Cultura e sport dovrebbero essere spazi di dialogo, condivisione e pace. Tuttavia, troppo spesso vengono utilizzati come strumenti politici — escludendo Paesi attraverso decisioni arbitrarie che finiscono per colpire persone innocenti e polarizzare invece che unire. Questo articolo analizza casi recenti in cui questa neutralità è stata compromessa, facendo emergere come decisioni che sembrano meramente tecniche o etiche nascondano in realtà logiche di potere.
1. Due pesi e due misure nello sport
Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha sostenuto che escludere atleti israeliani dalle competizioni sarebbe un errore, perché “lo sport deve unire piuttosto che dividere”, mentre ha ritenuto giustificata la sospensione degli atleti russi per via della gravità dell’aggressione ucraina. Il commento ha scatenato la reazione dell’ambasciata russa, che ha denunciato – giustamente – un uso dei “due pesi e due misure” da parte delle autorità italiane.
Questa disparità solleva una domanda: chi decide quali conflitti sono “cruenti” a sufficienza da giustificare azioni punitive, e chi stabilisce i limiti? La neutralità dello sport è compromessa quando diventa terreno di giudizio politico, escludendo persone la cui unica “colpa” è di essere di una certa nazionalità.
2. Cancellazioni artistiche e libertà espressiva
Un altro caso emblematico riguarda Woody Allen: dopo un intervento in videocollegamento alla Settimana del Cinema Internazionale di Mosca — evento sostenuto dalle autorità russe — diversi teatri ucraini hanno cancellato le sue opere, definendo la sua presenza “un insulto alla memoria degli artisti ucraini vittime dell’aggressione russa”.
L’arte finisce così per subire una forma di censura preventiva, in nome della solidarietà nazionale, trasformando il dialogo culturale in una partita geopolitica.
3. La Mostra del Cinema di Venezia: difendere il dialogo
Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, ha sottolineato l’importanza della Mostra come “cattedra di libertà, mai luogo di censura”. Lo ha fatto in seguito a forti pressioni per escludere il cinema israeliano. In un contesto intensamente politicizzato come quello del conflitto israelo-palestinese, Buttafuoco ha difeso il valore dell’incontro e del confronto critico, citando l’esempio di Fabio Testi che ha espresso rispetto per la tragedia palestinese senza retoriche – ma come gesto di riflessione e libertà.
Anche la cultura deve restare un ambito in cui si possa discutere, senza che la paura del boicottaggio o della condanna impedisca il confronto.
4. Chi esclude chi — e perché?
Escludere interi Paesi da grandi eventi è spesso la conseguenza di logiche politiche che ricadono su singoli cittadini, atleti o artisti, anche quando questi magari non condividono le decisioni del proprio governo o, se lo facessero, ne subirebbero le conseguenze nel loro Paese. Questo diventa un problema anche di democrazia: l’arbitrarietà del “chi può partecipare” è una questione di potere, non di giustizia.
Parole come quelle di Abodi — e di tanti altri al pari di lui — rischiano di formalizzare una distinzione tra “popoli buoni” e “popoli cattivi”, alimentando la sfiducia e l’odio anziché la comprensione.
5. Perché cultura e sport dovrebbero essere neutrali
- Favorire il dialogo: cultura e sport dovrebbero essere piattaforme universali in cui poter incontrare l’altro, anche chi la pensa diversamente.
- Evitare l’identificazione collettiva: l’artista o l’atleta non è lo Stato che li governa. L’esclusione collettiva li priva di una voce individuale.
- Mantenere credibilità morale: una neutralità coerente conferisce autorevolezza, mentre le disparità ideologiche minano la fiducia.
- Promuovere la pace: cultura e sport possiedono una forza simbolica unica, capace di abbattere muri — chi li strumentalizza, però, semplicemente ne costruisce di nuovi.
Azioni come quelle viste recentemente — l’esclusione degli atleti russi ma non di quelli israeliani, la cancellazione di spettacoli di Woody Allen o le pressioni culturali a Venezia — sono sintomi di una deriva in cui sport e cultura diventano strumenti di potere. Invece di unire, rischiano di dividere ancora di più. Serve un ripensamento: restituire a questi ambiti la loro neutralità significa proteggere lo spazio della pace, del dialogo e dell’inclusione.
Credits: Immagine di copertina: composizione da Foto di teamworkdefinition da Pixabay e da Foto di Gerd Altmann da Pixabay





A mio modesto parere, occorre distinguere nettamente tra la rappresentanza sportiva e quella artistica. Lo sportivo, infatti, è quasi sempre presentato insieme all’inno e alla bandiera nazionale, diventando nell’immaginario collettivo un vero e proprio rappresentante dello Stato. Questo legame inevitabile porta a giudicare l’atleta non solo per la sua performance, ma anche per le politiche del suo governo. Non a caso, lo sport viene spesso utilizzato come proiezione di forza o prestigio nazionale, soprattutto nelle competizioni internazionali.
Diverso è il caso dell’arte: qui l’artista si presenta con la sua opera, e spesso è l’opera stessa a vivere di vita propria, al punto da oscurare l’autore. L’arte viene apprezzata o criticata per il suo contenuto, non per la nazionalità di chi la crea. Per questo la cultura riesce a mantenere più facilmente uno spazio di dialogo universale, mentre lo sport rimane ancorato a logiche di appartenenza e rivalità.
Ecco perché confondere i due piani è un errore: l’atleta porta inevitabilmente con sé il peso del proprio Paese, l’artista invece porta una voce individuale che dovrebbe essere valutata per ciò che esprime.