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Dagli all’untore

L’irrazionalità individuale e di gruppo ha sempre creato, nel corso dei secoli,
una qualche paura sociale. Il nemico di turno, da qualche tempo, si chiama “pubblicità”.

Gli untori di un tempo

Nel raccontare il terribile episodio[1] della peste scoppiata nel milanese nel 1630, il Manzoni descrive le superstiziose interpretazioni della sua origine: “arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malie”. La paura scatenava una cieca caccia ai presunti autori, chiamati untori. Guai a chi fosse stato visto compiere un qualunque atto che potesse essere considerato “ungere” un muro, una porta o una colonna.  Per costoro era la prigione o la morte. Bastava un nulla per scatenare il grido “Dagli all’untore”!

Gli untori di oggi

Sono passati quasi quattro secoli. Ora tutti sappiamo che le epidemie sono le conseguenze del mancato rispetto di norme igieniche e sanitarie (quando non sono ben altri i motivi[2], come nel recente caso del Covid19, e non solo). Sono virus[3] e microbi a scatenare le malattie, non i malefizi. Però abbiamo ancora conservato, lungo gli anni, la nostra caccia agli untori. Non li accusiamo più di spargere sulle porte delle nostre case la peste. Nel ventunesimo secolo li accusiamo di spargervi… la pubblicità (o anche, semplicemente, delle idee non gradite ai padroni del vapore).

Ed ecco che il grido “dagli all’untore” si è trasformato nel proliferare di proclami affissi sui portoni di edifici grandi e piccoli: “qui non è gradita la pubblicità” e “vietato introdurre pubblicità”. I cittadini meno infuriati, più garbatamente, pongono un contenitore vicino alle cassette della posta o fuori del portone sul quale è riportato un asettico “la pubblicità qui”. In pratica, essi non dicono al nuovo untore “non fare il malefizio sulla mia porta”, ma “metti il malefizio nell’apposito contenitore”.  E secondo voi, dopo, questi cortesi inquilini si dividono tra loro, da bravi fratelli, in parti rigorosamente uguali il malefizio-pubblicità lasciato dagli untori?

Quale razionalità?

Se si capisce facilmente la paura dei nostri bis-bis-bis-bis-bisavoli di trovarsi con la peste in casa, è difficile capire la paura dei nostri concittadini di trovarsi della pubblicità nella loro dimora. Hanno forse paura che dépliant e volantini contengano un virus che susciterà in loro la voglia irrefrenabile di acquistare qualcosa di cui non hanno assolutamente bisogno? La graziosa ragazza ventenne correrà ad acquistare un dopobarba dopo che in casa sua è entrato un venefico volantino della Mennen? L’operaio cinquantenne sentirà l’irresistibile impulso di acquistare (e poi indossare) un paio di collant colorati semplicemente perché ha avuto l’irresponsabilità di appoggiare sul tavolino del soggiorno un dépliant di Calzedonia? L’attivista della Lega Protezione Animali si troverà travolta da un insano desiderio di possedere una pelliccia di visone perché inavvertitamente, tra la posta era rimasto acquattato un buono sconto di Annabella Pellicce? 

Non suonate il campanello se…

Qualche tempo fa mi sono soffermato a camminare sotto i portici di un grazioso complesso residenziale appena terminato. Al piano terra grandi vetrate lasciavano vedere i locali vuoti, in attesa di ospitare negozi e altre attività commerciali, così come gli appartamenti dei piani superiori attendevano i futuri inquilini. La mia attenzione è stata attratta da grandi cartelloni affissi su ogni vetrata. Indicavano la metro quadratura del locale? Oppure un recapito telefonico ove potenziali acquirenti o affittuari avrebbero potuto rivolgersi? No, riportavano a caratteri cubitali la scritta: “Divieto di lasciare carte pubblicitarie nella residenza”. Sì, ormai “Vade retro pubblicità”, è il grido che percorre le nostre strade e le nostre piazze.  Possibile che la prima preoccupazione di un’impresa edilizia, appena smontate le impalcature, debba essere quella di preservare i propri futuri inquilini dal terribile flagello della pubblicità?

Suonate il campanello solo se…

In diversi paesi di una regione del Nord-est d’Italia non era raro trovare sino a qualche tempo fa, su numerosi campanelli, una vetrofania che diceva: “In questa casa i Testimoni di Geova non sono graditi”, oppure: “Testimoni di Geova, non suonate a questa casa”. Non sarebbe più semplice opporre un cortese rifiuto all’invito di altrettanto cortesi, anche se forse un po’ insistenti, Testimoni di Geova? Non è forse la consapevolezza della propria ignoranza religiosa a spingere tante persone a temere chi, invece, dedica del tempo a conoscere la propria fede?

Di questo passo non arriveremo forse a esporre sui nostri campanelli una Lista di Proscrizione, tipo: “In questa casa non sono graditi i milanisti (o gli juventini), gli antiabortisti (o gli abortisti), i diessini (o i leghisti), i meridionali (o i settentrionali), i novax (o i provax), i negazionisti (o gli antinegazionisti) …?”.

La vera ragione

Allo stesso modo chiediamoci: la gente ha davvero paura della pubblicità o, piuttosto, non è forse che ha paura di sé stessa, della propria mancanza di autocontrollo, di non essere capace di distinguere tra desideri e necessità? Non svolge forse la pubblicità un servizio che serve proprio al normale cittadino? Come fa questi a sapere che una nuova lavasecco è stata aperta in un certo quartiere, permettendo ai suoi abitanti di farne uso senza bisogno di prendere la macchina per andare in quella che si trova a un paio di chilometri di distanza? Come fa la famiglia che vuole comprare un computer per il proprio figlio a sapere che il modello che le interessa è in promozione presso un certo negozio, fatto questo che le permetterebbe di risparmiare alcune decine di euro? Come fanno gli automobilisti che amano lavarsi l’auto da soli a sapere che possono farlo con minore fatica grazie a una idropulitrice se nessuno dice loro che questo prodotto esiste?

Certo le aziende pubblicizzano i loro prodotti perché ne hanno un vantaggio, ma anche i consumatori hanno il loro. È evidente che nessuna azienda può sapere in anticipo quale coppia sta progettando una vacanza. Così, anche quelle che vi sono appena state, che hanno altri interessi o altre possibilità economiche, troveranno nella loro cassetta delle lettere la pubblicità di un’agenzia di viaggi. In questo caso, non sarebbe più semplice gettare il dépliant nel cestino della carta (da riciclare, ovviamente)?

Il giusto atteggiamento

Invece di temere le idee degli altri (un partito, una fede, un’idea, un prodotto) faremmo molto meglio a imparare a selezionare, prima, e a difendere, poi, le nostre stesse idee, opinioni e scelte.

Benvenuto tu che la pensi diversamente da me, perché mi aiuti a non fare della mia mente un corso d’acqua stagnante.

Benvenuta tu, pubblicità, perché mi aiuti a sapere cosa avviene attorno a me e moltiplichi le mie possibilità di scelta.

Credits: Foto di Nisha Gill da Pixabay


[1] “I Promessi Sposi”, cap. XXXI.

[2] Vedere libri come “L’industria della vaccinazione” di Pietro Ratto e “Stato criminale” di Umberto Mendola, solo per citare opere in italiano.

[3] Anche se c’è chi, come il prof. Stefano Scoglio, esclude in maniera ben documentata, nel suo bestseller “Apandemia. Dalla falsa scienza alla più grande truffa della storia”

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Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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