Sovranità a geometria variabile

Negli scenari internazionali più recenti, il concetto di sovranità sembra valere in modo diverso a seconda di chi lo invoca o lo viola. Tra interventi “preventivi”, narrazioni di sicurezza e doppi standard, il diritto internazionale appare sempre più piegato alla logica della forza.


Venezuela, Groenlandia, Ucraina: quando la “sicurezza” diventa pretesto e il diritto si piega alla potenza

In una manciata di giorni, l’inizio del 2026 ha rimesso al centro una domanda antica: chi può violare la sovranità altrui, con quale racconto pubblico, e con quali conseguenze. La cattura di un Capo di Stato in America Latina e la riapertura del dossier Groenlandia mostrano come, dietro le parole “democrazia”, “stabilità” e “difesa”, spesso si muovano logiche di potenza che l’Occidente condanna quando arrivano da Mosca, ma tende a normalizzare quando partono da Washington.

Venezuela: catturare il vertice e chiamarla “operazione”

La vicenda venezuelana segna un salto di qualità: l’idea che il vertice di uno Stato possa essere “prelevato” e trattato come un bersaglio di law enforcement internazionale. Non è solo una questione di esito; è un messaggio geopolitico. Se la sovranità diventa condizionata al giudizio di una potenza esterna, allora il confine tra giustizia e guerra si fa indistinguibile.

A rendere il quadro più delicato è il nesso esplicito tra l’azione politica e il controllo dei flussi economici, in particolare energetici. Quando la “transizione” si accompagna a un ridisegno del rubinetto del petrolio e dei relativi proventi, l’intervento viene percepito — anche da osservatori neutrali — come una combinazione di regime change e ristrutturazione delle risorse.

Groenlandia: la sicurezza nazionale come diritto di acquisizione

La Groenlandia è tornata al centro del discorso strategico statunitense come elemento di deterrenza e proiezione nell’Artico. Il punto politico, tuttavia, non è che l’Artico conti di più: è che si parli di “acquisizione” e di “opzioni” che includono la coercizione verso un alleato NATO. Qui la sovranità viene trattata come variabile negoziabile, mentre la difesa viene usata come argomento preventivo: serve a trasformare una scelta di forza (o pressione) in una necessità tecnica.

Se passa il principio che la sicurezza nazionale giustifica l’annessione o l’acquisto sotto pressione, il sistema internazionale si sposta verso una logica proprietaria: territori come asset, popoli come dettaglio, alleanze come cornice flessibile. È una frattura non solo con il diritto, ma con la fiducia tra partner.

La cornice russa: NATO ai confini e “protezione” del Donbass

Putin ha giustificato l’invasione dell’Ucraina con due pilastri: l’impossibilità di accettare una minaccia militare ai confini (legata all’ipotesi di ingresso ucraino nella NATO) e la necessità di proteggere il Donbass da un conflitto che dura dal 2014.

Sul primo punto, la Russia sostiene che l’espansione NATO e la prospettiva, anche solo politica, di un’ulteriore avanzata verso est riducano lo spazio strategico di Mosca e aumentino il rischio di un accerchiamento. È una narrazione di sicurezza classica: la profondità difensiva come condizione di sopravvivenza.

Sul secondo, è un fatto che nel Donbass si sia combattuto per anni, con costi umani e un ciclo di escalation e tregue. Ma riconoscere l’esistenza del conflitto non equivale a considerare automaticamente legittima un’invasione su vasta scala. Il diritto internazionale, infatti, non trasforma una minaccia potenziale o un conflitto interno in un lasciapassare generale all’uso della forza: la soglia dell’autodifesa e il principio di proporzionalità rimangono centrali.

L’esperimento mentale: se Mosca avesse “prelevato” Zelensky

Immaginiamo che la Russia avesse catturato Zelensky e lo avesse portato a Mosca. L’Occidente avrebbe parlato di sequestro del Capo di Stato, decapitazione politica e regime change, con una condanna totale e immediata. E avrebbe avuto una ragione semplice: un’azione del genere rende esplicito l’obiettivo di spezzare lo Stato eliminandone la guida.

