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Lampedusa come metafora

10 anni dal terribile naufragio: cosa è cambiato?

Il 3 ottobre di dieci anni fa, quasi 400 tra morti e dispersi segnavano per sempre la storia degli abitanti di Lampedusa e la narrazione degli sbarchi in tutta Italia. Il “Comitato 3 ottobre”, insieme ad altre prestigiose istituzioni e ospiti, organizza in questi giorni una serie di attività: incontri, workshop con studenti e insegnanti, spettacoli, dibattiti. La prima sera del programma è stata aperta il 30 settembre da una emozionante performance delle studentesse e degli studenti del Liceo Scientifico, Musicale e Coreutico “G. Marconi” di Pesaro: l’immagine in copertina è la foto della fine dello spettacolo, di cui parleremo più avanti. Ma perché scomodare Leonardo Sciascia, parafrasandone nel titolo un suo celebre libro-intervista del 1979?

Sbarcare il lunario

Di Lampedusa e dei suoi sbarchi, se ne parla ogni giorno, in ogni notiziario. Eppure, bisogna forse venire davvero nell’isola per capire cosa succede: perché le narrazioni a volte non sono complete (nella più onesta delle ipotesi). Quello che ogni giorno ci raccontano, in sintesi è: arrivano centinaia di migranti; l’isola è al collasso; l’Europa non li vuole. Detta così, sembrerebbe un’isola preda di clandestini che invadono le strade della cittadina e non sanno dove andare. In realtà, quello che si vede in giro sono invasioni sì, ma di ristoranti e bar, da parte dei turisti che ancora a ottobre godono della magnifica temperatura di Lampedusa e delle sue spiagge davvero uniche al mondo. Un’invasione senza dubbio benefica per i ristoratori e i commercianti, nonché per i gestori dei pochi ma costosissimi lidi (35 euro un ombrellone in prima fila, a ottobre) e per le decine di noleggiatori di auto e moto (non è consentito sbarcare sull’isola con la propria auto per i non residenti), nonché per la flotta navale (altro che barconi) che ogni mattina tra le 10 e le 10,30 salpa carica di villeggianti in visita al periplo della meravigliosa isola. Dove sono i naufraghi? Al sicuro, lontani dalla zona turistica, custoditi nel centro d’accoglienza per pochi giorni, a volte poche ore per il “ricambio”: non appena possibile, vengono smistati altrove tramite nave, aliscafi o aerei.

“C’è del marcio in Danimarca!” (Cit. Amleto)

Ah, gli aerei: una ditta danese (!) si è aggiudicata l’appalto per la continuità territoriale e garantisce i collegamenti con la Sicilia. I Danesi. A Lampedusa. Bisogna ricordare, a proposito, che la Danimarca, pur essendo nell’unione europea dal 1973, non è entrata nell’euro e si tiene ben stretta la sua corona danese (che evidentemente le permette di avere tariffe più competitive di altre compagnie europee per trasportare viaggiatori volanti ai confini dell’Africa).

No, a Lampedusa non vediamo clandestini per le strade. Vediamo invece decine di operatori di forze dell’ordine (polizia, carabinieri, finanza, marina, esercito, aeronautica…) che ovviamente per la maggior parte non sono del luogo e certamente ricevono uno straordinario/diaria di missione per la loro prestazione fuori sede. Giustamente. A spese nostre, però. Intendiamoci forze dell’ordine che fanno il proprio dovere e sono sotto pressione anche perché sotto il continuo occhio mediatico.

