Il pallone dell’Impero (1): il calcio come specchio del potere

Il calcio è davvero soltanto uno sport? Oppure è anche uno dei luoghi nei quali il potere costruisce consenso, immaginario e legittimazione? In questa prima parte l’autore propone una lettura insolita dei Mondiali: non dal punto di vista del tifoso, ma da quello di chi osserva i meccanismi culturali e geopolitici che si muovono dietro il pallone.

Guardare il calcio da fuori

Non sono un tifoso. Non so distinguere una difesa a tre da un centrocampo a rombo, né saprei riconoscere con sicurezza un fuoriclasse da un buon comprimario. Probabilmente non reggerei cinque minuti di conversazione con un vero intenditore senza essere smascherato come un profano. E forse è proprio questa la mia fortuna.

Chi osserva il calcio senza la devozione del tifoso finisce infatti per vedere ciò che spesso sfugge a chi è completamente assorbito dalla partita. Io, in questi Mondiali, non ho guardato soprattutto ciò che accadeva sul campo. Ho osservato quello che succedeva intorno: i corridoi del potere, le conferenze stampa, il linguaggio del protocollo, la costruzione della narrazione mediatica, i silenzi improvvisi, i sorrisi troppo rigidi.

Sono proprio quelle piccole incrinature involontarie a raccontare più di molti comunicati ufficiali. E ciò che ho visto mi è sembrato persino più interessante dei risultati maturati sul terreno di gioco. Perché il calcio, in fondo, era soltanto il pretesto. Il vero spettacolo era un altro: la rappresentazione, quasi teatrale, di un ordine mondiale che tenta disperatamente di apparire incontrastabile proprio mentre lascia intravedere crepe sempre più profonde.

Lo sport come rappresentazione del potere

Il calcio è sempre stato politica, anche se ogni volta che qualcuno lo ricorda si leva il coro di chi vorrebbe separare lo sport dalla storia, come se gli stadi esistessero sospesi sopra guerre, sanzioni economiche, alleanze e interessi strategici. È una convinzione rassicurante, ma resta una favola. Il calcio contemporaneo è industria culturale, diplomazia, propaganda, capitale simbolico, soft power, identità nazionale. È uno dei luoghi privilegiati nei quali il potere mette in scena se stesso. Oggi uno stadio non è soltanto un impianto sportivo: è una grande cattedrale laica dell’ordine contemporaneo, dove si incontrano governi, multinazionali, sponsor, fondi sovrani e milioni di spettatori convinti di assistere soltanto a una partita. Dietro un pallone che rotola si muove invece un intero universo di interessi, appartenenze e rapporti di forza.

Quando una nazionale diventa un problema

In questa prospettiva assume un significato particolare la presenza dell’Iran. L’Iran non è arrivato ai Mondiali semplicemente come una nazionale qualificata. È arrivato già trasformato in un problema geopolitico. Non una squadra, ma quasi un dossier da amministrare. Perché il problema di ogni Impero non consiste soltanto nel contrastare i propri avversari. Consiste soprattutto nell’impedire che essi appaiano normali. Un Paese inserito nella categoria dei “cattivi” non può semplicemente scendere in campo, cantare il proprio inno e giocare una partita. Deve essere spiegato, sorvegliato, interpretato. La sua normalità diventa essa stessa una minaccia, perché incrina la narrazione costruita negli anni.

La neutralità che cambia secondo convenienza

È proprio qui che la presunta neutralità dello sport mostra tutti i suoi limiti. Quando scende in campo una nazionale gradita all’ordine geopolitico dominante, prevalgono i richiami alla fratellanza universale e allo spirito olimpico. Quando invece appartiene a un Paese considerato ostile, improvvisamente entrano in scena sicurezza, protocolli eccezionali, controlli, sospetti.

La parola “sicurezza” diventa una chiave capace di giustificare quasi tutto: controlli invasivi, profilazioni selettive, piccole discriminazioni amministrative che finiscono per apparire normali proprio perché presentate come semplici procedure tecniche.

Anche episodi apparentemente marginali, come i controlli riservati agli staff di alcune nazionali, raccontano una precisa gerarchia mentale: chi viene considerato automaticamente affidabile e chi, invece, deve dimostrare continuamente di non rappresentare un problema.

La FIFA e il linguaggio del potere

In questo scenario entra in scena Gianni Infantino. La FIFA dovrebbe rappresentare, almeno simbolicamente, l’autonomia del calcio rispetto alle grandi potenze politiche. Eppure, appare sempre più come un organismo che segue attentamente il vento della geopolitica. Le dichiarazioni di Infantino nei confronti di Donald Trump sono sembrate confermare questa impressione. Non si tratta tanto del contenuto delle parole, quanto del significato simbolico che esse assumono.

Lo sport sembra perdere progressivamente la propria autonomia per diventare parte della rappresentazione del potere. Non siamo più davanti alla vecchia ipocrisia diplomatica che cercava almeno di salvare le apparenze. Oggi il potere sembra non sentire nemmeno più il bisogno di nascondere la propria influenza: la rende pubblica, la trasforma in protocollo, la inserisce direttamente nello spettacolo.

Quando il potere sente il bisogno di esibirsi

Anche Trump, in questo contesto, assume un valore che va oltre la sua figura politica. Rappresenta un potere che non si limita più a governare, ma sente continuamente il bisogno di mostrarsi. Persino un episodio sportivo, come un cartellino rosso, diventa occasione per una dichiarazione ufficiale della Casa Bianca.

Il punto non è stabilire quanto quella dichiarazione abbia inciso realmente. Il punto è che sia diventato normale formularla. Un potere sicuro di sé non ha bisogno di commentare tutto. Governa. Un potere che percepisce di perdere consenso, invece, sente il bisogno di occupare ogni spazio simbolico disponibile. Non governa soltanto: mette continuamente in scena se stesso. Ed è forse questa la sensazione che questi Mondiali hanno lasciato: la rappresentazione di un potere ancora enorme, ma attraversato da un’inquietudine crescente.

Il Marocco rompe il copione

È in questa prospettiva che assume particolare significato anche il celebre gol del Marocco. Molti hanno discusso dell’espressione di Infantino in quel momento. Qualcuno l’ha liquidata come una semplice coincidenza, una cattiva inquadratura, un’interpretazione eccessiva. Può darsi. Eppure, proprio i gesti involontari raccontano spesso ciò che le dichiarazioni ufficiali cercano di nascondere. I sorrisi si preparano. Le conferenze stampa si scrivono. Le espressioni spontanee, invece, sfuggono al controllo. In quel momento il Marocco non rappresentava soltanto una nazionale che superava il turno. Per molti osservatori diventava il simbolo di una parte del mondo che usciva dal ruolo di comparsa folkloristica per occupare quello di protagonista. Una semplice partita di calcio, forse. Oppure qualcosa di più.


Nella seconda parte l’autore approfondirà il tema dell’egemonia culturale, del consenso e della progressiva perdita di credibilità delle istituzioni occidentali, mostrando come perfino un evento sportivo possa diventare il riflesso delle trasformazioni dell’ordine mondiale.


Credits: Foto generata con l’IA

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Immagine di Mario Pietri

Mario Pietri

È analista di geopolitica e macroeconomia, con un’attività di studio e approfondimento rivolta alle dinamiche del sistema internazionale, ai rapporti tra le principali potenze globali e alle interrelazioni tra economia, finanza, energia e politica.
Ricopre inoltre l’incarico di Vicepresidente nazionale di Confisi, ruolo attraverso il quale integra l’analisi strategica globale con una visione operativa dei processi economici e istituzionali.

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