Psicologi e pedagogisti avvisano, sempre di più, dei pericoli dei cellulari per bambini e ragazzi molto giovani.
Il pericolo è tale che Francia, Finlandia, Svezia, Olanda e Regno Unito vietano l’uso degli smartphone a scuola.
Una generazione con ansia da smartphone
Lo psicologo americano, docente alla New York University, Jonathan Haidt, nel suo libro “The anxious generation”, consiglia ai genitori di non dare lo smartphone ai propri figli prima delle scuole superiori.
L’infanzia basata sui cellulari, afferma lo studioso, è mentalmente malata e squallida.
Lo sviluppo psicologico è fortemente rallentato.
Giocare con lo smartphone invece che con amici e giochi reali, causa:
- deprivazione sociale;
- problemi di concentrazione, con il tipico fenomeno della attenzione frammentata;
- dipendenza.
È essenziale che l’infanzia si basi su giochi e socialità, per sviluppare capacità fisiche e sociali, imparando, nel contempo, a risolvere i conflitti.
Haidt suggerisce che:
- i bambini non abbiano lo smartphone fino alle superiori;
- non siano sui social fino ai sedici anni;
- non sia consentito l’uso dei cellulari a scuola: questo consentirebbe di avere più tempo per l’apprendimento e per sviluppare amicizie reali tra coetanei;
- che i bambini giochino liberi all’aria aperta.
Gli studi e la situazione in Italia
Sin dal 2018, Haidt ha fatto ricerche “sul contributo dei social media nel declino mentale degli adolescenti e l’aumento delle problematiche disfunzionali”.
Lo studio dimostra che dal 2012 è iniziata la cosiddetta “malattia mentale adolescenziale”.
Sono aumentati i fenomeni di depressione ed ansia tra gli adolescenti statunitensi, che, fino all’avvento dell’iPhone, erano piuttosto stabili, ma, dal 2010 al 2019, hanno visto un incremento del 50% (Haidt per “The Atlantic”).
Anche il tasso di suicidi è cresciuto del 48% tra gli adolescenti tra i dieci e i diciannove anni. Per le ragazze tra i dieci e quattordici anni l’aumento è stato del 131%!
Considerato quanto esposto sopra, è senz’altro lodevole che anche in Italia si cominci a parlare dei pericoli dello smartphone e altri devices.
“Il pedagogista Daniele Novara e il collega Alberto Pellai hanno presentato una proposta (di legge-n.d.r.) per proibire l’uso degli smartphone ai minori di 16 anni. La proposta è stata firmata e diffusa da un lungo elenco di esperti e artisti, tra cui Anna Oliverio Ferraris, Silvia Vegetti Finzi, Paola Cortellesi, Alba Rohrwacher e Luca Zingaretti. […[ Novara sostiene che i genitori non possono essere lasciati soli a decidere se permettere o no l’uso degli smartphone ai loro figli. ‘La situazione è fuori controllo e non si può pretendere che un genitore possa limitare il marketing potente e devastante dei colossi della tecnologia’, afferma.”(Orizzonte Scuola)
Secondo il filosofo Umberto Galimberti, sarà difficile riuscire a proibire l’uso degli smartphone a scuola, pur dicendosi d’accordo che questi sono una fonte di distrazione e un facile modo per risolvere, ad esempio, una versione di greco, ma…si deve fare.
La scuola italiana, così come è stata trasformata negli ultimi trenta anni, ha subito una involuzione inaccettabile: non forma più le menti, non insegna più ad essere padroni della propria vita e delle proprie idee. Addirittura si propone di eliminare del tutto voti ed esami.
Come non essere d’accordo con il professor Crepet:
“Stiamo distruggendo una generazione: a otto anni non possono soffiarsi il nasino, a 12 non sanno asciugarsi i capelli da soli. Come si può pensare che questa generazione possa governare il mondo?”
“Giocando perdi e impari a perdere. Se la prima volta che perdi è a 38 anni perché ti ha lasciato tua moglie è un problemone. Se sei abituato a perdere puoi prendere 4 in italiano, perdere gli amici, diventi più forte, non più debole”.
E con la IA a scuola come la mettiamo?
L’iniziativa di limitare o impedire l’uso dello smartphone a bambini e ragazzi molto giovani entra in contraddizione con l’introduzione della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” nelle scuole.
Nel sito ufficiale Invalsi, si legge:
“Come evolverà l’Educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale? In un mondo che cambia, alla ricerca e alle politiche per l’educazione è richiesto di orientare l’istruzione affinché prepari gli studenti alle sfide tecnologiche, consentendo alla Scuola e alle comunità educanti di guidare l’innovazione”.

