione artificiale del Peso argentino di oltre il 50%, che ha eroso il potere d’acquisto e ha contestualmente causato un crollo dei salari.

La svolta capitalista imposta da Milei, ha anche una chiara valenza geopolitica. Nell’obiettivo di dollarizzazione dell’economia il Presidente ha lanciato un messaggio politico: al vertice Brics di Johannesburg dell’agosto 2023 l’Argentina era stata accettata come nuovo membro del consesso a trazione sino-russo che, come obiettivo, ha proprio la de-dollarizzazione dei mercati finanziari mondiali, tramite l’ausilio di valute alternative come lo Yuan cinese.

Milei già in campagna elettorale aveva affermato che non avrebbe portato avanti l’adesione del Paese al “Circolo dei Mattoni”;

Detto fatto, Milei una volta eletto ha prontamente ritirato l’Argentina dall’adesione siglata in Sud Africa, commentando alla testata americana WSJ di non voler essere “alleato dei comunisti e rifiutiamo di far parte dei Brics”.

Svolta a Occidente

La manovra del Presidente è plastica manifestazione della volontà del nuovo esecutivo di prediligere i rapporti con le democrazie occidentali in luogo dell’asse sino-russo, tanto in economia che in politica estera.

Sul versante economico però l’Argentina vede nella Repubblica Popolare Cinese proprio il suo principale partner commerciale con un 8,6% dell’export argentino destinato al mercato interno del Dragone, soprattutto in prodotti agricoli come la soia e di origine animale come le carni.

Data la sinergia economica tra Buenos Aires e Pechino, lo stesso Milei è stato costretto ad annacquare la renitenza dal commerciare con la Cina rispetto ai proclami da campagna elettorale, che virtualmente precludevano i prodotti argentini alla Cina.

El Loco ha rivisto le proprie posizioni, aprendo alla possibilità che le aziende private del suo Paese possano continuare a commerciare con la Cina, dividendo nettamente tra visione geopolitica e politiche commerciali.

Il Presidente si è dimostrato conciliante anche su un tema estremamente delicato per la popolazione argentina, quello delle isole irredente Falkland/Malvinas. Per il popolo albiceleste la dominazione britannica sulle isole dell’Atlantico del sud è una ferita aperta che non si è mai richiusa, aggravata dalla guerra combattuta e persa malamente nel 1982 dalla giunta militare al comando all’epoca.

Una guerra che ha cambiato i destini di due popoli

In Argentina dal dicembre 1981 al potere sedeva il generale Leopoldo Galtieri, il quale aveva ereditato una situazione socioeconomica esplosiva, con un’inflazione superiore al 100% e un generalizzato calo dei salari (deja-vu?). Al fine di distrarre l’’opinione pubblica dai problemi interni del Paese, Galtieri escogitò un piano per la riconquista delle isole Malvinas, nell’erronea convinzione che la Gran Bretagna non avrebbe reagito militarmente.

Effettivamente anche la situazione nel Regno Unito era piuttosto tesa. Il Primo Ministro Margaret Thatcher, salita in carica nel 1979 aveva trovato un Paese in ginocchio, attanagliato da un’iperinflazione e una spesa pubblica fuori controllo, oltre che un movimento sindacale in grado di bloccare le riforme di cui la Gran Bretagna aveva bisogno.

Proprio la precaria situazione economica, unita ad una sorta di disinteresse dimostrato da Londra per Falkland (gli argentini avevano già occupato nel 1976 le isole Thule meridionali, senza che i britannici si mobilitassero per la riconquista), avevano lasciato intendere alla giunta Galtieri che l’arcipelago sarebbe stato una facile preda, conquistabile senza colpo ferire.

Pertanto, il 2 aprile 1982 le truppe argentine sbarcavano sulle isole Falkland dando inizio all’operazione Operativo Azul. Le forze armate albicelesti convinte di entrare nell’arcipelago come liberatori dal giogo coloniale britannico trovarono invece una popolazione ostile, poco incline ad accogliere l’invasore.