Sparare sulla croce rossa

Tra gli operatori in divisa che si vedono circolare per Lampedusa al pari di villeggianti con l’infradito, ci sono anche “quelli con la tuta rossa”, come li abbiamo sentiti chiamare dai lampedusani, ovvero gli operatori della Croce Rossa. Per riprendere il tema del titolo, è bene che si faccia anche qui una riflessione quando frettolosamente si parla di Croce Rossa: è una nobile e antica istituzione formata anche da volontari. “Anche”, perché oltre ai volontari che si fanno in quattro e rischiano la vita per salvare la vita di sconosciuti in difficoltà, ci sono anche dei dipendenti. Ed evidentemente pure tanti e/o ben stipendiati, se degli oltre 68 milioni di euro del budget a disposizione dal finanziamento pubblico della Croce Rossa Italiana (senza parlare delle donazioni e raccolte fondi…) quasi la metà (30 milioni di euro tondi tondi) finiscono per pagare il personale (qui gli ultimi dati di bilancio pubblicati sul sito della C.R.I.). Attenzione: tutto lecito! Anzi, come specificato sul sito web, L’Associazione della Croce Rossa Italiana – Organizzazione di Volontariato non è soggetta agli obblighi di pubblicazione in materia di “Bilanci” ai sensi della delibera n. 751 del 10 novembre 2021 dell’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC), recante “Indicazioni sull’applicabilità degli obblighi di pubblicazione del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 alla Associazione della Croce Rossa”. Ma forse questi dipendenti, a pensarci bene, non stanno a Lampedusa.

Che fine fanno i migranti?

I notiziari ci sparano la notizia degli sbarchi… Vogliono farci sentire in colpa? Hanno l’intento di farci pensare che in fondo c’è chi sta peggio di noi e quindi non dobbiamo lamentarci delle nostre vite? Vogliono terrorizzarci come hanno fatto con il Covid per tenerci sotto pressione? No, dai: non possono essere tutti d’accordo, no? Comunque, alla fine, non si capisce mai dove vanno a finire questi migranti: restano in Italia? Si sono nascosti in una corsia di Ikea? Li hanno rimpatriati su un Flixbus? Sono andati tutti in Danimarca a lavorare nelle linee aeree? Al massimo le tracce (mediatiche) si perdono quando arrivano sulla terra ferma, e qualche sindaco, prefetto o ministro alza la voce facendo un po’ il gradasso. E qui torna Lampedusa come metafora: infatti Gradasso è un personaggio presente sia nell’Orlando Innamorato (di Boiardo) che nel “Furioso” (dell’Ariosto). Ebbene, era un saraceno… Insomma un arabo, un musulmano, probabilmente anche di pigmentazione scura, che rubò la spada a Orlando (tutti ladri ‘sti saraceni!). E qui la letteratura gioca con la geografia e la storia (e un po’ di fantasia): è proprio nella battaglia di Lampedusa che Orlando uccide il Gradasso riprendendosi la sua spada. E dai, andate a cercarlo su google!

Cosa sappiamo davvero?

Le verità sono tante: la prima, terribile, è che in questi ultimi 10 anni sono morte 27.000 persone in mezzo al mare, davanti a quelle splendide spiagge colme di bagnanti anche in questo splendido autunno. Un’altra verità è che sono state fatte leggi “contro natura” per tentare di impedire ai pescherecci di salvare persone che stanno per annegare. Le altre verità però sono quelle che raccontano di una incapacità (impossibilità?) di mettere d’accordo le nazioni europee sulla gestione di chi arriva sulle nostre coste. Che non riescono a dialogare (non si mettono d’accordo sul prezzo o cosa?) con i Paesi africani (a costo di rimpiangere Gheddafi). Che poi, pensandoci con la cartina geografica davanti, ci viene da chiederci: perché questi disperati (veri) non partono dalla Tunisia verso Pantelleria (solo 75 km dall’Africa) e invece vanno a Lampedusa che dista 3 volte tanto dalla Libia (e comunque il doppio dalla stessa Tunisia, rispetto alla distanza di Pantelleria)? Eppure i Paesi Africani sono ricchi di risorse; perché non cerchiamo un dialogo con i loro governanti? E, laddove non ci fossero i governi affidabili, perché continuare a scambiare, ad esempio, armi in cambio di materie prime, oppure cercando di capire chi si arricchisce con i traffici di droghe? Ilaria Alpi è stata uccisa da un balordo?

