“Dissonanza imperiale”: quando la menzogna diventa l’unico pilastro del sistema

In un contesto globale sempre più instabile, il rapporto tra comunicazione politica e realtà sembra incrinarsi in modo irreversibile. Questo articolo analizza le contraddizioni della narrazione occidentale e le implicazioni sistemiche di una verità sempre più fragile.


La frattura tra realtà e narrazione

C’è qualcosa di sempre più evidente — e sempre meno sostenibile — nel modo in cui Washington gestisce le crisi globali: non siamo più semplicemente di fronte a una distanza tra realtà e rappresentazione, ma a una frattura che ha assunto i tratti di una narrazione schizofrenica, nel senso quasi strutturale del termine. Elementi tra loro incompatibili convivono senza alcun tentativo credibile di ricomposizione, producendo una sequenza di enunciati che richiama il teatro dell’assurdo: dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore, escalation militari presentate come strumenti di stabilizzazione, atti di forza descritti come necessità difensive. Il punto non è più la violenza — che appartiene da sempre alla dinamica del potere — ma la leggerezza con cui l’incoerenza viene ormai esibita come normalità.

Linguaggio come imposizione

Non si tratta più nemmeno di costruire una versione alternativa dei fatti, ma di sovrapporre piani inconciliabili senza preoccuparsi della loro compatibilità, come se il linguaggio avesse smesso di essere uno strumento di mediazione per trasformarsi in un atto di imposizione pura, una dichiarazione performativa che pretende di sostituire la realtà stessa. Ed è proprio qui che si inserisce una delle crepe più evidenti emerse nelle ultime settimane: mentre la Casa Bianca continua a parlare di “negoziati produttivi” e “progressi significativi”, le controparti negano apertamente che tali negoziazioni esistano, arrivando a definire queste dichiarazioni come costruzioni funzionali alla manipolazione dei mercati energetici.

Diplomazia performativa e contraddizione strutturale

La contraddizione non è marginale, ma strutturale: si annunciano colloqui che una delle parti sostiene non essere mai avvenuti, si rivendicano risultati che non trovano riscontro, si costruisce un processo diplomatico che esiste principalmente sul piano comunicativo, mentre sul terreno continuano operazioni militari su larga scala. Persino all’interno della stampa occidentale, tradizionalmente allineata, emergono segnali di crescente scetticismo, con analisi che sottolineano come queste “trattative” assumano sempre più i tratti di eventi performativi, utili più a sostenere una narrazione che a produrre esiti concreti.

Il racconto che si autosostiene

In questo contesto, la narrazione non solo si distacca dalla realtà, ma inizia a funzionare secondo logiche autonome, auto-referenziali, in cui il racconto diventa fine a se stesso. Ne derivano episodi che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati marginali o folkloristici e che oggi, invece, si inseriscono perfettamente nel quadro generale: dichiarazioni iperboliche, proposte paradossali, scenari evocati più per il loro impatto mediatico che per la loro plausibilità, fino a sfiorare livelli di vero e proprio surrealismo politico, rafforzando la percezione di una frattura sempre più netta tra linguaggio e realtà.

La fine della credibilità come requisito

Per lungo tempo questo meccanismo ha funzionato perché esisteva una coerenza minima tra ciò che veniva detto e ciò che veniva fatto; oggi, invece, quella coerenza non è più ritenuta necessaria, come se il sistema avesse interiorizzato l’idea che la credibilità non sia più una risorsa indispensabile. Sembra sufficiente occupare lo spazio comunicativo con affermazioni ripetute, indipendentemente dalla loro verificabilità, trasformando il discorso pubblico in un flusso continuo che non richiede conferma, ma solo accettazione.

Due livelli: caos simbolico e coerenza materiale

E tuttavia, mentre il piano simbolico si disarticola, quello materiale resta estremamente coerente: le aree di tensione coincidono con i nodi energetici cruciali, le crisi producono effetti prevedibili su prezzi e valute, e le dinamiche di instabilità si traducono in vantaggi economici e geopolitici concreti. È come se esistessero due livelli distinti e paralleli: uno perfettamente razionale, l’altro sempre più caotico. Ed è proprio questa dissociazione a rappresentare il punto chiave.

La menzogna come strumento di potere

Dal punto di vista psicologico e strategico, questa apparente incoerenza può essere letta anche come una forma di affermazione di potere: sostenere una menzogna evidente senza preoccuparsi delle contraddizioni può apparire, almeno inizialmente, come una dimostrazione di forza, quasi una dichiarazione implicita che il potere non ha bisogno di essere credibile per essere efficace. Può permettersi di imporre una versione della realtà anche quando viene apertamente contestata, arrivando persino a pretendere che venga accettata come tale.

È una logica brutale, quasi primitiva nella sua essenza: non convincere, ma imporre; non dimostrare, ma dichiarare; non spiegare, ma saturare.

Il rischio della dissonanza sistemica

Tuttavia, proprio questa strategia contiene un rischio strutturale profondo: nel momento in cui la menzogna smette di essere creduta ma continua a essere imposta, si genera una frattura cognitiva nelle società che la ricevono, una dissonanza che non può essere assorbita indefinitamente e che tende a trasformarsi in disillusione sistemica. Ed è qui che il meccanismo si trasforma in un volano: più la narrazione viene percepita come fragile, più viene ribadita con forza; più viene ribadita, più aumenta la distanza dalla realtà; più questa distanza cresce, più il sistema è costretto a intensificare il livello di imposizione.

