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Comunicare non è inventare nuove parole

Ci sono parole cariche di emozioni. Quando queste sono negative, invece di cambiare l’emozione, cambiamo le parole. È come se bastasse cambiargli nome perché un vulcano o un terremoto perdano la loro potenza distruttrice.

Un linguaggio in evoluzione

L’uso delle parole, si sa, cambia con il tempo. In parte è una questione di evoluzione di una lingua per seguire il progresso scientifico. Nessuno sentiva il bisogno di inventare il vocabolo “aeroplano” finché qualcuno non si mise a costruire quelle che, inizialmente, venivano chiamate “macchine volanti”. Fino a 20-30 anni d’anni fa la parola “telefonino” era un vezzeggiativo, un diminutivo per indicare un “piccolo telefono”, cioè un giocattolo per bambini o un soprammobile. Oggi identifica quel mezzo di comunicazione di messaggi (parlati o scritti) e di sé (status symbol), che hanno anche i bambini di dieci anni.

L’evoluzione di una lingua ha anche motivazioni sociali. Quando cambiano i modi di rapportarsi tra le persone avviene un cambiamento in quello che chiamiamo “registro”. Negli anni Trenta si usava il “voi”, negli anni Cinquanta il “lei”, ora siamo nell’epoca dell’egualitario “tu”. Chi usa più espressioni come “Voglia ella farsi interprete…”?

Un altro motivo di cambiamento in una lingua è l’influenza di termini stranieri. Diciamo infatti che il latino è una lingua morta, mentre l’italiano è una lingua viva. Termini stranieri, come ticket, shopping, fitness, pass, ecc. sono entrati nel linguaggio comune.

Ma qui vogliamo attirare l’attenzione su un tipo particolare di evoluzione: quella dei vocaboli che si riferiscono a persone o mestieri poco apprezzati socialmente o oggetto di imbarazzo o di derisione.

Una parola sgradita: spazzino

Uno di questi è “spazzino”, ovvero colui che provvedeva alla raccolta delle nostre immondizie per portarle alle discariche pubbliche. Si chiamava così perché, appunto, “spazzava” via (eliminava) i rifiuti domestici, oltre a spazzare le strade. Se si chiedeva a un bambino quale fosse il mestiere di suo padre, lo diceva ad alta voce se questi faceva l’impiegato, il medico, il commerciante; lo diceva a mezza voce se faceva l’operaio; diventava rosso dall’imbarazzo, se non dalla vergogna, se faceva lo spazzino. E non era diverso se la domanda veniva fatta alla moglie o al diretto interessato.

Se una giovane donna presentava al padre il suo innamorato e questi di mestiere faceva lo spazzino, sapeva già che il genitore non avrebbe molto approvato la sua scelta.

Come hanno pensato i nostri comunicatori di risolvere questa imbarazzante situazione? Semplicissimo. Hanno inventato un nuovo nome: “netturbino”. Fu un successo… all’inizio. Dire “netturbino” dava l’idea di un mestiere importante, visto che pochi sapevano cosa volesse dire. E anche se al nome si faceva seguire una spiegazione, il termine sembrava già più elevato di “spazzino”. Ma, col tempo, la nuova parola è andata pienamente a sostituirsi alla precedente sino ad assumerne la stessa scarsa valenza sociale. Si era così al punto di partenza.

Cosa fare? Ecco i nostri bravi comunicatori industriarsi a coniare un nuovo termine. E fu così che venne alla luce il fantastico “operatore ecologico”. Un’idea geniale, perché il semplice raddoppio di parole necessarie faceva sembrare doppiamente importante la relativa professione. Inoltre, l’abbinamento di un sostantivo con un aggettivo suggeriva l’appartenenza a una categoria più vasta, quella generale degli “operatori” (operatore commerciale, operatore sanitario, ecc.). Per di più, lo specifico aggettivo si sposava con la crescente sensibilità ambientalista del pubblico in genere. Al momento questo nome suona bene, ma quanto tempo ci vorrà perché riassorba in sé tutte le valenze negative dei precedenti “netturbino” e “spazzino”? Appena la gente accompagnerà la parola “operatore ecologico” all’immagine di “colui che raccoglie i rifiuti”, saremo tornati al punto di partenza.

Non solo. C’è da notare che, a mano a mano che il termine si “elevava”, dall’altra parte scemava il livello di servizio reso. Infatti, mentre lo “spazzino” raccoglieva le immondizie nel suo carretto (a pedali un tempo, poi motorizzato) e raccoglieva anche i sacchetti posti fuori dai contenitori e lo sporco eventualmente caduto per terra, oggi l’ “operatore ecologico” passa con il camion, svuota automaticamente il cassonetto, ma lascia dove si trova tutto ciò che eventualmente dovesse essere finito per terra durante tale operazione, come tutto ciò che incivili o distratti cittadini hanno depositato o fatto cadere fuori dai cassonetti. Quindi lo “spazzino” lavorava meglio dell’“operatore ecologico”. Il risultato è che ora quelle che chiamiamo pomposamente “isole ecologiche” (una volta dette “angolo dei cassonetti”) spesso non sono altro che maleodoranti, antigienici e rivoltanti accumuli di sporcizia.

