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Perché il capitalismo e il liberismo sono odiati dalle masse?

Qualche settimana fa, discutendo in treno con un mio compagno di viaggio ho dovuto rispondere a un interrogativo che mi ha espresso riguardo alla forte avversione che il capitalismo e l’ideologia che lo giustifica, il liberismo, suscita in vasti strati della popolazione e dei cittadini. In fondo, mi spiegava, l’enorme incremento di benessere che le masse hanno sperimentato nelle loro vite in occidente lo si deve, soprattutto, a questa impostazione economica e ideologica, il che rende così ingiustificabile una tale avversione.

Non ho fatto fatica a trovare le argomentazioni atte a spiegare un simile odio.

Capitalismo  e  liberismo  NON  sono inclusivi

Per prima cosa, il liberismo nega, nella teoria e nella prassi, non solo la possibilità, ma la stessa DESIDERABILITA’ dell’uguaglianza sostanziale degli esseri umani che è quella economica, la quale va invece sacrificata a favore della libertà individuale e quindi d’impresa. L’unica uguaglianza meritevole di tutela, secondo il pensiero liberista, è quella formale di fronte alla legge, una volta ottenuta e garantita la quale, chi vale e merita può ottenere tutto ciò che gli spetta sulla base del suo valore e dei suoi meriti e quindi chi ottiene poco o nulla  è soltanto perché merita o vale poco o nulla.

Tale impostazione mira ovviamente anche a frenare e soffocare in partenza contestazioni o ribellioni perché chi resta  indietro è mortificato – si spera – dai sensi di colpa oppure dalla vergogna di non essere stato abile, dotato, capace, vincente o di talento. Purtroppo, proprio questa speranza si è rivelata illusoria perché nessuno ci sta a essere un perdente o sentirsi tale e accettare di essere trattato come tale e cioè con disprezzo. Forzatamente, si rivolgerà alle ideologie avversarie del liberismo: il socialismo, il comunismo, ma anche il fascismo e il populismo in cerca ovviamente di rivalsa e di riscatto, se non fattuale, almeno sentimentale e in ogni caso mai accetterà di piegarsi sotto il peso dei sensi di colpa che è sempre una situazione odiosa e psicologicamente alla lunga insostenibile.

E’ esattamente quello che è avvenuto nella Storia: generalmente si tende a credere che le masse impoverite dalle crisi economiche degli Anni Venti del Novecento (sinistramente simili a quelle recenti dei derivati nel 2008) siano solo attratte dal socialismo e dal comunismo. E’ vero che queste ideologie hanno esercitato un’enorme attrazione sulle masse grazie alla promessa di un mondo migliore che faceva balenare una società più egualitaria per tutti.  Ciò spiega il vastissimo seguito e favore che tali ideologie hanno ottenuto.

Tuttavia anche ideologie “di destra” hanno conseguito il favore delle masse perché anch’esse si ponevano l’obiettivo del “superamento” del capitalismo. Non solo. Esse erano anche ideologie inclusive perché volevano integrare le masse dei lavoratori, sia nell’industria, sia nell’agricoltura, nella “nazione” che era intesa come organismo vivo e armonioso, quando non addirittura nel Volk cioè nel popolo tedesco inteso anch’esso come comunità solidale e compatta e di qui il consenso popolare nei confronti del fascismo e del nazismo.  Pochi si soffermano infatti a pensare che nazismo significa nazionalSOCIALISMO.

Hitler ha avuto cioè la demoniaca intuizione di unire le istanze nazionalistiche della destra con le istanze socialiste della sinistra. Il Terzo Reich realizzò al proprio interno una politica economica di stampo keynesiano di lavori pubblici e di lotta alla disoccupazione e contemporaneamente una politica estera di carattere aggressivo usando il tema razziale come giustificazione etica di una politica espansionistica. Addirittura era la razza, il Volk, non solo la Nazione come tema aggregante e inclusivo delle masse popolari tedesche.

A degli stupefatti interlocutori sovietici, il Feldmaresciallo tedesco Von Paulus ebbe a dire: “Non fatevi illusioni: gli operai e i contadini tedeschi sono i più fanatici sostenitori di Hitler”. Ed erano appunto fanatici sostenitori di Hitler proprio perché il regime nazista li includeva in un progetto egemonico e razzista, deprecabile finchè si vuole, ma inclusivo per le masse dei lavoratori tedeschi. “Il contadino tedesco vale più del nobile polacco; l’operaio tedesco vale più dell’imprenditore francese” non si stancava di ripetere la propaganda nazista. E questo era quello che affascinava molti cittadini e molti lavoratori tedeschi. 

