Non è il titolo di un film con Alberto Sordi né la parafrasi del celebre “Marziano a Roma” del grande Ennio Flaiano.
Questa è la storia vera di Michael Collins, uno dei tre astronauti della “missione Apollo 11”, ovvero la navicella che per prima allunò sul nostro satellite. E, se molti ricordano i nomi di Armstrong e Aldrin come i due astronauti che per primi misero piede sulla Luna, non tutti sanno che il terzo componente dell’equipaggio era nato proprio a Roma, il 31 ottobre del 1930.
Qualche mese fa è stata finalmente tradotta e pubblicata anche in italiano la biografia di Collins “Carryng the fire”. In effetti, l’unica cosa a non essere tradotta, è proprio il titolo: infatti, un letterale “trasportare il fuoco” non rendeva affatto l’idea della complessità e molteplicità di significati dell’originale, per cui gli editori italiani, hanno giustamente deciso di lasciare il titolo originale, con un sobrio “Il mio viaggio verso la Luna” come sottotitolo.
Il carro di Apollo
In una delle prefazioni della sua biografia, il “romano” Collins giustifica così la scelta del titolo: “Inizialmente avevo intitolato il libro World in My Window, (“Il mondo nel mio finestrino”), citando una cosa che avevo detto durante il volo dell’Apollo 11, ma più ci pensavo e più mi suonava banale. Il titolo Carrying the Fire fu concepito durante una conversazione telefonica con Roger Straus, il mio curatore. Non contiene alcun sotterfugio: è semplicemente quello che penso del volo nello spazio, se devo esprimerlo in tre parole. Ovviamente Apollo era il dio che portava il sole infuocato a solcare il cielo a bordo di un carro, ma a parte questo, come si trasporta il fuoco? Con attenzione, ecco come, con molta pianificazione e con notevole rischio. È un carico delicato, prezioso quanto delle rocce lunari, e chi lo trasporta deve stare sempre all’erta per evitare che gli cada. Ho trasportato il fuoco per sei anni, e ora vorrei parlarvene, in modo semplice e diretto come deve fare un pilota collaudatore, perché il viaggio merita di essere raccontato.”
Dalla breccia di Porta Pia allo spazio siderale
Se vi capitasse di passare tra Villa Borghese e Porta Pia, nel quartiere pinciano a Roma, potreste fare un salto in via Tevere 16 e vedere la targa affissa (nell’ottobre del 1969, pochi mesi dopo il primo allunaggio della storia). In effetti, come dalla foto a fondo pagina, la targa esprime un ambiguo “INTREPIDO ASTRONAUTA / DELLA MISSIONE APOLLO 11 / IL PRIMO UOMO SULLA LUNA. “ In realtà, pur essendo pilota della celeberrima missione spaziale, Collins fu appunto l’unico dei tre astronauti a non mettere piede sul satellite lunare.
Molti di noi avranno senz’altro presenti le immagini della lunga telecronaca televisiva che raccontò questo epocale evento: 25 ore di “maratona” (certamente la prima lunga diretta della storia della TV italiana), conclusesi con la storica frase “ha toccato” del 20 luglio, e la curiosa diatriba tra i giornalisti Tito Stagno dagli studi italiani e Ruggero Orlando da Houston.
Un piccolo passo per l’uomo…
Immaginate di far parte di uno dei più grandi (o perlomeno noti) eventi della storia dell’umanità, e di essere l’unico tra i tre privilegiati a non aver toccato il suolo lunare pur avendolo a portata di piede. Collins era infatti rimasto a bordo ed ebbe poi il compito di riportare a terra l’Apollo 11 e i suoi più famosi colleghi. Ebbene, la sua autobiografia dà un senso meraviglioso a questa “occasione perduta”, con uno stile narrativo incalzante e a tratti quasi umoristico, certamente affascinante.
Ma lasciatevi trasportare anche oltre. Oltre quei milioni di italiani che quella sera erano davanti agli schermi a guardare le immagini in diretta televisiva. Ce ne erano infatti almeno tremila, che, in quella calda notte di luglio, erano in piazza. E no, non a guardare l’evento sui maxi-schermi, ‘chè ancora non esistevano per le dirette TV!