Una parola sgradita: minorato

Ma passiamo a un altro esempio. Coloro che tra noi, per nascita, infortunio o malattia erano colpiti da qualche disgrazia invalidante, venivano chiamati “minorati”.  Ma dire di qualcuno che era un “minorato mentale” o un “minorato fisico” suonava negativamente alle orecchie di troppe persone. Molte, infatti, accompagnavano questo termine con atteggiamenti negativi, quali imbarazzo, disprezzo, compatimento, e così via.

Di nuovo, solerti comunicatori hanno identificato la soluzione del problema (visto come tale sia per chi era colpito da simili limitazioni, sia per le cosiddette persone “normali”) sostituendo a “minorato” la parola “handicappato”. Un’idea considerata da molti come geniale perché si è pensato che prendendo un vocabolo straniero e italianizzandolo per indicare, ad esempio, uno storpio come handicappato, avrebbe superato ogni imbarazzo dall’una come dall’altra parte.

Anche qui è stato un successo iniziale. Nemmeno i giornali avevano alcuna remora a usare questo termine persino nei titoli dei loro articoli. Ma presto il termine ha assunto la stessa valenza del vecchio nome, cosa questa che ha richiesto l’invenzione di un nuovo termine. Siamo così passati a “portatore di handicap”. Pure questa è sembrata una pietra miliare, una soluzione definitiva. Sì, perché mentre “handicappato”, essendo un aggettivo sostantivato, faceva coincidere il problema con la persona, ora si scindevano le due cose: la persona è definita “portatore” (siamo tutti portatori di qualcosa, se non altro di buone o cattive notizie…), di che cosa? Di un handicap, cioè di qualcosa a lui esterna.

Un nuovo iniziale successo. Ma con il tempo (non molto in verità) la reazione delle persone direttamente coinvolte e degli altri è tornata a essere quella di prima: nessun cambiamento di vocabolo può modificare in alcuna maniera qualsivoglia situazione. Altro balzo inventivo e i comunicatori hanno ora coniato il termine “diversamente abile”. Non sappiamo quanto lunga sarà la vita di questo termine così “carino”, ma così privo di un vero significato data la sua assoluta genericità. Non siamo forse tutti “diversamente abili” gli uni dagli altri? E quale diversa “abilità” ha quell’infelice il cui cervello non gli permette alcuna forma di pensiero?

Il pensiero dietro la parola

Cosa vuol dire tutto questo? Che anche in questo caso è stata scelta la via più facile, ma anche quella meno efficace.

Coloro che, quando vedono qualcuno con delle limitazioni lo guardano o gli si rivolgono con disprezzo o superiorità o si girano dall’altra parte o lo deridono, lo faranno anche se potessimo cambiare ogni giorno nome alle malattie o alle malformazioni. Possiamo dire “cieco” o “non vedente”, “sordo” o “non udente”, “mongoloide” o “down” con estrema gentilezza, simpatia, comprensione e sensibilità oppure con supremo sprezzo e scherno. Serve a poco, sui mezzi pubblici di trasporto, sostituire la targhetta “posto riservato agli anziani e agli handicappati” con “posto per passeggero con ridotta capacità motoria” quando poi non ci si preoccupa di educare le menti. Non sono le parole a fare la differenza, ma i pensieri e i sentimenti che abbiamo dentro di noi.

È qui che può fare la differenza la vera comunicazione con la sua capacità di informazione e di educazione.  I veri comunicatori non sono tali perché sono bravi a parlare, ma perché capaci di far riflettere e di far comprendere le cose.

Invece di cambiare nome agli “spazzini” non sarebbe stato meglio che le Aziende incaricate della raccolta dei rifiuti facessero una campagna per “comunicare” l’immensa utilità del loro lavoro, facendo capire ai cittadini che senza l’opera degli spazzini la nostra vita sarebbe in pericolo e le nostre città invivibili? Comunicare questo avrebbe reso gli spazzini (e le loro mogli, i loro figli) fieri di essere tali.

Pensiamo ai vigili urbani. Nessuno di noi li ama, vero? Non sono forse loro quelli che ci mettono le multe quando lasciamo l’auto in sosta vietata, attraversiamo imprudentemente un incrocio all’arancione, non ci fermiamo allo stop? Invece di preoccuparsi ogni tanto di cambiare il loro nome (“vigili urbani”, poi “polizia municipale”, quindi “polizia locale”) non sarebbe stato più lungimirante, da parte delle varie Municipalità, spendere qualche soldo per comunicare alla cittadinanza il servizio che rendono a tutti noi? Non è forse grazie a loro che possiamo attraversare con maggiore sicurezza le nostre strade, abbiamo meno paura di attraversare con il verde, c’è un po’ più di tutela nelle nostre città?

La vera comunicazione fa capire, non inventa nuove parole.

Credits: Foto di Ben Kerckx da Pixabay

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Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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