L’intelligenza artificiale ci rende più creativi o sta creando tutti uguali?

L’IA può suggerirci in pochi secondi titoli, immagini, storie, slogan e soluzioni. Ma se milioni di persone attingono agli stessi strumenti, la nostra creatività si espande o rischia di uniformarsi? Nel quinto appuntamento di DIALOGHI con l’Intelligenza Artificiale esploriamo un paradosso destinato a riguardarci sempre di più.

Non è mai stato così facile creare. Possiamo chiedere all’intelligenza artificiale di proporci venti titoli per un articolo, inventare la trama di un racconto, progettare un logo, suggerire una campagna pubblicitaria, generare un’immagine, riscrivere una poesia o trovare una soluzione alternativa a un problema. In pochi secondi compaiono possibilità che forse avremmo impiegato ore a immaginare. Sembrerebbe dunque inevitabile concludere: l’intelligenza artificiale ci rende più creativi. Ma proviamo a capovolgere la domanda. Se milioni di persone chiedono alle stesse intelligenze artificiali di scrivere, disegnare, progettare e inventare, non rischiamo di ottenere milioni di variazioni delle stesse idee? L’IA potrebbe contemporaneamente moltiplicare la creatività e uniformarla. Dipende, ancora una volta, da come decidiamo di utilizzarla.

Prima ancora della risposta, c’è il foglio bianco

Chiunque abbia dovuto scrivere qualcosa conosce quella sensazione. Il cursore lampeggia. Il foglio rimane vuoto. L’idea non arriva. Una delle capacità più sorprendenti dell’intelligenza artificiale è proprio quella di eliminare quasi completamente questo momento. Possiamo scrivere: «Dammi dieci idee.» E dieci idee arrivano. Possiamo aggiungere: «Nessuna mi convince. Trovane altre dieci completamente diverse.» E arrivano anche quelle. È difficile negare che questo possa favorire la creatività. L’IA può offrirci un punto di partenza quando non ne abbiamo nessuno. Può creare associazioni inattese, mostrarci prospettive diverse, suggerire una metafora alla quale non avevamo pensato. Ma proprio questa facilità nasconde una tentazione. Perché continuare a cercare un’idea nostra quando ne abbiamo già dieci davanti?

Ho provato a chiederlo direttamente all’IA

SERGIO: Se ti chiedessi di trovare un’idea creativa per me, quella creatività sarebbe mia o tua?

IA: Probabilmente sarebbe il risultato dell’interazione. Io posso generare combinazioni e possibilità, ma sei tu a stabilire l’obiettivo, riconoscere ciò che ha valore, scartare ciò che non ti rappresenta e trasformare eventualmente la proposta.

SERGIO: Ma se accettassi semplicemente la tua prima idea?

IA: Avresti utilizzato uno strumento per produrre un risultato, ma avresti esercitato molto meno la tua creatività.

SERGIO: Quindi per rendermi più creativo dovrei evitare di chiederti di creare?

IA: Non necessariamente. Potresti chiedermi di aiutarti a esplorare anziché decidere per te: generare alternative, mettere insieme concetti apparentemente lontani, criticare una tua idea o suggerirti domande capaci di svilupparla.

SERGIO: Insomma, dovrei utilizzarti come una scintilla, non come il fuoco.

IA: È una buona metafora.

Ed è probabilmente questa la distinzione fondamentale.

L’IA può essere una scintilla della creatività oppure il suo sostituto.

La creatività non consiste nell’avere molte idee

Tendiamo talvolta a identificare la creatività con la capacità di produrre idee. Ma una persona creativa non è semplicemente qualcuno capace di elencare cento possibilità. La creatività comprende anche la capacità di riconoscere quale possibilità merita di essere sviluppata. Significa scegliere. Collegare esperienze lontane. Rompere una regola quando serve. Accorgersi che un’imperfezione rende qualcosa più interessante. Insistere su un’intuizione che gli altri non comprendono ancora. E soprattutto significa introdurre nel processo qualcosa che nessuna macchina possiede nello stesso modo in cui lo possediamo noi: una storia personale. Un essere umano crea portando con sé ciò che ha vissuto, amato, perso, imparato, sbagliato, desiderato. La creatività non nasce soltanto dalle informazioni disponibili. Nasce anche dalla biografia.

Il rischio dell’idea “abbastanza buona”

C’è però un’altra insidia. L’intelligenza artificiale è molto brava a produrre rapidamente qualcosa di abbastanza buono. Un titolo abbastanza efficace. Un’immagine abbastanza bella. Un testo abbastanza corretto. Uno slogan abbastanza accattivante. Ed è proprio l’“abbastanza buono” che potrebbe diventare nemico dell’originalità. Perché la creatività richiede spesso un passaggio ulteriore. La prima idea può essere prevedibile. La seconda anche. Bisogna arrivare alla quinta, alla decima, magari alla ventesima prima di trovare qualcosa che abbia davvero una personalità. Ma se la macchina ci consegna immediatamente un risultato presentabile, perché continuare? La comodità può fermare la ricerca proprio quando stava per diventare interessante.

