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Quiet quitting, piaga inevitabile o campanello d’allarme?

Il quiet quitting, o “dimissioni silenziose”, è un fenomeno sempre più diffuso in ambito professionale, anche in Italia.
In un panorama lavorativo in cui al mito del lavoro fisso si associa una situazione sempre più instabile e dinamica, risulta difficile rinunciare ad un contratto a tempo indeterminato o ad uno stipendio certo. Capita tuttavia di sovente che il lavoratore non sia soddisfatto e il tempo passato in azienda si riveli una vera noia o, peggio ancora, fonte di disagio.
Ed è qui che entra in campo il quiet quitting.

Cos’è il Quiet Quitting?

Con il termine quiet quitting ci si riferisce alla situazione in cui un dipendente decide di abbandonare mentalmente il proprio lavoro, pur non lasciando effettivamente l’azienda.

Si manifesta quando il lavoratore perde interesse, motivazione o soddisfazione nel proprio ruolo, ma continua comunque a svolgere le proprie mansioni. Anziché manifestare la propria insoddisfazione il lavoratore si limita a fare “il minimo indispensabile” senza energia, motivazione o spirito propositivo.

Il dipendente evita di prendere iniziative, di contribuire attivamente alle discussioni di gruppo o di cercare opportunità di crescita professionale.

Il quiet quitting può essere paragonato a una sorta di “resistenza passiva”.

Questo fenomeno può essere causato da diversi fattori, come la mancanza di riconoscimento, la mancanza di opportunità di crescita, un ambiente di lavoro tossico o poco stimolante, o semplicemente una mancanza di interesse per il proprio lavoro. Il lavoratore potrebbe sentirsi intrappolato in un contratto a tempo indeterminato o in una situazione economica difficile, e quindi scegliere di rimanere in azienda nonostante la sua insoddisfazione.

Ci sono statistiche sul Quiet Quitting?

Non esistono studi e numeri ufficiali, in quanto si tratta di un fenomeno spesso non dichiarato e difficilmente quantificabile.

In base ai pochi dati disponibili pare che negli USA sia un fenomeno dilagante ( fonte: studio Gallup ). Si parla del 50% circa della forza lavoro.

Pare che anche in Italia il fenomeno si stia diffondendo, ci sono dei campanelli di allarme per il diffondersi del fenomeno quiet quitting.

Non ci sono dei numeri ufficiali, anche perché la “filosofia” del quiet quitter è di non “esternare” ma, spesso si tratta di un fenomeno temporaneo che precede la “crisi” e quindi le dimissioni.

Una nota congiunta del Ministero del Lavoro e della Banca d’Italia, comunicava che  “nel corso del 2021 le dimissioni sono gradualmente aumentate superando, nella seconda metà dell’anno, i livelli registrati nel 2020”. Nei primi dieci mesi del 2021 sono state rilevate 777mila cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, 40 mila in più rispetto al 2019.

Tuttavia, è importante sottolineare che il quiet quitting non è una soluzione ideale per nessuna delle parti coinvolte.

Per il dipendente, può portare a un senso di frustrazione, insoddisfazione e stress, con possibili ripercussioni sulla salute e sul benessere generale.

Per l’azienda, può comportare una riduzione della produttività e della qualità del lavoro svolto, nonché una diminuzione dell’engagement e della motivazione degli altri dipendenti.

Si tratta di un fenomeno che riflette la crescente insoddisfazione e instabilità nel mondo del lavoro.

È importante che le aziende prestino attenzione ai segnali di insoddisfazione dei dipendenti e cerchino di creare un ambiente di lavoro stimolante e soddisfacente per tutti.

Dove se ne parla?

Come anticipato, negli ultimi anni il fenomeno ha guadagnato importanza e notorietà a partire dai social networks. Su Tik Tok, per esempio, l’hashtag #quietquitting ha raggiunto più di 8 milioni di visualizzazioni.

Se ne parla anche in alcune serie TV, come Scissione“, e pullulano anche i video su YouTube.

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Raffaella Dellea

Gestisce un blog personale dal 2017 (Il TUO metodo per imparare a imparare: www.dellea-raffaella.socialacademy.com), ha pubblicato diversi libri di narrativa e da anni collabora con portali informativi su tematiche varie. Grazie a un’esperienza decennale nella gestione di acquisti e logistica per una multinazionale e come dirigente di associazioni di volontariato, ha acquisito importanti soft skill. Si occupa di percorsi di formazione personalizzati per adulti sul tema “imparare a imparare”.

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