Nella capitale americana si sono riuniti i leader dei 32 Stati membri per il vertice annuale dell’Alleanza Atlantica nell’occasione del 75esimo anniversario dalla fondazione della stessa. Tanti i temi discussi, dal sostegno all’Ucraina, alla condanna per l’aggressione russa, fino alla minaccia cinese.
Si è conclusa giovedì 11 luglio la tre giorni di Vertice Nato a Washington D.C.. Un summit carico di significato, che celebra i 75 anni dalla nascita dell’Alleanza Atlantica, da quel lontano 1949, dove si sancisce la fine dell’era Stoltenberg, il quale dopo dieci anni da Segretario Generale, passerà il testimone all’olandese Rutte e che pone il focus sì sull’Ucraina ma anche sulla Cina.
Un vertice permeato anche dai dubbi riguardanti la senescenza del Presidente americano Joe Biden, ottuagenario leader a capo della Nazione più importante del Club Nato. Il Presidente è stato protagonista di un paio di gaffe, tra le quali l’aver erroneamente scambiato Volodymyr Zelensky per Vladimir Putin e l’aver confuso Kamala Harris con Donald Trump come vice presidente della sua amministrazione.
A Latere dei lapsus di Biden, le dichiarazioni finali del vertice tentano di strutturare l’adesione dell’Ucraina alla Nato e rafforzare l’unione dei Paesi nella produzione industriale, pericolosamente dimidiata da anni di calma apparente e deindustrializzazione sospinta dalla globalizzazione.
Ucraina nella Nato?
Nelle dichiarazioni conclusive del Summit è stato messo nero su bianco il percorso verso l’adesione all’Alleanza Atlantica di Kiev, attraverso alcune azioni propedeutiche all’ingresso dell’Ucraina nella Nato.
Tra queste l’istituzione della Nato Security Assistance and Training for Ukraine – Natsu, funzionale al coordinamento per la fornitura di equipaggiamento militare e l’erogazione dell’addestramento necessario al personale militare gialloblù.
Invero dallo scoppio della guerra in Ucraina, Kiev ha sensibilmente accelerato il suo percorso di omogenizzazione agli standard Nato in termini di armamenti e addestramento. La progressiva dismissione delle scorte militari di epoca sovietica e la graduale implementazione di materiale bellico di matrice occidentale hanno funto da volano a questo processo.
Nelle intenzioni dei decisori dell’Alleanza la Natsu consentirà di sostenere l’autodifesa di Kiev senza trascinare la Nato nel conflitto, favorendone altresì la progressiva integrazione del Paese est europeo all’alleanza. Sarà nominato un rappresentante dell’Alleanza a Kiev, per acuire la cooperazione tra la Nato e l’Ucraina.
Permangono tuttavia alcuni dubbi sull’adesione dell’Ucraina alla Nato. In primis, quale Ucraina dovrebbe aderire alla Nato e quando?
I Paesi dell’Alleanza predicano l’integrità territoriale dell’Ucraina ma de facto, a meno di improbabili ritiri delle forze russe dal territorio occupato, il Paese non è in possesso di tutti i suoi territori, avendo un esercito invasore stazionante sul suo suolo. Anche in caso di congelamento del conflitto stile coreano, quali sono i confini all’interno dei quali l’Ucraina sarà protetta dallo scudo garantito (?) dall’art.5 della Nato? Gli oblast occupati di Kherson, Donetsk, Luhansk e Zaporizhzhia parzialmente dominati da Mosca rientrerebbero all’interno dell’Alleanza?
Se sì questo comporterebbe avere un Paese tecnicamente già in stato di guerra all’interno dell’Alleanza con tutte le conseguenze che questo comporta. Negli anni Novanta si è a lungo discusso tra diplomatici e funzionari Nato circa la presenza di conflitti all’interno di Paesi richiedenti l’ingresso nell’Alleanza. In generale l’assenza di controversie territoriali è un prerequisito per aderire alla Nato, poiché un membro che presenti tale caratteristica verrebbe automaticamente considerato sotto attacco e potrebbe adire all’art.5 al momento stesso dell’ingresso.
Altro aspetto da considerare è che per poter aderire occorre l’unanimità di tutti e 32 i membri. Paesi ambigui, che vantano chiare connessioni con la Russia, come Ungheria e Slovacchia (entrambi membri dell’Alleanza Atlantica) verosimilmente potrebbero opporsi all’ingresso di Kiev nella Nato, ritardando lo stesso sine die. Basta prendere ad esempio il caso della Svezia, che a causa del veto turco ha dovuto attendere svariati mesi prima di divenire il 32esimo membro dell’Alleanza.
