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La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti – essa già trasvola nei cieli:  V I N C E R E !!!

Con 451 voti favorevoli, 47 voti contrari e 46 astenuti, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione con la quale l’Unione Europea si impegna a fornire tutto l’appoggio logistico, materiale ed economico per permettere all’Ucraina, che sta perdendo la guerra, la riconquista dei territori perduti a seguito dell’invasione russa, compresa la Crimea. E così si è deciso una volta per tutte di schierarsi a favore dell’Ucraina, non escludendo neppure persino l’intervento militare, già ipotizzato per bocca del Presidente francese Macron.

Una decisione gravida di conseguenze gravi e inimmaginabili

Il divario tra gli armamenti russi e quelli che l’Occidente può fornire all’Ucraina è già immenso: a fronte di 4.000.000 di munizioni all’anno che la Russia è già in grado di produrre grazie alle sue industrie che non ha affatto trasferito o chiuso, l’Unione Europea ha potuto inviarne solo 300.000 contro 1.000.000 promesse all’Ucraina che per questo motivo è in difficoltà al fronte.

Non molto migliore è la capacità degli USA di fornire quanto occorre a Kiev per continuare la guerra: nonostante l’industria americana delle armi sia la più cospicua del mondo intero, la possibilità di produrre munizioni da parte degli Stati Uniti è di appena 15.000 munizioni al mese. Ciò significa che non si arriva o si arriva a fatica a 200.000 munizioni all’anno. Se anche si destinasse l’intera produzione bellica all’Ucraina trascurando tutti gli altri fronti (e gli USA e con essi l’Occidente non possono permetterselo, visti i suoi interessi e la sua natura di potenza globale), la capacità di fuoco di cui si potrebbe dotare l’esercito ucraino è solo un ottavo di quella che la Russia potrebbe mettere in campo.

La NATO ha illuso l’Ucraina promettendo di dare “tutto ciò che serve per VINCERE”. Adesso la NATO e con essa l’Europa si è accorta con ampio fastidio e raccapriccio che tutto quello che ha e dà non serve all’Ucraina per vincere. Ha dato tutto quello che aveva e non è bastato. Adesso l’alternativa è o ammettere la sconfitta o scendere direttamente in campo ed entrambe le opzioni sono terrificanti.

Scendere in campo può significare la Terza Guerra Mondiale, ma perdere la faccia di fronte ad altre nazioni dell’Africa e dell’Asia significa coprirsi di disprezzo e di ridicolo. Costituisce ai loro occhi una perdita di credibilità irreparabile l’aver proclamato la natura criminale dell’attacco russo all’integrità di un paese europeo (e aver anche fatto spiccare contro il leader russo un mandato di cattura internazionale da parte di una Corte Penale sostanzialmente allineata ai valori e ai concetti giuridici occidentali) e poi dimostrare al mondo intero che non si è in grado di difendere o ripristinare l’ integrità territoriale di una nazione della quale l’Europa si è fatta paladina.

L’Occidente si è quindi andato a cacciare in una strada senza uscita. Ma come si è arrivati a questo punto?

I motivi dell’impotenza logistica e materiale occidentale europea

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, sembrava che gli USA e l’Occidente non avessero più rivali e neppure nazioni in grado di contestarne la leadership: la Russia di Eltsin pietiva aiuti economici e persino l’ingresso nella NATO e la Cina non chiedeva altro che intrattenere rapporti economici con l’Occidente. Sembrava quindi non più necessario mantenere un apparato militare industriale possente, in grado di alimentare guerre lunghe e continue.

I fatti e gli accadimenti storici verificatisi  da lì a breve sembravano confortare una simile decisione: la Serbia venne piegata in una serie di bombardamenti mirati dopo poche settimane e costretta a rinunciare all’annessione di zone della Bosnia abitate da una popolazione serba e ad abbandonare il Kossovo, dove è nata la nazione serba. Di lì a poco l’Iraq venne invaso da un esercito americano e occupato praticamente senza colpo ferire.

