Geopolitica del caos controllato (1): la strategia delle grandi potenze tra energia, guerra e teoria dei giochi

È online la seconda parte

Un’analisi profonda delle nuove dinamiche globali tra strategia, risorse e conflitti. Dalla teoria dei giochi alla ridefinizione degli equilibri internazionali, ecco come si sta trasformando il mondo.


Il filo invisibile della teoria dei giochi nella geopolitica globale

C’è un filo rosso – sottile ma implacabile – che lega il linguaggio apparentemente erratico della politica estera americana contemporanea, la postura strategica della Russia nella guerra d’attrito ucraina, e la crescente tensione sistemica che attraversa le rotte energetiche globali: quel filo è la teoria dei giochi applicata alla geopolitica del collasso.

Caos apparente e razionalità strategica

La lezione del professore cinese, esperto di strategie predittive – o, per usare una definizione più aderente alla sua cifra intellettuale, nelle analisi di Jiang Xueqin, una sorta di “psico-storico” contemporaneo che mescola teoria dei giochi, cicli storici e intuizioni sistemiche – non parte da slogan ma da una premessa strutturale: ciò che appare caos è spesso una forma sofisticata di razionalità non lineare, una sequenza di mosse che, se osservate nel breve periodo, sembrano incoerenti, ma che nel lungo arco temporale disegnano un tentativo deliberato di riposizionamento sistemico. In questa chiave, la politica di Donald Trump verso l’Iran – dalle minacce esplicite di riportare il paese “all’età della pietra” fino alla possibilità, più volte ventilata, di una invasione terrestre nonostante i limiti operativi evidenti (circa 50.000 uomini nel teatro mediorientale, in un contesto geografico estremamente favorevole alla guerriglia) – non sarebbe il prodotto di impulsività, ma di una strategia dirompente: rompere le catene di approvvigionamento globali per ricostruirle attorno al perimetro nordamericano, anche attraverso un uso deliberato della destabilizzazione come leva sistemica.

Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz

Il punto di snodo, in questo schema, è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale: una sua destabilizzazione non colpisce solo il Medio Oriente, ma genera uno shock sistemico che investe Giappone (dipendente per oltre il 75% dalle importazioni energetiche mediorientali), India, Europa e persino la stessa Cina. Non è un caso che istituzioni finanziarie come J.P. Morgan abbiano ipotizzato scenari di esaurimento delle scorte globali nel giro di settimane in caso di escalation. A questo si aggiunge una crisi meno visibile ma altrettanto strategica: quella dei fertilizzanti (fosfati, urea, zolfo), senza i quali la produzione agricola globale subisce contrazioni immediate, e quella dell’elio e dello zolfo industriale, elementi chiave per semiconduttori e infrastrutture AI, il cui fabbisogno cresce in modo esponenziale proprio mentre le condizioni materiali per sostenerlo iniziano a deteriorarsi.

Distruggere l’interdipendenza per ricostruire il controllo

In questo contesto, la logica diventa chiara: distruggere l’interdipendenza globale per ricostruire una dipendenza selettiva. Se il Medio Oriente smette di essere un hub stabile, il mondo è costretto a rivolgersi a chi possiede risorse alternative e capacità logistica: Nord America e Russia. È qui che entra in gioco il paradosso strategico americano: un paese con un debito pubblico che ha superato i 39 trilioni di dollari può sopravvivere solo se il resto del mondo continua a finanziare quel debito acquistando Treasury. Ma perché farlo? La risposta, nella visione del professore, è brutale: perché non esiste alternativa, se l’accesso alle risorse fondamentali passa per Washington, anche se questo implica una crescente subordinazione economica per alleati e partner.

Dal Nuovo Ordine Mondiale al neo-sovranismo

Questa è la transizione da un ordine basato sulla finanza a uno fondato su risorse, manifattura e controllo delle catene logistiche. Il “Nuovo Ordine Mondiale” post-1991 – quello di George H.W. Bush, della globalizzazione finanziaria, del multiculturalismo e della sicurezza garantita dagli Stati Uniti – viene progressivamente sostituito da una visione neo-sovranista, radicata in identità, autosufficienza e preparazione al conflitto prolungato. Il paradigma MAGA, in questa lettura, non è solo uno slogan elettorale ma un progetto di riconfigurazione imperiale.

La strategia russa: guerra lunga e resilienza

Parallelamente, la Russia si muove su un asse convergente ma autonomo. La guerra in Ucraina non è concepita come un conflitto rapido, bensì come una guerra di attrito destinata a durare 10 o 20 anni, un tempo sufficiente per trasformare l’economia russa in un sistema pienamente militarizzato e resiliente. Mosca ha già dimostrato una notevole capacità di adattamento: da importatore di droni iraniani a esportatore verso Teheran, in un ciclo produttivo che alimenta il conflitto stesso.

Ideologia e visione geopolitica: la “Terza Roma”

Questa strategia affonda le radici nel pensiero geopolitico di Aleksandr Dugin e nella dottrina della “Terza Roma”: un’idea di civiltà alternativa all’Occidente liberale, fondata su coesione, religione e identità. Mentre l’Occidente è percepito come intrappolato in crisi interne – sociali, politiche e culturali – la Russia si propone come nucleo di un blocco autosufficiente, capace di integrare risorse energetiche, agricole (l’Ucraina rappresenta circa un terzo della produzione mondiale di grano in alcune stime aggregate) e industriali, costruendo una piattaforma di resilienza che guarda più a Oriente che a Occidente.

Due imperi verso la logica delle “fortezze”

Fin qui la tesi del professore: due imperi che, consapevoli della fine dell’ordine globale attuale, si preparano a sopravvivere attraverso la costruzione di “fortezze” autosufficienti, con la possibilità – ed è qui il punto più controverso – di una convergenza tattica tra Stati Uniti e Russia per contenere l’ascesa della Cina.

Nella seconda parte, che uscirà giovedì 10 aprile, analizzeremo perché questa convergenza potrebbe essere impossibile e quali scenari si aprono per Europa, Cina e Italia.


Credits: Foto generata con l’IA

•  •  •

Condividi:

Immagine di Mario Pietri

Mario Pietri

È analista di geopolitica e macroeconomia, con un’attività di studio e approfondimento rivolta alle dinamiche del sistema internazionale, ai rapporti tra le principali potenze globali e alle interrelazioni tra economia, finanza, energia e politica.
Ricopre inoltre l’incarico di Vicepresidente nazionale di Confisi, ruolo attraverso il quale integra l’analisi strategica globale con una visione operativa dei processi economici e istituzionali.

Sottoscrivi
Notificami
guest
0 Commenti
Meno recenti
Più recenti Più votati

Articoli Correlati

La Casa del Social Journalism

Contatti

Scrivi o invia un comunicato stampa alla redazione

Questo sito è protetto da Google reCAPTCHA v3, Privacy Policy e Terms of Service di Google.

Newsletter

Resta aggiornato ogni settimana sui nostri ultimi articoli e sulle notizie dal nostro circuito.

Questo sito è protetto da Google reCAPTCHA v3, Privacy Policy e Terms of Service di Google.