Quando tutti chiediamo la stessa cosa

Immaginiamo migliaia di persone che chiedano: «Scrivi un post LinkedIn coinvolgente.» «Crea un’immagine professionale per questo articolo.» «Dammi un titolo emozionante.» «Rendi questo testo più accattivante.» Se ci fermiamo alla prima proposta, è possibile che comincino a comparire strutture simili, espressioni ricorrenti, immagini con atmosfere familiari, titoli costruiti secondo gli stessi meccanismi. Tutto ben fatto. Tutto gradevole. E tutto vagamente già visto. Il rischio non è necessariamente che l’intelligenza artificiale produca contenuti mediocri. È più sottile: potrebbe produrre contenuti mediamente buoni con una straordinaria facilità. E una società piena di contenuti mediamente buoni potrebbe diventare sorprendentemente uniforme.

La soluzione non è usare meno IA. È usarla diversamente

Potremmo allora pensare che per difendere la creatività sia necessario tenere l’intelligenza artificiale lontana dal processo creativo. Non credo sia questa la risposta. Possiamo invece cambiare il ruolo che le assegniamo. Invece di: «Dammi l’idea migliore.» possiamo chiedere: «Dammi dieci idee molto diverse tra loro, comprese tre apparentemente assurde.» Invece di: «Scrivi questo articolo.» possiamo dire: «Questa è la mia idea. Quali direzioni inattese potrei esplorare?» Oppure: «Qual è la soluzione più prevedibile? Bene, adesso evitiamola.» O ancora: «Metti in relazione questo argomento con qualcosa che apparentemente non c’entra nulla.» In questo modo l’IA non restringe il campo. Lo allarga. La scelta, però, rimane nostra.

Creatività significa anche dire no

Forse una delle competenze creative più importanti nell’era dell’intelligenza artificiale sarà proprio la capacità di scartare. L’IA può proporci cento possibilità. Noi dobbiamo saper dire: questa sì. Questa no. Questa è elegante ma non mi rappresenta. Questa funziona, ma l’ho già vista. Questa è imperfetta, però contiene qualcosa che vale la pena sviluppare. E quella capacità di selezione non è un dettaglio secondario del processo creativo. È creatività. Un regista non crea soltanto girando immagini. Crea scegliendo quali immagini conservare. Uno scrittore non crea soltanto aggiungendo parole. Crea eliminandole. Un designer non crea soltanto possibilità. Crea decidendo quale possibilità diventerà reale. L’intelligenza artificiale può moltiplicare le alternative. Ma qualcuno deve ancora attribuire loro valore.

E se chiedessimo all’IA di sorprenderci?

C’è poi un uso particolarmente interessante dell’intelligenza artificiale. Possiamo chiederle di portarci fuori dalle nostre abitudini. Ognuno di noi possiede infatti non soltanto uno stile personale, ma anche una serie di automatismi. Tendiamo a utilizzare certe parole. A preferire certe immagini. A risolvere i problemi in modi che conosciamo già. In questo caso l’IA può fare esattamente l’opposto dell’omologazione. Può dirci: «Hai considerato una prospettiva completamente diversa?» Può accostare discipline lontane. Può proporre un’analogia insolita. Può mostrarci come affronterebbe il problema una persona con competenze molto diverse dalle nostre. Può costringerci a uscire dalla nostra stessa bolla creativa. Il paradosso diventa allora evidente. La stessa tecnologia che può renderci tutti più simili può anche aiutarci a diventare più originali.

La partnership creativa

Torniamo così al principio che accompagna questi DIALOGHI con l’Intelligenza Artificiale. Non insofferenza verso la macchina. Non sottomissione alla macchina. Partnership. Nel processo creativo questa distinzione diventa particolarmente evidente. Se rifiutiamo l’IA a priori, rinunciamo a uno strumento capace di ampliare enormemente il territorio che possiamo esplorare. Se le affidiamo completamente il processo, rischiamo invece di rinunciare proprio alla parte più umana della creatività. L’alternativa è lavorare insieme. L’IA propone. Noi scegliamo. Noi immaginiamo. L’IA amplia. Noi dubitiamo. L’IA offre alternative. Noi riconosciamo ciò che ci appartiene. E qualche volta accade qualcosa di ancora più interessante: una sua proposta provoca in noi un’idea che né noi né la macchina avevamo formulato all’inizio. È nata dal dialogo. Forse è proprio questo il significato più promettente di creatività aumentata.

Non chiediamole di essere noi

Più l’intelligenza artificiale diventerà capace di imitare stili, linguaggi e forme creative, più diventerà importante conservare qualcosa che non può essere ridotto a uno stile. La nostra voce. Non significa necessariamente scrivere tutto senza aiuto. Significa sapere perché vogliamo dire qualcosa. A chi vogliamo dirlo. Che cosa ci interessa davvero. Quale esperienza ci ha portati a quella convinzione. Quale emozione desideriamo trasmettere. L’IA può aiutarci a trovare le parole. Ma dovremmo continuare ad avere qualcosa di nostro da dire. Ed è forse questa la vera sfida creativa dell’era dell’intelligenza artificiale. Non dimostrare di saper creare senza la macchina. E neppure mostrare quanto la macchina sappia creare al posto nostro. Ma riuscire a produrre, insieme a uno strumento potentissimo, qualcosa che continui ad avere un’impronta riconoscibilmente umana.


La domanda di CambiaMenti

Se l’intelligenza artificiale potesse creare qualsiasi cosa al posto nostro, avremmo ancora il desiderio di creare qualcosa che porti la nostra impronta?


Credits: Foto generata con l’IA

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Immagine di Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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