La definizione etimologica della parola educare è: tirare fuori, accompagnare l’altro ad esprimere il meglio di sé.
E, per la parola educazione: è l’insieme dei processi e degli strumenti attraverso cui una società trasmette da una generazione all’altra il patrimonio di conoscenze, valori, tradizioni, comportamenti che la caratterizzano.
In sintesi: educare è un compito impegnativo che mette in gioco relazioni e conoscenze.
Quella che viene pomposamente definita come Intelligenza Artificiale, in realtà, non è intelligenza, poiché mancano le componenti tipiche di questa: razionalità che, in sinergia cone emozioni, empatia e scambi relazionali, sviluppa un pensiero critico e non assoluto.
La IA è un insieme di istruzioni informatiche e terabyte che sviluppa solo una serie di deduzioni “guidate” dai dati e input. La IA afferma quel che l’informatico vuole che affermi, niente di più.
Eppure, ora si vorrebbe far entrare la IA in un campo estremamente delicato: quello dell’istruzione.

Il Ministero dell’Istruzione ha lanciato un programma sperimentale in tal senso per quindici scuole in quattro diverse regioni.
“L’introduzione dell’IA nelle classi ha lo scopo di aiutare i docenti a personalizzare la didattica. Gli assistenti virtuali possono aiutare i docenti a identificare le lacune principali degli studenti e a creare piani di recupero personalizzati”.(Orizzonte Scuola)
Una delle presidi coinvolte si dichiara convinta che tale tipologia di istruzione possa fare la differenza.
In realtà…
L’apprendimento non è solo uno scambio di nozioni ma, soprattutto, è un percorso di maturazione.
Tale percorso è di natura biunivoca: non solo l’allievo matura, oltre che apprendere le varie materie, ma anche l’insegnante progredisce. Questo è il gioco delle relazioni umane.
Mi sembra che, sempre più, si voglia interrompere ogni relazione umana, ogni reale scambio tra persone. La spinta per la competitività e la iper specializzazione giustificherebbe una erudizione tramite un sistema informatico che, mistificando, definiamo intelligenza artificiale. Forse, lo studente prodotto di siffatta erudizione, si badi bene non cultura, sarà super specializzato in un settore ma totalmente ignorante e incapace negli altri. Inoltre, chi viene istruito in tal modo, non avrà molte capacità di auto apprendimento né capacità di analisi critica di ogni situazione.
Questo è il tipo di cittadino che vuole il sistema: una sorta di “yes man”, pronto a lavorare otto o dieci ore al giorno, a correre per non arrivare tardi, a pagare le tasse, a concedersi una breve vacanza e a non essere in grado di comprendere di far parte di un ingranaggio, perdendo la sua umanità.
E qui si arriva al transumanesimo, teoria secondo la quale gli umani possono e devono migliorare le loro capacità fisiche e cognitive attraverso la tecnologia per superare i limiti della biologia umana.

“Con tutto il rispetto, ma a me pare che l’intera agenda transumanista, sia la risultanza di una presunzione intellettuale che ha origine dal cosiddetto ‘ottimismo radicale’ dei santoni della Silicon Valley, nonché di una endemica paura della morte, tipica delle nuove generazioni tecno-dipendenti, che vivono la loro esistenza artificiale nella quasi totale assenza dell’elemento spirituale.” (William Mussini: ‘Il tutto è falso-il falso è tutto’)
(Credits: Pixabay)