Lampedusa come metafora di silenzi, accordi, giochi di potere, verità edulcorate: tutto sulla pelle di persone che però davvero perdono la vita. E che sicuramente non sono loro “i cattivi”. “Finché c’è morte c’è speranza” scriveva nel Gattopardo Tomasi di Lampedusa (che a Lampedusa non c’era mai stato: guarda un po’ a volte i luoghi comuni). E poi c’è il maledetto tranello in cui spesso cadiamo cioè trattare qualsiasi tema avendo la tentazione di doversi schierare come a un incontro di calcio: essere solo a favore, oppure completamente contro un argomento.

La terra di mezzo. Il mare di mezzo

Non c’è mai il tempo (la voglia, l’abitudine?) di un approccio critico, un approfondimento, una ricerca della verità. Ad esempio, è certo che arrivano dei disperati e che scappano spesso da situazioni terribili, ma è anche vero che c’è un’organizzazione (una serie di organizzazioni) che lucra sulla pelle di queste persone, e che qualcuno indubbiamente trae vantaggio e/o profitto (e molto) da queste situazioni. Lo diceva Massimo Carminati nelle intercettazioni del processo “terra di mezzo”: “i migranti rendono più delle droga”. La giornalista Francesca Ronchin, ad esempio, ha pubblicato da poco un coraggioso libro dove racconta con dati e documenti le collusioni, o quantomeno le straordinarie coincidenze, tra alcune ONG e i trafficanti di uomini: “IpocriSea” il titolo del volume. E cosa c’è di vero tra i finanziamenti alle ONG della Germania scoperti in questi giorni? E quanti soldi arrivano dall’Europa all’Italia per la gestione dei migranti? Ma soprattutto, chi li gestisce? Quando sui social leggiamo che lo Stato Italiano spende per un migrante 1000 euro al mese, il lettore superficiale pensa che ogni migrante riceve 1000 euro in mano, magari in banconote da 50 euro. Eh, no! Insomma: noi come ne usciamo? Come facciamo a non diventare dei mostri razzisti che non salvano chi sta annegando senza trasformarci in colpevoli complici di criminali senza scrupoli? Speriamo che gli incontri che in questi giorni a Lampedusa mettono insieme nomi e istituzioni di rilievo (clicca qui per il programma della manifestazione) diano, se non soluzioni, delle proposte concrete e non retoriche.

Sotto lo stesso cielo

Intanto abbiamo visto in scena una toccante performance realizzata dalle studentesse e dagli studenti del Liceo “G. Marconi” di Pesaro: “Sotto lo stesso cielo” racconta, con canzoni, coreografie, recitazione e immagini, la storia di quel 3 ottobre 2013 (e non solo). “Com’è profondo il mare” (di un visionario e straordinariamente attuale Dalla) è lo spunto per declinare cronaca ed emozioni, in un succedersi di “quadri” molto apprezzati dal numerosissimo pubblico dell’isola presente alla performance. Alla fine, sul palco, i ragazzi abbracciano alcuni dei sopravvissuti al naufragio di dieci anni fa e uno dei loro salvatori, il Vito Fiorino di cui andare fieri del genere umano. Ah, ci siamo informati: quei sopravvissuti adesso vivono in Svezia, Germania (non in Danimarca, però!). E hanno tutti un regolare passaporto europeo. Ci auguriamo che questi studenti e studentesse, grazie alla guida dei loro docenti (certamente appassionati, oltre che competenti) siano una nuova generazione che possa avere uno spirito critico e usare l’arte per raccontare, e infine essere accogliente e limpida, come le acque della baia dei conigli.

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Pascal La Delfa

Autore, regista e formatore, si occupa di attività artistiche e teatrali, anche in contesti di disagio e fragilità e in progetti europei. È stato autore anche per la Rai e formatore e regista per aziende internazionali. Collaboratore esterno per alcune università italiane, è direttore artistico dell’associazione Oltre le Parole onlus di Roma. Fondatore del “premio Giulietta Masina per l’Arte e il Sociale”. Di recente uscita un suo saggio sul Teatro nel Sociale.

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