La domanda che mette a nudo il doppio standard è allora questa: perché la “cattura del vertice” è considerata, in certi casi, un atto inaccettabile e in altri può essere presentata come operazione di giustizia? La differenza non sta nella natura dell’atto, ma nella capacità di imporre una narrazione e nel peso delle alleanze.

Libia: “proteggere i civili”, poi il vuoto strategico

Il precedente libico è istruttivo perché mostra che anche quando esiste una cornice formale internazionale, il risultato può essere devastante se manca una strategia per il “dopo”. La promessa di stabilità e democrazia si è trasformata in frammentazione, competizione tra milizie, ingerenze esterne e instabilità regionale. La lezione è semplice: la decapitazione di un regime senza costruzione istituzionale produce spesso un vuoto che altri riempiono — non necessariamente con la libertà.

Kosovo: l’Italia dentro la costruzione dell’ordine

Anche l’Italia è stata parte della costruzione dell’“ordine occidentale” nei Balcani. Qui, però, conviene distinguere: l’intervento del 1999 e la fase successiva non sono la stessa cosa. Il primo è stato discusso a lungo per la sua controversa legittimazione; la seconda fase, quella della stabilizzazione, si è mossa in un quadro internazionale più strutturato.

Resta il punto politico: l’idea di “ristabilire” un ordine è sempre anche un atto di potere. E ogni volta che un’eccezione viene normalizzata, diventa un precedente che altri useranno per giustificarsi domani.

Regole uguali o eccezioni permanenti?

Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Libia, Kosovo: la trama comune è la sovranità trattata come privilegio, non come diritto. Le parole cambiano — difesa, deterrenza, protezione, stabilità — ma la logica è ricorrente: la regola vale finché non intralcia una potenza.

Se la “sicurezza nazionale” diventa un passe-partout, allora il mondo smette di essere un sistema di norme e torna a essere una mappa di zone d’influenza. E in quel mondo non si condanna davvero chi viola il diritto: si discute soltanto su chi abbia il potere di farlo senza pagarne il prezzo


Credits: Foto generata con l’IA

•  •  •

Condividi:

Immagine di Giacinto Cimolai

Giacinto Cimolai

Friulano. Fondatore del progetto sociale che fa riferimento all’associazione Comunità Etica.
Dal 2017 si dedica alla promozione e allo sviluppo di questo progetto, promuovendolo in Italia e all’estero.
Fondatore e responsabile del progetto di Tutela Legale Etica che si propone di difendere tutti coloro che sono afflitti dal Debito.
Presidente di Confisi-Friuli
Presidente della Cooperativa OPES.
Presidente Regionale per il Friuli Venezia Giulia dell’associazione di promozione sociale A.N.A.S.
Nel 2022 fonda la testata giornalistica CambiaMenti, di cui è direttore editoriale.
Ha pubblicato quattro libri

Sottoscrivi
Notificami
guest
1 Comment
Meno recenti
Più recenti Più votati
ACASH
ACASH
7 mesi fa

Purtroppo l’ordine mondiale oggi non esiste più. L’ONU non conta quasi niente. Chi ha potere fa quello che vuole e nessuno può chiedergli conto. In tanti Paesi gli americani sono andati dicendo di voler salvare i popoli, ma alla fine erano lì per interessi,

Articoli Correlati

La Casa del Social Journalism

Contatti

Scrivi o invia un comunicato stampa alla redazione

Questo sito è protetto da Google reCAPTCHA v3, Privacy Policy e Terms of Service di Google.

Newsletter

Resta aggiornato ogni settimana sui nostri ultimi articoli e sulle notizie dal nostro circuito.

Questo sito è protetto da Google reCAPTCHA v3, Privacy Policy e Terms of Service di Google.