LA CASA DEL SOCIAL JOURNALISM

Le cose che non vediamo

Le immagini del violento terremoto e del catastrofico conseguente tsunami che ha colpito il nordest del Giappone l’11 marzo 2011 sono ancora presenti nella nostra mente. Le 14.000 vittime hanno suscitato la nostra emozione e il nostro cordoglio. I media se ne sono occupati ampiamente e a lungo. Le persone comuni ne hanno fatto argomento di conversazione mescolando solidarietà, rabbia e paura.

Che 14.000 morti ci colpiscano profondamente è più che comprensibile. Del resto, anche la morte di un solo essere umano non dovrebbe passare nell’indifferenza. Quello che stupisce è il fatto che la gente sembra ignorare che quell’11 marzo sono morte, nel mondo, circa 160.000 persone, ovvero più di undici volte quante ne sono morte per lo tsunami in Giappone, quello stesso giorno[1].  E che, mentre tragedie come questa sono l’eccezione, quel numero di 160.000 persone decedute si ripete ogni giorno. Sono infatti oltre 58 milioni le persone che muoiono ogni anno: ogni anno, una popolazione come l’Italia, viene spazzata via dalla faccia della terra. Come se una dozzina di tsunami come quello del Giappone si abbattessero in un giorno, in qualche angolo della terra, per tutti i 365 giorni dell’anno. E quasi nell’indifferenza dei media e della gente comune.

Tutto questo ci insegna due cose. Primo: che se sentiamo di dover provare solidarietà, rabbia e paura non dovremmo attendere un qualche evento catastrofico. Secondo: che molti altri nostri giudizi o opinioni, anche ben radicati, forse, sono il frutto non della valutazione della realtà, ma semplicemente una conseguenza di dove i riflettori dei media sono puntati.

La crisi (anzi, le crisi) di cui tanto si parla non è forse dello stesso genere dello tsunami dell’11 marzo? Oh, certo: i posti di lavoro persi sono reali, i cali (o crolli) di fatturato sono ben concreti, ma noi ci stiamo comportando come se le perdite di posti di lavoro e di fatturato fossero solo quelli generati dalla famosa bolla finanziaria americana. Ci siamo mai chiesti quante migliaia, quanti milioni di posti di lavoro sono stati persi prima e dopo il 2009[2] (e continuiamo a perdere) a causa dell’asfittica burocrazia dello Stato; di un Fisco iniquo; di leggi che hanno schiacciato l’imprenditoria; di Governi che non hanno governato o che hanno governato a danno del Paese; di Opposizioni che hanno impedito ai Governi di fare il loro mestiere; di accordi sindacali capestro; di sottocapitalizzazione delle nostre imprese; di miopia, egoismo e superbia imprenditoriale; di lavoratori che si interessano solo a uno stipendio sempre più alto e a un orario di lavoro sempre più ristretto; di cittadini che reclamano l’onestà dai governanti ma non da loro stessi?

Perché ci facciamo mettere in angoscia dalla notizia “Disoccupazione in aumento: mai così male dal ‘20XX’”? Come se quel ‘20XX’ fosse lontano anni luce! Se ci interessassimo meno a quello che dicono i media e ci concentrassimo sulla ricerca di soluzioni, non ne otterremmo tutti un sostanziale miglioramento?

Perché invece di lamentarci della stretta creditizia, non cerchiamo come possiamo utilizzare il sistema finanziario a nostro vantaggio, scoprendo quali sono le correzioni che possiamo portare alla nostra azienda per avere le necessarie risorse economiche? Conosciamo come fare per avvalerci della finanza straordinaria, ordinaria assistita o agevolata o, semplicemente, di una valida gestione del credito?  O, semplicemente, di una oculata amministrazione delle nostre finanze personali?

Credits: Foto di  192635 da Pixabay


[1] Senza dimenticare l’ancora più tragico bilancio di 222.000 morti a seguito del terremoto di Haiti del 2010. Ma anche quella cifra, per quanto spaventosa, è stata “statisticamente” ben poco influente.

[2] Per non parlare di quelli persi a seguito della cosiddetta pandemia da covid19.

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Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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