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Oltre Orwell: Il Futuro della Sorveglianza Digitale e la Guerra alla Disinformazione

Come si farà a garantire che ciò che vediamo online sia conforme ai criteri di «sicurezza informatica»?

Un rapporto recente rivela che i leader globali non eletti del World Economic Forum (WEF) e i loro partner considerano la diffusione di «informazioni false e fuorvianti» in rete come la più grande minaccia alla «sicurezza informatica».

Il documento, pubblicato il 5 dicembre e intitolato «Cybersecurity Futures 2030: New Foundations”, afferma che: «Incrementare la fiducia sarà una priorità degli interventi di sicurezza informatica nel prossimo decennio. La circolazione online di informazioni sbagliate e disinformazione sono attualmente le maggiori preoccupazioni della sicurezza informatica».

I promotori dell’agenda del grande reset aggiungono: «La sicurezza informatica non si concentrerà più sulla salvaguardia della riservatezza e dell’accessibilità delle informazioni, ma sulla difesa della loro integrità e origine».

Il rapporto si basa sulle discussioni che si sono svolte in una serie di seminari in presenza nel 2023 a Dubai (Emirati Arabi Uniti), Washington DC (USA), Kigali (Ruanda), Nuova Delhi (India) e Singapore, oltre a un workshop online con partecipanti da vari paesi europei e dal Regno Unito, dove sono stati analizzati quattro scenari ipotetici di sicurezza informatica per il 2030.

I partecipanti hanno concluso che è necessario formare le persone in «alfabetizzazione informatica» e «sicurezza digitale» per affrontare quello che viene definito informazione e disinformazione di scarsa qualità, considerate «preoccupazioni essenziali per la sicurezza informatica».

Il rapporto afferma che c’è «la necessità di una vasta formazione in alfabetizzazione informatica per contrastare la disinformazione e la criminalità informatica di diverso tipo», in cui «l’istruzione e la sensibilizzazione sulla sicurezza digitale saranno cruciali». In altre parole, sembra che non sia più sufficiente fare ricerche in modo indipendente.

Gli autori del rapporto sostengono che i «governi stabili» potrebbero diventare dei «marchi di fiducia» per controllare il flusso di informazioni verso il pubblico: «Governi stabili che adottano strategie a lungo termine in ambito tecnologico e di sicurezza informatica potrebbero essere considerati come ‘marchi’ di affidabilità, ottenendo vantaggi nell’attirare talenti, assumendo un ruolo di leadership nella definizione di standard multilaterali e contrastando campagne di disinformazione».

Come si sa, i governi sono spesso visti come le autorità più attendibili per stabilire ciò che è vero e cosa rappresenta disinformazione. Inoltre, il rapporto nota che «Negli Stati Uniti si avvertiva una maggiore tensione su chi dovesse essere ‘responsabile’ della fiducia: il governo o il settore privato».

Gli autori concludono, ovviamente, che una collaborazione tra il settore pubblico e quello privato sia indispensabile per migliorare la sicurezza informatica e contrastare la disinformazione, a patto che vengano applicate le opportune «strutture di incentivi»: «La consapevolezza che i partenariati pubblico-privato siano cruciali per modificare l’equilibrio nella battaglia contro gli attacchi informatici statali e criminali e le operazioni informative sia stata accompagnata da un senso di dubbio sulla realizzabilità di tali partenariati con le attuali strutture di incentivi».

Per approfondire il concetto delle “global 3P”, vi invito a leggere il mio libro “Welcome 1984” scritto con Franco Fracassi.

Le Nazioni Unite stanno associando il «discorso d’odio» alla «mis-disinformazione» per giustificare una maggiore repressione. L’ONU ha dichiarato che: «La cattiva informazione, la disinformazione e l’incitamento all’odio sono fenomeni connessi ma distinti, con alcune aree di intersezione e differenze nei metodi di rilevamento, mitigazione e gestione».

