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Soltanto una persona

La nostra – a dispetto di quanto pomposamente e orgogliosamente crediamo e proclamiamo – è  una società di persone “dipendenti”. Infatti, ci siamo così bene suddivisi i compiti e ci siamo così specializzati, che dipendiamo gli uni dagli altri praticamente per ogni cosa. Alcuni producono il cibo che noi mangiamo e i vestiti che indossiamo; altri insegnano ai nostri figli; il nostro latte viene consegnato ogni mattina nel supermercato vicino a casa, da qualcuno che dipende da qualcun altro per mungere le vacche. E così via.

La nostra stessa sopravvivenza è basata sugli altri. Pensate a un semplice blocco prolungato dei trasporti: nessuna (o quasi) possibilità di recarci al lavoro; nessuna possibilità di rifornirci di cibo; nessun acquisto di qualsivoglia articolo. Chiaramente c’è del buono in questa realtà sociale: l’uomo è di natura un animale sociale, e l’interdipendenza garantisce l’interazione di gruppo tra le persone. Ma c’è anche un pericolo. Forse il nostro ambiente moderno di vita collettiva ha oscurato il valore dell’individuo, il contributo unico che la singola persona può dare alla società, e la felicità che è il risultato della fiducia in sé stessi.

Ai nostri giorni sentiamo spesso la fragile scusa: “ma io sono solo un uomo (o una donna). Cosa posso mai fare?” Ma chi era Albert Schweitzer se non solo un uomo? Eppure, il suo lavoro alleviò l’incommensurabile sofferenza dei popoli dell’Africa e divenne il modello per molte istituzioni mediche in nazioni sottosviluppate.

E chi era Florence Nightingale se non solo una donna? Eppure, la sua determinazione per assistere i feriti della Prima Guerra Mondiale divenne la base per la moderna Croce Rossa.

Singoli individui hanno cambiato il corso della storia del mondo. E gli esempi potrebbero essere infiniti, perché gli esseri umani sono una “risorsa”, non dei “consumatori” come ci raccontano i politici, gli ambientalisti, gli economisti che sognano – da malati di mente quali sono – un mondo senza più bambini o con nascite programmate, magari grazie all’AI!  Le parole “Noi non cederemo mai” furono pronunciate da un singolo uomo durante i giorni oscuri immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale, quando la sopravvivenza del mondo libero era in dubbio. Furono queste le parole di Winston Churchill che divenne il simbolo vivente della sfida di un’intera nazione alle “macchine da guerra” che avanzavano alla conquista dell’Europa.

La storia ha ampiamente dimostrato che il valore e la forza della società dipendono meno da ciò che gli uomini hanno in comune rispetto a ciò che hanno di differente. In verità, dove l’uniformità è stata la regola, la stagnazione è stato il risultato.

Troppo spesso marciamo in plotoni. La nostra individualità è asservita ai capricci e alle mode, è comprata e venduta dai banditori d’asta del mercato quotidiano, giace spogliata dalle corrotte forze della pressione sociale e si piega di fronte al falso dio dell’uniformità.

Ogni identità ha la sua propria bellezza e sublime unicità che è l’essenza dell’individualità – e ogni individuo deve offrire quel contributo personale che solo lui può offrire – ai suoi familiari, ai vicini di casa, alla società e al mondo.  Nessuno è escluso.

Lo ha così espresso con semplici parole il cantautore Marcello Marrocchi nel suo brano “Voli di Dio”:

“Se ciascuno facesse il suo volo
non resterebbe attaccato al suolo.
Quello che siamo ha il suo nido nel cielo
ma sono in pochi a tentare quel volo.”

Sii tra questi.

Credits: Immagine di freepik

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Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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