A recuperare il senno
Erano circa in tremila infatti, in piazza Duomo, a Milano. Perché, proprio mentre “l’uomo astronauta” metteva piede sulla luna, degli “astronauti umani” raccontavano “Astolfo sulla Luna”, ovvero l’Orlando Furioso, rappresentato dalla compagnia diretta da Luca Ronconi e con il testo dell’Ariosto rielaborato da Edoardo Sanguineti. Dalla fantasia poetica del Cinquecento alla realtà fantascientifica del Duemila.
Lo spettacolo aveva debuttato da poco al Festival dei due Mondi di Spoleto, e la replica straordinaria era davvero un piccolo evento, nella immensità dell’evento universale. Una compagnia teatrale con nomi di prim’ordine: Orlando era interpretato da Massimo Foschi, ma poi c’erano anche altre decine di eccellenti attrici e attori, come Mariangela Melato, Ottavia Piccolo, Michele Placido (solo per citare nomi poi celebri anche cinematograficamente e/o televisivamente).

Un’esperienza di cui non si trovano molte tracce sul web (ci siamo affidati all’I.A. per creare un’immagine evocativa ma non fedele, in quanto lo spettacolo era in forma itinerante e contemporaneamente su più piani narrativi, e il pubblico di conseguenza in piedi). Certamente ci sarà qualche immagine più profonda nei ricordi di chi abbia assistito a quella serata. Lo spettacolo andò poi in tournée proprio negli Stati Uniti, ed ebbe anche un discusso successo nella riduzione televisiva del 1975 con la fotografia di Vittorio Storaro (il nostro tre volte premio Oscar, tanto per rimanere in territori statunitensi)
La Terra vista dalla Luna
Ma torniamo al nostro astronauta de noantri. Ci dispiace deludere i più ferventi patrioti, ma Collins non era figlio di italiani: il padre lavorava per l’ambasciata statunitense e si trovava per poco tempo a Roma con la moglie, ma questo permise comunque il suo venire alla luce nella capitale italiana e a tentare di incuriosire i lettori con le nostre parole: infatti, la biografia di Collins, italiano o cittadino del mondo (anzi dell’Universo, è proprio il caso di dirlo) che sia, vale proprio la pena di essere cercata e letta. Senza nulla togliere ai nostri “veri” astronauti Cristoforetti, Parmitano, Vittori, Nespoli, Guidoni…
In un epoca, dove si insegue “l’evento”, potrebbe sembrare un insuccesso non aver toccato il suolo lunare per primo da parte di Collins. E invece, il nostro americano a Roma ne fa proprio il perno di considerazioni tra la filosofia, la scienza e la poesia.
“Sono stato l’uomo più solo e felice dell’universo”
Collins, con un linguaggio semplice ma non banale disapprova “le mode giovanili, l’adulazione delle celebrità e l’inflazione dell’eroismo”. Gli astronauti, scrive, non erano eroi, facevano soltanto un po’ di più del loro dovere. La celebrità è “un concetto insensato e vacuo” che corrisponde alla tautologia “essere noti per propria notorietà”. Poi, aggiunge qualcosa di estremamente e urgentemente contemporaneo: “La cosa più importante che ha imparato andando sulla Luna è la fragilità della Terra”. “Ho la Terra nel mio finestrino” è infatti la potente sintetica frase che trasmette alla Terra 28 ore dopo il lancio spaziale. Forse il primo vero messaggio-monito ecologico globale. Mentre i colleghi Armstrong e Aldrin saltellavano sulla Luna, lui per 48 minuti rimaneva dall’altra parte, dove non vedeva più neanche la Terra (nè aveva più contatto radio): extraterrestre solo nello spazio siderale. “L’unica forma di vita sono io (…) Lo percepisco con forza, non come paura o solitudine, ma come consapevolezza, attesa, soddisfazione, fiducia, quasi esultanza. Mi piace questa sensazione. Fuori dal mio finestrino vedo le stelle, e questo è tutto. Dove so che c’è la Luna, c’è semplicemente un vuoto nero”.
E la luna bussò
E se volete volare nello spazio un po’ anche voi, prima di leggere la biografia del “conterraneo” Collins, ascoltate il brano che i Jethro Tull (celebre gruppo britannico degli anni Settanta, il cui nome è curiosamente ispirato al pioniere dell’agricoltura industriale) hanno dedicato alla figura dell’astronauta-poeta: for Michael Collins, Jeffrey and Me . Collins morì nel 2021, e ora chissà in quale orbita si trova. Buon volo.