Il tutto senza considerare l’incognita Donald Trump che non ha mai fatto mistero delle insofferenze patite verso gli alleati della Nato e verso il procrastinarsi del conflitto in Ucraina. Il Tycoon se dovesse tornare al potere potrebbe ostacolare il processo di adesione di Kiev.
La Nato oltre l’Atlantico
Al vertice washingtoniano hanno partecipato Paesi esterni all’Alleanza (oltre all’Ucraina). Dall’Australia al Giappone, dalla Nuova Zelanda alla Corea del Sud; sono molti i partner d’oltreoceano schierati con Washington e soci che puntano ad acuire la cooperazione in ambito di sicurezza.
I prodromi di un’espansione della Nato a Est nell’Indo-Pacifico erano stati depressi dal Presidente francese Macron, che aveva negato l’apertura di un ufficio di collegamento dell’Alleanza a Tokyo, in ossequio alla strategia transalpina, che ricerca un’autonomia strategica nell’Indo-Pacifico, dopo le batoste africane subite di recente.
A Washington i 32 membri hanno fatto un rimando esplicito alla Repubblica Popolare Cinese e al suo atteggiamento sempre più assertivo. Nel documento finale si evince come la Nato accusi la Cina di “ambizioni politiche coercitive che sfidano gli interessi e la sicurezza dell’Alleanza” denunciando altresì il sostegno che Pechino garantisce a Mosca nel conflitto in corso in Ucraina.
In oltre due anni di guerra la Cina ha sostentato lo sforzo bellico russo rifornendo Mosca di materiale dual use, componentistica, tecnologia. si è anche evidenziato come Pechino aiuti il Cremlino ad aggirare l’embargo al quale la Russia è sottoposta. Accuse rispedite al mittente. Per il tramite del proprio portavoce del ministero degli esteri Jian, la Cina ha bollato le dichiarazioni come evidenti bugie e calunnie. Ancora, il rappresentante politico sinico a Bruxelles ha parlato di mentalità da “Guerra Fredda e retorica belligerante” invitando altresì la Nato a disinteressarsi dell’Indo-Pacifico, mantenendo il suo ruolo di organizzazione regionale difensiva del nord Atlantico.
È palese come Pechino veda come fumo negli occhi il potenziale spostamento della Nato a est. Per Washington l’optimum sarebbe provare a collegare l’impianto difensivo Nato a quello Indo-Pacifico, o alternativamente creare un clone asiatico che possa contenere le spinte egemoniche cinesi, coinvolgendo i partner europei.
Il focus su questo quadrante oggi risulta sempre più impellente per le cancellerie occidentali, lo dimostrano le recenti manovre delle forze armate italiane: l’Aeronautica Militare italiana in questi giorni sta partecipando all’esercitazione Pitch Black 2024 a fianco della Raaf (Royal Australian Air Force) e altre aeronautiche Indo-Pacifiche. La Marina ha schierato il Cavour, assieme alla fregata Bergamini, nelle acque oceaniche di quel quadrante per una campagna di cinque mesi, a dimostrazione di come Roma punti a estroflettere le proprie capacità di dispiegamento ben oltre il Mediterraneo.
Le tensioni alle quale assistiamo oggi nel quadrante Indo-Pacifico (nella sola giornata del 12 luglio Pechino ha inviato oltre 60 aerei e 7 navi oltre la linea mediana dello Stretto di Taiwan), rendono impellente per i Paesi allineati a Washington inviare un segnale. Complice la progressiva polarizzazione dei blocchi geopolitici si assiste oggi a un coinvolgimento delle forze armate dei Paesi europei nel contenimento cinese direttamente nell’Indo-Pacifico, quadrante che pone in rotta di collisione Washington e Pechino.
Allineata al pensiero cinese anche la Russia che bolla la Nato come una “seria minaccia per la sicurezza della Federazione Russa”, come affermato dal portavoce Peskov. Ai decisori russi non hanno certo fatto piacere gli impegni che i membri Nato hanno sancito a Washington, dai 40 miliardi promessi per sostenere la difesa Ucraina all’impegno al raggiungimento del fatidico 2% del Pil in spese per la difesa. Nuvole grigio scuro si addensano da Kiev a Pechino.
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