Capitalismo e liberismo non hanno alcun progetto di migliorare l’uomo

Mentre tutte le altre ideologie hanno dei progetti per il futuro e dei piani per lo sviluppo dell’umanità o almeno di una comunità nazionale o territoriale, l’ideologia liberal capitalista accetta gli uomini così come sono. A prima vista questo potrebbe sembrare attraente, perché stimola la tolleranza ma questo costituisce invece un “vulnus” insuperabile e la causa non ultima  dell’odio e dell’avversione viscerale che si nutre per il liberalcapitalismo.

Accettare gli uomini così come sono significa rinunciare in partenza a qualsiasi progetto emancipativo e a qualsiasi tensione etica mediante l’impostazione che sia illusoria, persino la SPERANZA che l’uomo possa diventare migliore e anche diverso da quello che è. Diventa pertanto inutile qualsiasi iniziativa non solo di carattere religioso ma anche di carattere filantropico perché – si afferma- la natura umana non cambia. E anche la politica diventa a questo punto solo un mero esercizio di potere o almeno uno scontro di vari interessi contrapposti.

Capitalismo e liberismo promuovono a “virtù” i vizi umani

Non solo tutte le religioni, ma anche le filosofie, quella greca, quella orientale e quella araba hanno bollato come vizi dai quali emendarsi l’avidità, l’egoismo l’avarizia, l’indifferenza per il prossimo, la mancanza di compassione, l’invidia, la mancanza di autodisciplina, il desiderio smisurato di arricchirsi, l’incapacità di accontentarsi e hanno invece promosso a virtù l’autodisciplina, la modestia, l’altruismo, la sobrietà, la generosità, la disponibilità a condividere e l’umiltà.

L’ideologia liberal capitalista ha realizzato un totale capovolgimento etico promuovendo a virtù i vizi e declassando a vizi le virtù insinuando il pensiero che tutte le ideologie che l’hanno preceduta hanno raccontato menzogne sulla reale natura umana. Come affermava lo scrittore De La Rochefoucault : “Il vizio non osa perseguitare apertamente la virtù: quando lo fa dice che essa è falsa oppure pericolosa”. E’ quello che ha fatto l’ideologia liberalcapitalista fin dal suo sorgere: già Adam Smith scrisse nel suo saggio “Un’indagine sulla natura e causa della ricchezza delle nazioni”: “Se io tutti i giorni ottengo il pane grazie al quale sopravvivo non è in virtù del buon cuore del panettiere, ma solo grazie al suo desiderio di guadagnare vendendo il pane”, in questo sferrando il primo colpo all’impostazione morale della sociologia del suo tempo.

Più tardi Von Mises, altro ideologo del liberismo, affermò che l’invidia sociale, lungi dall’essere riprovevole, è la molla fondamentale dell’agire del singolo individuo che grazie ad essa si dà da fare e ottiene così dei risultati tali da fargli ottenere la posizione che invidia.

Un altro teorico liberale, David Ricardo giunse ad affermare che gli individui alla fame sono funzionali all’economia perché accettano salari bassi pur di sopravvivere e permettono l’accumulo di capitale necessario al progresso materiale. Anzi, sono loro quelli VERAMENTE funzionali all’economia, con ciò insinuando che coloro che invece riuscivano a vivere dignitosamente NON lo erano.

Von Hayek , altro teorico del liberismo, giunse pure a disapprovare ogni intervento dello Stato in economia, anche per sostenere i redditi bassi, in quanto ciò poteva portare a rendere gli individui schiavi dell’entità statale. Meglio quindi morire di fame che essere aiutati dallo Stato, lasciava capire.

Infine chiunque ricorda il finanziere Gekko nel film “Wall Street” negli anni Ottanta che proclama davanti a una platea adorante: “L’avidità è giusta”. Un’ideologia che sbeffeggia apertamente ciò che da secoli l’umanità ha considerato lodevole e degno di considerazione e al contempo esalta tutto quello che invece è stato criticato e condannato può essere apprezzata solo da individui cinici, disillusi, disincantati, privi di ideali e avidi. Non da chi ha ancora una tensione etica e una visione progressista del futuro. Non da chi non ha perso la speranza di un miglioramento etico dell’uomo. Non certo dalle masse.

Questo è ciò che ho spiegato al mio interlocutore e compagno di viaggio. Probabilmente ha capito, ma non sono sicuro che abbia accettato. Appunto perchè era ben posizionato dal punto di vista economico e quindi portato a collocarsi tra i “vincenti” del capitalismo, sistema che lui difendeva, e non tra i perdenti. Probabilmente lo accetterà quando la globalizzazione renderà anche lui una vittima e quindi un perdente e in quanto tale spinto a criticare, maledire e condannare un sistema finora da lui difeso a spada tratta.

Credits: Immagine di rawpixel.com su Freepik

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Massimo Magnatti

Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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