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Le condizioni fisiche e mentali di Biden somatizzano il declino dell’Occidente?

Mentre il mondo è in preda a due guerre, quella in Ucraina e quella a Gaza, la superpotenza americana sembra una nave senza un valido capitano e senza una rotta precisa e ben tracciata e ciò appare evidente anche nella figura del Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. L’insufficiente aiuto fin qui fornito all’Ucraina ha fotografato l’impotenza di una Presidenza oramai incapace di farsi rispettare non solo dai nemici, come sono oramai considerate Russia e Cina, ma anche dagli alleati, anche se fortemente dipendenti dall’appoggio americano. L’Ucraina infatti non è stata affatto in grado di riconquistare i territori perduti nonostante sanguinose offensive e l’uso di armi fornite dall’Amministrazione Biden. Inefficaci si sono poi rivelati gli inviti rivolti al governo israeliano di “moderare” le azioni militari a Gaza. Non solo questi inviti, peraltro ripetuti, non sono stati raccolti, ma sono stati addirittura disattesi: l’esercito dello Stato d’Israele si appresta adesso a dare il colpo di grazia ad Hamas, ormai ridotta a controllare solo il sobborgo di Rafah. La Casa Bianca è preoccupata delle conseguenze che questo attacco può portare alla popolazione civile, ma i timori di Washington non smuovono di un millimetro la determinazione di Netanyahu di chiudere la partita con Hamas. Questa imbarazzante e per nulla esaltante situazione geopolitica è addirittura scolpita nelle condizioni fisiche e mentali sempre meno rassicuranti e confortanti del Presidente USA Joe Biden.

Una figura sempre più discussa

Secondo la teoria dello studioso Cesare Lombroso, le fattezze fisiche di una persona sono indicative della sua personalità, del suo carattere e addirittura della sua moralità. Senza scomodare Lombroso, è difficile negare che pochi presidenti americani siano stati così privi di carisma personale come Biden: anziano, dal volto stanco, sfiduciato, “gaffeur” come pochi,  claudicante, uso ad incespicare quando si sposta o sale dei gradini, non è certo fatto per dare fiducia e coraggio ai suoi collaboratori e sostenitori. Anzi, ispira sconcerto e preoccupazione a chi gli sta intorno e sempre più americani si chiedono se sia opportuno concedergli ancora quattro anni alla guida della superpotenza americana.

Ma il peggio è che sempre più persone NEL MONDO adesso si chiedono se sia giusto affidarsi agli USA per mantenere la stabilità dell’ordine internazionale, tanto più che spesso proprio quest’ordine è stato turbato e compromesso dalle iniziative della potenza egemone. L’unipolarismo USA in declino non poteva essere meglio rappresentato se non appunto da Biden e dalla sua scialba figura unitamente ad una politica estera, se non irresoluta, certamente recepita come tale da nemici e alleati, a partire dagli stessi ucraini che non smettono di lamentarsi dell’aiuto militare non risolutivo o insufficiente, mentre gli israeliani si stanno sempre più apertamente facendo beffe delle raccomandazioni dell’amministrazione americana di andarci piano con Gaza. A Biden non è giovata la recente polemica sullo stato della sua memoria. 

L’ennesima umiliazione per Joe Biden       

Il procuratore Robert  Hur, in merito ad un’inchiesta relativa a dei documenti segreti che si era portato a casa nei quali non aveva ravvisato reati a carico del Presidente, ha tuttavia affermato che Joe Biden è un vecchio smemorato. Dal punto di vista legale, Biden ne esce scagionato, ma dal punto di vista della sua immagine pubblica, ne viene totalmente danneggiato, tanto più in campagna elettorale oramai iniziata.

Lo speaker della Camera, Mike Johnson ha definito Biden “ non idoneo” per la Casa Bianca. “Un uomo così incapace che non può essere incriminato per aver mal custodito le carte è certamente inadatto allo Studio Ovale”  ha rincarato la dose.

Biden si è visto costretto a difendersi dall’accusa di essere sbadato e smemorato anche a causa dell’età che avanza indicendo una conferenza stampa nel corso della quale ha detto che la sua memoria è a posto, anche se ha dovuto comunque ammettere che “avrebbe dovuto prestare più attenzione a come i documenti in questione venivano gestiti”. Ma poi ha peggiorato le cose commettendo un’altra delle sue ormai proverbiali gaffe: rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva la strategia da seguire in merito alla guerra a Gaza ha menzionato Al Sisi come “Presidente del Messico”, scatenando l’ilarità generale e dei commenti ironici.

Catastrofiche ricadute internazionali

E’ pur vero che l’establishment americano, tra un presidente smemorato con una vice considerata un’autentica nullità e un candidato alla Presidenza che viene considerato pericoloso, se non proprio eversivo per gli interessi del Deep State, come viene chiamato l’apparato finanziario, militare, industriale americano, non ha dubbi: teniamoci il primo che si può manovrare facilmente. Ma la percezione internazionale degli USA che si conferma è quella di una nazione che non è in grado di mettersi a capo persone credibili per guidare non solo la potenza americana, ma tutto l’Occidente.

Il che fa da contrasto con le figure forti, dignitose, decise e con i nervi d’acciaio come Putin e Xi Jin Ping che rappresentano stati, anzi potenze dove la politica prevale ancora sull’economia e proprio per questo la politica è in grado di selezionare dei leader  forti e rappresentativi i quali sembrano determinati a sfruttare tutte le debolezze del gigante americano per mutare l’ordine e l’equilibrio mondiale.

Si è così scoperto il vaso di Pandora del declino americano e dell’Occidente. E non  è affatto un gran bel vedere.

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Massimo Magnatti

Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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