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17 marzo – Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione e della Bandiera

In questo speciale, per celebrare i 163 anni dell’Unita d’Italia, festeggiamo condividendo alcuni aneddoti e curiosità sulla nascita e l’evoluzione del nostro Paese e dei simboli patri che lo caratterizzano.

Perché il 17 marzo?

La data in cui festeggiamo l’unità nazionale non è certamente casuale, ma celebra l’atto costitutivo formale del fu Regno d’Italia.

Il 17 marzo 1861, con apposito Regio Decreto, infatti, Re Vittorio Emanuele II assumeva per sé e per i propri successori il titolo di Re d’Italia. La Seconda guerra d’indipendenza, che vedeva contrapposti il Regno di Sardegna, al cui trono sedeva la dinastia sabauda alleata della Francia di Napoleone III, contro l’impero asburgico, consegnava nel 1859 alla proto-nazione italica la Lombardia, ma non il Triveneto.

L’armistizio di Villafranca siglato tra Parigi e Vienna (l’imperatore austriaco si rifiutò di firmare la resa al Regno di Sardegna) escludeva infatti la macroregione del triveneto, nonostante l’alleanza sardo-francese prevedesse la cessione al Regno di Sardegna del Lombardo-Veneto austriaco, in cambio della cessione alla Francia di Nizza e la Savoia.

Napoleone III disattese gli accordi con il Regno di Sardegna, andando a siglare una pace separata anzitempo con gli asburgici, dati i timori relativi a un possibile allargamento del conflitto all’Europa centrale.

La spedizione garibaldina dei Mille avrebbe poi conquistato il Regno delle due Sicilie, profilandone l’annessione al costituendo Regno d’Italia.

Il 21 febbraio 1861 la Camera dei deputati approvò un Disegno di Legge per il tramite del quale Re Vittorio Emanuele II assumeva il titolo di Re d’Italia. Il 17 marzo 1861 la legge n. 4671 veniva pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale a costituzione formale del Regno d’Italia.

Quest’ultimo si presentava privo sia del Triveneto che dei territori dello Stato Pontificio.

La festa nazionale fu istituita al cinquantenario dell’Unità d’Italia nel 1911, con ancora alcuni territori del Triveneto in mano all’Impero Asburgico.

Gli stessi sarebbero passati definitivamente sotto il dominio italiano al termine della Grande Guerra, ad eccezione di alcune “terre irredente” che diedero adito alla vulgata fascista negli anni Venti.

La capitale non è sempre stata Roma

Alla nascita dello stato unitario, con Roma ancora parte integrante dello Stato pontificio, Torino fu la scelta obbligata come prima capitale del Regno, essendo già epicentro del regno di Sardegna a guida sabauda.

Desiderio del neonato stato unitario era però quello di fare di Roma la capitale del regno.

Nel 1861 tuttavia buona parte dell’odierno Lazio era sotto l’egida dello stato pontificio di Pio IX, Roma compresa, epicentro del potere temporale papale.

Proprio tra il papato e il regno sabaudo i rapporti erano estremamente tesi, date le insurrezioni endogene allo Stato pontificio nelle regioni del centro Italia, fomentate dai moti unitari e la successiva annessione al Regno d’Italia.

Napoleone III, uno dei più fieri sostenitori dello Stato pontificio, aveva convinto il re Vittorio Emanuele II a non attaccare Roma, preservando il potere temporale del papa almeno nel Lazio.

Napoleone III aveva anche convinto la monarchia Sabauda a traferire la capitale a Firenze, pensando erroneamente che tale gesto avrebbe disincentivato un futuro cambio di capitale con Roma, data la gravosità del compito.

Tuttavia, alla caduta dell’imperatore francese nel 1870 la questione relativa alla capitale  si riaffacciava prepotentemente nella politica italiana.

Orfano del proprio protettore d’oltralpe, lo stato pontificio poco poté fare contro le truppe sabaude che irruppero nella città attraverso la famosa breccia di Porta Pia del settembre 1870.

Era la fine del potere temporale del papato e l’inizio della Questione Romana che si sarebbe risolta solo nel 1929 per il tramite dei Patti Lateranensi.

L’Italia di Vittorio Emanuele II eleggeva Roma come capitale definitiva del Regno.

La Bandiera italiana

Il Verde Bianco e Rosso della nostra bandiera, viene fatto risalire alla Rivoluzione Francese. Fu infatti ideato dai giacobini italici che alternarono il blu della bandiera transalpina con il verde, in rappresentazione della natura e intrinsecamente dei diritti naturali quali libertà e uguaglianza.

La prima applicazione concreta del Tricolore si ebbe durante la Campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte, che permise ai combattenti italiani, schierati al suo fianco, contro i poteri dell’Ancien Régime, di far sventolare il vessillo rivoluzionario.

Proprio durante la campagna napoleonica lo stratega, nel conquistare terreno nella penisola, andava fondando diverse entità statali come la Repubblica Cispadana e quella Cisalpina, dipendenti dalla neocostituita Repubblica Francese.

In questa prima fase il tricolore era disposto su bande orizzontali, solo nel 1798 furono decretate le strisce verticali con bandiera di forma quadrata.

L’importanza per il vessillo nazionale fu esplicitata già nello Statuto Albertino, primo tentativo di esercizio costituzionale della Penisola, che al suo interno vi dedicò un intero articolo.

Nel 1861 la bandiera del Regno d’Italia si presentava con il classico Tricolore con in centro lo stemma sabaudo che sarebbe stato mantenuto fino al 1946, quando con la vittoria della Repubblica nel referendum popolare, sarebbe stato rimosso per assumere la forma attuale, salvo il cambio cromatico del pantone.

Il Tricolore anche in Cina!

Anche se nata secoli dopo le altre nazioni europee, l’Italia tentò nei suoi primi anni di vita come Stato unitario di acquisire una propria dimensione coloniale. L’apertura del Canale di Suez nel 1869 ricalibrava l’importanza del Mar Rosso e le relative rotte commerciali ivi transitanti.

I primi possedimenti d’oltremare pertanto furono concentrati nel corno d’Africa tra Eritrea e Somalia.
In Estremo Oriente il debole impero cinese era preda della voracità coloniale delle potenze occidentali e del Giappone.

Nel 1899 scoppiò una rivolta anticoloniale nel Celeste Impero, rinominata Ribellione dei Boxer dalla stampa occidentale. I tumulti ebbero il loro brodo di coltura nelle scuole di kung fu locali, tradotte sommariamente in scuole di pugilato, di lì la nomenclatura anglicizzata.

La ribellione fu sedata dall’Alleanza delle Otto Nazioni, che mise in piedi un corpo di spedizione alla quale partecipò anche il Regno d’Italia. La forza militare dell’Alleanza ebbe facilmente la meglio sui rivoltosi e alla firma del Trattato di Pace, denominato Protocollo dei Boxer, l’Italia ottenne una concessione commerciale di circa 45 ettari in una porzione della città cinese di Tientsin, nota anche come Tianjin.

L’assegnazione coloniale, che sarebbe stata mantenuta fino al termine della Seconda Guerra Mondiale, fu protagonista di trasformazioni architettoniche visibili ancora oggi, come la Caserma italiana o il monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale.

La concessione italiana sarebbe stata restituita alla Cina al termine della guerra con i Trattati di Parigi del 1947.

Credits: Foto di MLbay da Pixabay

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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