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La povertà che NON TUTTI vogliono eliminare

Generalmente si tende a pensare che abolire, contrastare o almeno ridurre la povertà sia un obiettivo dei governi del cosiddetto Occidente, il mondo “libero” così attento e amante dello Stato di Diritto e quindi anche a combattere la povertà che rende poco significativa la tanto ammirata e lodata “uguaglianza formale” di fronte alla legge. Ma non è così. Esistono Stati, società, culture, sistemi giuridici qui in Occidente che negano ANCHE NELLA TEORIA la stessa desiderabilità dell’obiettivo dell’eliminazione della povertà. E questa società è quella anglosassone: essa trova, non solo inevitabile, ma anche DESIDERABILE la povertà in quanto necessario elemento punitivo per chi fallisce e come elemento pedagogico per chi non lo ha ancora fatto.

Il Welfare made in USA

L’assenza o l’insufficienza di un Welfare negli USA non è dovuta solo alla necessità di risparmiare risorse da dirottare verso la speculazione finanziaria o le Forze Armate che sono oramai gli ultimi pilastri a reggere un impero oramai in declino che non è più in grado di esportare beni reali, visto che si è quasi del tutto deindustrializzato e privato ormai di una base produttiva e che anzi importa tutto ciò di cui ha bisogno in virtù di una valuta che il resto del mondo è costretto ad accettare come valuta “pregiata” (ma non lo rimarrà ancora per molto tempo, pregiata). No, esiste un aspetto culturale che rende la povertà (anche estrema) come un fenomeno pienamente accettabile e razionale (secondo questo approccio): deve esistere il perdente e il perdente deve essere prontamente riconoscibile e derisibile per dare al “vincente” piena e totale cognizione della sua condizione di vincente. Altrimenti, il vincente non si sentirà mai pienamente tale se non vede “perdenti” attorno a sé.

Un’eredità del puritanesimo

Tipicamente anglosassone è il proverbio: “Se ognuno fosse qualcuno, nessuno sarebbe nessuno”. Il sistema fiscale e giuridico anglosassone mira proprio a impedire che “ognuno sia qualcuno”. Esso CREA il povero apposta per perseguitarlo poi. Una perversione che deriva dalla mentalità puritana e della quale ne è l’erede: per i puritani è Dio che crea il dannato e lo ha predisposto da sempre e per sempre a quel ruolo. Il motivo? Per la maggior gloria dell’eletto. Perché all'”eletto” non è sufficiente essere tale e sentirsi tale. Deve PIENAMENTE sentirsi tale osservando con disgusto, ironia e disprezzo il dannato e vedere come si è ridotto, essendo povero, concludendo che questa è la sua giusta punizione in attesa di quella eterna nell’al di là, mentre lui è felice qui e ora, in attesa di essere felice in futuro anche nell’al di là. Da una parte l’eletto qui e ora e anche dopo; dall’altra il dannato qui e ora e anche dopo.

Estromesso Dio con il razionalismo trionfante ottocentesco la selezione naturale prese il posto, sempre nei paesi anglosassoni, della predestinazione protestante. Il puritanesimo anglosassone lascia il posto al darwinismo sociale, suo legittimo erede. Ecco perché negli Stati Uniti, i progetti di assistenza sociale non godono di grande favore e vengono sistematicamente stoppati, ridotti, centellinati o sottoposti limiti e condizioni. Urtano contro la creazione e il mantenimento della povertà che è un elemento pedagogico essenziale della morale americana. Perché l’uomo debba lavorare come un ossesso, ovviamente solo a beneficio di una ristretta oligarchia finanziaria, deve avere davanti a sé lo spettacolo della povertà e dell’indigenza, giusta punizione di chi non lavora o lavora male oppure di chi pur lavorando e magari anche bene, non ha saputo porre in essere “strategie vincenti” che lo hanno portato a evolversi e a collocarsi nella cerchia dei “vincenti” e degli “eletti”.

La forza del raffronto

Così, per costringere gli operai ad accettare salari bassi, si deve rendere penosa la disoccupazione o non ammettendo affatto sussidi di disoccupazione e tenendoli volutamente bassissimi. Altro esempio: gli sfratti esecutivi sono diventati rapidissimi negli Stati Uniti e senza tenere alcun conto delle condizioni familiari: ci sono centinaia di migliaia di famiglie che vivono per strada o in tende, abbandonate alle intemperie. Per contro, i miliardari che comprano abitazioni beneficiano di forti sconti, come premio per i loro “acquisti di lusso”. Tutto ciò è considerato naturale e non suscita alcuna protesta: gli USA sono la nazione delle “opportunità” ed è giusto che chi ha saputo coglierle si premi e venga premiato. È la conferma appropriata del suo successo. Un politico americano che voleva proporre qualche misura assistenziale per i poveri è stato redarguito dal suo consulente: “perdi voti se proponi cose simili. Gli americani non amano i poveri e non tifano per essi”. Ma quello che stanno facendo gli USA, pur non rendendosene ancora conto, è appunto uccidere il “sogno americano”: quello di riscattare la plebe.

Un cammino fallimentare

Fino a qualche decennio fa, i poveri, gli emarginati, i disperati della Vecchia Europa emigravano negli Stati Uniti per vivere più decentemente e i più ci riuscivano, grazie al fatto che il capitalismo americano era un capitalismo industriale ed espansivo. Ma ora che questo capitalismo non esiste più ed è stato sostituito da un capitalismo finanziario che taglia i posti di lavoro, non li crea, la società americana non riscatta più la plebe: LA CREA. E adesso è la Cina a riscattare semmai la plebe avendo tolto dalla povertà 800 milioni di cinesi e avendo aumentato i salari di dieci volte in venti anni, grazie alla sua potenza manifatturiera della quale invece il mondo anglosassone si è scelleratamente privato. Con la sua polarizzazione estrema tra super ricchi e super poveri e con la distruzione sistematica del ceto medio, la società americana è diventata una società da Terzo Mondo. Peraltro con debito pubblico e privato stratosferico e una bilancia commerciale perennemente in passivo. Unici assets che le sono oramai rimasti sono la finanza speculativa, il dollaro come valuta internazionale (ma fino a quando?) e le sue potentissime forze armate. Alla lunga (ma non tanto) non basteranno a evitare quello che gli anglosassoni hanno sempre rimproverato ad altri e ai meno fortunati di loro e che tuttora paventano e descrivono come massima disgrazia e vergogna: il fallimento!

Foto di Peter H da Pixabay

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Massimo Magnatti

Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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