Così netta sembrava la superiorità tecnologica e militare dell’Occidente da non avere bisogno di una filiera produttiva industriale militare in grado di sostenere una guerra di attrito, come nella Prima Guerra Mondiale. Inoltre, non vi era più convenienza ad investire nell’economia reale e nell’industria: la finanza rendeva assai di più. In gran parte privata o privatizzata l’industria, anche militare, occidentale venne delocalizzata e trasferita laddove era conveniente farlo, nel quadro di una globalizzazione mondiale che non temeva ostacoli e non aveva nemici.

Questa impostazione ha mostrato la corda con l’invasione russa dell’Ucraina: superato il momento iniziale di sbandamento dovuto al fallimento del colpo di mano su Kiev, la Russia ha saputo non solo resistere vittoriosamente alla tentata e fallimentare controffensiva ucraina del 2023, ma anche imporre ad essa e all’Occidente, impegnato a sostenere l’Ucraina, una guerra di attrito, quel tipo di guerra che l’Occidente si è messo in condizione di non sostenere. Esso ha fatto all’Ucraina una promessa che non è stato capace di mantenere.

L’Europa ha deciso comunque di scendere in campo

Per preparare il clima morale adatto e per indottrinare dovutamente l’opinione pubblica allo scontro militare con la Russia, la vedova di Navalny, dissidente russo morto o fatto morire durante la sua detenzione russa, è stata invitata a fare le sue dichiarazioni davanti al Parlamento Europeo nel corso delle quali Putin è stato definito un “mafioso”. Mai, nel corso della sua storia, l’istituzione europea aveva permesso che si insultasse così platealmente nella sua sede un Capo di Stato, tanto più un leader di una superpotenza atomica. Eppure ciò è avvenuto, appunto per preparare psicologicamente l’opinione pubblica e per giustificare a priori lo scontro militare con la Federazione Russa. L’Europa non ha assunto e non ha voluto assumere una sola iniziativa diplomatica volta ad una composizione pacifica o anche solo a tentare una mediazione.

Dimenticato per sempre lo stile e il precedente di Chamberlain

Durante gli anni Trenta nessuno si faceva illusioni sulla natura dittatoriale del regime nazista, tantomeno i diplomatici. Ma il Premier inglese Chamberlain fu disposto persino a recarsi nel nido d’aquila di Adolf Hitler a Berchtensgaden pur di scongiurare la Seconda Guerra Mondiale vincendo il suo disgusto personale per il dittatore nazista. Alcuni oppositori al nazismo lo criticarono. “E’ pazzesco: il capo di una potenza europea va a conferire con un gangster!” disse uno di loro. Invece nemmeno un politico europeo si è mostrato adesso disponibile ad incontrare Putin pur di non rischiare la Terza Guerra Mondiale. Tracotanza, ingenuità, superficialità, pigrizia morale, rassegnazione o follia? 

Come nel 10 Giugno 1940

Mussolini sapeva benissimo che l’esercito italiano era in pessime condizioni nel 1940. Il Capo di Stato Maggiore Badoglio non glielo aveva nascosto e aveva suggerito di rimandare l’entrata in guerra se proprio era inevitabile. Ma Mussolini pensava che i tedeschi oramai avessero vinto la guerra e quindi bisognasse affrettarsi ad entrarvi se non si voleva essere esclusi dal bottino.

I capi attuali dell’Europa non ignorano le risicate possibilità dell’apparato bellico europeo di sostenere una guerra come quella in Ucraina che sta divorando una quantità di materiale bellico enorme. Ma sperano in un crollo imminente dell’economia russa che con le sanzioni decise dall’Occidente non può mancare. “Non abbiamo un piano B. Per noi esiste solo il piano A: la vittoria” ha detto un rappresentante dell’UE. Nemmeno Mussolini aveva un piano B. Per lui esisteva solo un imperativo categorico: la vittoria!  Ma finì per l’Italia con un 8 Settembre. Ci sarà ora un 8 Settembre anche per l’Europa?

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Massimo Magnatti

Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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