Nel loro recente rapporto, i globalisti non eletti del World Economic Forum stanno collegando la disinformazione alla sicurezza informatica, definendo «sicurezza digitale» come «la capacità delle società di equilibrare la velocità della fiducia con quella dell’innovazione». Per ottenere la fiducia della società, il rapporto suggerisce che si dovrebbe «immunizzare» il pubblico dalla «cattiva informazione e la disinformazione». Questo significa che «Avere un pubblico dotato di una buona alfabetizzazione digitale e una base di clienti mediaticamente competenti, immunizzati dalla cattiva informazione e dalla disinformazione (MDM), rappresenterà una risorsa per le organizzazioni che cercano di prosperare in un’epoca di fiducia ridotta».

Questo approccio riflette quanto affermato da Klaus Schwab, il fondatore del WEF (World Economic Forum), all’evento annuale Cyber Polygon sulla sicurezza informatica nel luglio 2021. Durante il culmine dei lockdown globali, Schwab ha equiparato la sicurezza informatica alle misure sanitarie, sostenendo che «dobbiamo proteggerci non solo dal virus, ma anche sviluppare la capacità di resistere a un attacco virale. In altre parole, le mascherine non bastano. Abbiamo bisogno di vaccini per immunizzarci. Lo stesso concetto si applica agli attacchi informatici. Qui, è necessario passare dalla semplice protezione all’immunizzazione. Dobbiamo costruire infrastrutture IT con anticorpi digitali integrati per garantire una protezione adeguata».

Cyber Polygon, un evento di sicurezza informatica organizzato da BI.ZONE, una società russa di gestione dei rischi digitali controllata da Sberbank of Russia, con il sostegno del World Economic Forum e di INTERPOL, l’organizzazione internazionale della polizia criminale, finanziato in gran parte da fondazioni, come la Bill & Melinda Gates Foundation, la Fondazione Rockefeller, la Fondazione Thomson Reuters e altre, e da società private, come Microsoft, Pfizer, Philip Morris International, Sanofi e altre, che si doveva svolgere l’8 luglio 2022, è stato poi rinviato. Le edizioni precedenti si sono concentrate sulla preparazione a una possibile pandemia informatica, che secondo il WEF non è una questione di «se» ma di «quando» accadrà.

Durante l’incontro annuale tenutosi quest’anno a Davos, in Svizzera, Jeremy Jurgens, CEO del WEF, ha dichiarato, basandosi su un sondaggio condotto tra leader aziendali e del settore informatico, che «l’instabilità geopolitica aumenta la probabilità di un evento informatico catastrofico nei prossimi due anni». Nel contesto del Cyber Polygon 2020, Jurgens aveva già espresso la sua convinzione riguardo alla possibilità di un’altra crisi che si sarebbe diffusa a una velocità molto maggiore rispetto al COVID-19. Ha affermato: «Prevedo che la prossima crisi si svilupperà più rapidamente di quanto abbiamo visto con il COVID-19, con un tasso di crescita esponenziale molto più pronunciato, causando un impatto maggiore e, di conseguenza, implicazioni economiche e sociali ancora più significative».

Con la disinformazione ora legata alla sicurezza informatica, quali misure verranno adottate per «vaccinare» il pubblico? Quali «anticorpi digitali» saranno designati per assicurare che vediamo solo ciò che è ritenuto necessario per una questione di vitale sicurezza informatica?

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Credits: Immagine di creativeart su Freepik

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Carmen Tortora

Carmen Tortora

Laureata in matematica con indirizzo applicativo in ambito tecnologico, ha conseguito una specializzazione in analisi tecnica dei mercati finanziari.
Ha approfondito i suoi interessi per la natura e la scienza studiando biologia, viticoltura e enologia.
Attualmente lavora come insegnante nella scuola pubblica e come redattrice per la webradio Radio28TV e per il giornale online CambiaMenti. È co-autrice del libro NEXT con Franco Fracassi, per cui cura una rubrica di economia, finanza e tecnologia.

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