Nonostante le aspettative argentine, l’esecutivo Thatcher, complice anche un’opinione pubblica favorevole, si mosse per la riconquista delle isole, dando avvio ad una delle maggiori operazioni di logistica militare della storia, traghettando le proprie forze armate per 6.700 miglia nautiche.

In gioco, oltre al prestigio britannico, vi erano diritti di sfruttamento minerario nell’area antartica, nonché la presenza di idrocarburi e ricche zone di pesca. Infine, la posizione delle isole consente a chi le domina di assicurarsi una posizione strategica a cavallo tra Atlantico e Pacifico.

Il governo britannico lanciava l’operazione Corporate, per la riconquista dell’arcipelago. Le manovre belliche, che sarebbero durate poco meno di tre mesi, contrapponevano per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale due nazioni “occidentali”.

L’esercito argentino, principalmente addestrato a combattere le forme di terrorismo interne al Paese, era composto in larga parte da coscritti e si rivelò impreparato ad affrontare una forza militare professionista addestrata sotto standard NATO come quella britannica.

La soverchiante preparazione delle forze armate britanniche portò ad una sonante sconfitta degli argentini. Le conseguenze della guerra si riverberavano specularmente ai due lati dell’Atlantico: in Gran Bretagna la popolarità del governo conservatore salì vertiginosamente, così fu anche per la premier Thatcher.

La vittoria restituiva a Londra un posto di primo piano sullo scacchiere internazionale come potenza militare di livello. Dopo l’umiliazione subita a Suez nel 1956, il Falkland Factor, regalava nuovo vigore alla visione imperiale della Gran Bretagna.

Diversamente in Argentina la sconfitta sospinse ulteriormente le succitate proteste di piazza, costringendo Galtieri a dimettersi, dando fine anche al periodo della Giunta Militare, al potere dal 1976. La questione delle Malvinas rimarrà un tema dibattuto e fortemente sentito in patria, una ferita aperta per il Paese.

Milei e le Malvinas oggi

Una parte della campagna elettorale di Milei è stata dedicata alla questione irrisolta delle Malvinas, segno tangibile di come il tema sia ancora vivo nei cuori degli argentini. Ovviamente il Presidente afferma la piena sovranità del proprio Paese sull’arcipelago (altrimenti non sarebbe potuto essere), tuttavia rimette la questione su un piano squisitamente diplomatico.

Milei ha prospettato uno scenario simile a quello che coinvolse proprio Margaret Thatcher e Deng Xiaoping nel 1984, quando i due leader si accordarono per la restituzione di Hong Kong alla Cina. Un negoziato che avrebbe previsto il ritorno della strategica città al Dragone, mantenendo (su carta) inalterati i diritti acquisiti dagli hongkonghesi sotto la dominazione britannica.

Invero, la repressione cinese alle libertà di Hong Kong degli ultimi anni, difficilmente potrebbe trovare applicazione se le Falkland/Malvinas tornassero all’Argentina. In questo caso l’accordo verrebbe preso tra due Paesi democratici e i diritti della minoranza isolana verrebbero certamente tenuti in conto. 

D’altronde lo stesso Milei aveva affermato che: “si devono considerare gli interessi di coloro che vivono sulle isole, […] esiste una soluzione pacifica perché il mio governo sarà un governo che rispetta libertà e democrazia”.

Al forum economico di Davos il Presidente Milei ha incontrato David Cameron il Segretario di Stato britannico per gli Esteri e per stessa ammissione di El Loco, colloqui preliminari sulla vicenda sono avvenuti tra le rispettive delegazioni.

La Gran Bretagna oggi si ritrova ad investire annualmente circa sessanta milioni di sterline per la difesa di un avamposto che fatica ad essere giustificato se non come una vestigia imperiale più che una vera necessità. L’Argentina di Milei, vuoi per vicinanza al mondo occidentale, vuoi per mancanza di volontà e fondi nel reclamare con la forza l’arcipelago, cercherà la via del negoziato per restituire le Malvinas al proprio popolo.

Credits: foto di da Foto di julian zapata da Pixabay

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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