Un sistema prigioniero di sé stesso

Si entra così in una dinamica pericolosa in cui il potere diventa progressivamente prigioniero delle proprie affermazioni, costretto a sostenerle anche quando risultano sempre meno difendibili. E questa dinamica non è più solo teorica: anche all’interno della stampa americana emerge una crescente difficoltà nel distinguere tra dichiarazioni reali e costruzioni comunicative, segnale di una credibilità in progressiva erosione.

Le conseguenze economiche e sociali

Nel frattempo, sul piano economico, le conseguenze iniziano a manifestarsi con crescente evidenza: l’instabilità energetica si trasferisce sui prezzi, i prezzi sulle economie, e le economie sulle condizioni materiali delle popolazioni. A quel punto, la contraddizione non è più un problema teorico, ma un’esperienza concreta e quotidiana, che incide direttamente sulla percezione del sistema.

Il logoramento del consenso occidentale

La crepa più significativa si apre allora all’interno dello stesso spazio occidentale, dove il consenso non scompare improvvisamente ma si svuota progressivamente, trasformandosi in una forma di adesione passiva, sempre più fragile, sempre più esposta a shock esterni, e sempre meno capace di sostenere una strategia fondata su una narrazione così instabile.

La “coalizione dell’assurdo”

E in questo quadro si delinea sempre più chiaramente quella che possiamo definire una vera e propria coalizione dell’assurdo: una costellazione di potere che recita una realtà fittizia con una disinvoltura che sfiora il grottesco, non tanto per convinzione quanto per necessità, perché dietro quella rappresentazione si intravedono crepe troppo profonde per essere esposte — responsabilità politiche, economiche e forse anche personali che non possono emergere senza compromettere l’intero impianto di legittimità. In questa dinamica, la menzogna non è più solo uno strumento, ma una copertura sistemica, una coltre necessaria a occultare ciò che non può essere detto, e proprio per questo viene ribadita con crescente aggressività, quasi gettata in faccia all’opinione pubblica con una brutalità che appare deliberata.

Pressione cognitiva e adattamento sociale

Dal punto di vista psicologico, questo produce una pressione cognitiva crescente: l’individuo è esposto a una sequenza continua di affermazioni che sfidano la logica e richiedono un’adesione non razionale ma quasi fideistica. La tensione che ne deriva può essere risolta solo in due modi — rifiuto o adattamento — e una parte significativa della società, almeno in apparenza, sceglie la seconda via, non per convinzione ma per saturazione, per stanchezza, per incapacità di sostenere un conflitto continuo con ciò che viene imposto come reale. In questo senso, il meccanismo funziona: distrae, confonde, diluisce le responsabilità, sposta l’attenzione e consente la conservazione del potere anche in presenza di contraddizioni evidenti.

L’erosione irreversibile del sistema

Ma è proprio qui che si annida l’ambiguità più pericolosa, perché lo stesso dispositivo che protegge nel breve periodo inizia, nel lungo periodo, a scavare le fondamenta del sistema che lo utilizza. Che si tratti di un effetto collaterale o di una strategia consapevole è difficile dirlo — e forse sarà il tempo a chiarirlo — ma ciò che appare sempre più evidente è che ogni forzatura della realtà, ogni imposizione di una verità fragile, ogni atto di violenza simbolica contro il senso comune lascia una traccia, accumula una frattura, alimenta una sfiducia che non scompare ma si sedimenta.

E così, mentre la rappresentazione continua e la coalizione dell’assurdo mantiene — almeno in apparenza — il controllo della scena, guidando il mondo lungo una traiettoria sempre più instabile e potenzialmente catastrofica per coprire le proprie responsabilità inconfessabili, sotto la superficie si sviluppa un processo inverso, lento ma inesorabile: un logoramento progressivo che nasce proprio dall’eccesso di imposizione, dall’abuso della menzogna, dalla pretesa che l’incoerenza venga accettata come realtà.

Perché un potere che costringe alla sospensione continua del giudizio, che impone versioni sempre più fragili dei fatti, che pretende adesione a ciò che appare sempre meno credibile, può anche riuscire — per un tempo — a conservare se stesso, ma lo fa al prezzo di erodere le condizioni stesse della propria durata.

E quando questa erosione supera una certa soglia, il passaggio dalla forza alla fragilità non è più graduale. È improvviso. E irreversibile.


Credits: Foto generata con l’IA

•  •  •

Condividi:

Immagine di Mario Pietri

Mario Pietri

È analista di geopolitica e macroeconomia, con un’attività di studio e approfondimento rivolta alle dinamiche del sistema internazionale, ai rapporti tra le principali potenze globali e alle interrelazioni tra economia, finanza, energia e politica.
Ricopre inoltre l’incarico di Vicepresidente nazionale di Confisi, ruolo attraverso il quale integra l’analisi strategica globale con una visione operativa dei processi economici e istituzionali.

Sottoscrivi
Notificami
guest
0 Commenti
Meno recenti
Più recenti Più votati

Articoli Correlati

La Casa del Social Journalism

Contatti

Scrivi o invia un comunicato stampa alla redazione

Questo sito è protetto da Google reCAPTCHA v3, Privacy Policy e Terms of Service di Google.

Newsletter

Resta aggiornato ogni settimana sui nostri ultimi articoli e sulle notizie dal nostro circuito.

Questo sito è protetto da Google reCAPTCHA v3, Privacy Policy e Terms of Service di Google.