L’Afghanistan a tre anni dal ritorno dei talebani

Analisi sullo stato di salute del Paese centroasiatico a trentasei mesi dal ritorno dei talebani al potere dopo la cacciata degli americani

Sono passati più di 3 anni da quando i talebani rientravano trionfalmente a Kabul dopo essere stati scacciati vent’anni prima dalle truppe americane. Ancora vivide nella memoria permangono le scene dell’aeroporto internazionale Karzai, preso d’assalto da migliaia di afgani in fuga, alla disperata ricerca di un passaggio fuori del Paese, mentre le milizie talebane si apprestavano a prendere il potere.

Vent’anni di occupazione militare americana, con relativi timidi progressi conseguiti nel campo dei diritti umani, almeno su carta (la promulgazione di una costituzione) sono stati spazzati via in pochi mesi dal ritorno dei combattenti sunniti reinsediatisi a Kabul.

Se nei primi mesi l’establishment talebano aveva garantito alcuni diritti basilari alla popolazione (complice la necessità di non inimicarsi repentinamente le cancellerie occidentali), a tre anni dalla presa di potere il Paese è regredito sotto molti aspetti.

L’Afghanistan oggi

L’emirato dell’Afghanistan è controllato dalla guida suprema l’Amir ul-muminin Haibatullah Akhundzada, che ha plasmato tanto la politica interna che quella estera del Paese. Dal 14 agosto 2021, giorno del trionfale rientro dei talebani a Kabul, l’Afghanistan ha visto una regressione sul fronte dei diritti umani, con oltre mille casi documentati di applicazione della forza e violazione degli stessi, con bersaglio principale la popolazione femminile.

Ad esempio, sul piano formativo, alle donne è de facto impedito l’accesso all’istruzione superiore, poiché, benché ufficialmente lo stesso non sia precluso per genere, a detta delle autorità, gli istituti oggi non sono adibiti a una corretta separazione tra uomini e donne. Tra il giugno 2023 e il marzo 2024, sono stati emanati 52 editti con i quali si sono contratte ulteriormente le libertà delle donne. La popolazione femminile ha maggiore difficoltà all’accesso ad alcuni diritti, tra cui la succitata istruzione, giustizia, lavoro e salute.

Le politiche discriminatorie messe in atto dai talebani hanno alienato le simpatie della comunità internazionale che (anche strumentalmente) ha ridotto il flusso di aiuti umanitari diretti verso il Paese. Nel 2022 gli stessi si attestavano a 3,8 miliardi di dollari, contrattisi a 1,9 miliardi l’anno successivo. Il 2024 prevede un ulteriore calo degli aiuti rivolti al paese centro asiatico e ciò porta l’economia del Paese in uno stato di crescente precarietà.

Le politiche domestiche di stampo discriminatorio hanno allontanato l’Occidente dal Paese, ma questo non comporta un isolazionismo totale per Kabul. Come sempre più soventemente si vede in questi scenari, molte cancellerie, mostrando scarso interesse per le questioni interne di stampo democratico, continuano a intessere relazioni commerciali e finanziarie con Paesi definibili come illiberali.

Nel caso afgano si segnala la possibile ripartenza dei lavori del Tapi, acronimo del gasdotto che collega Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India. Pochi giorni fa a Herat si è tenuta la cerimonia di apertura dei lavori del tratto afgano che dovrebbe convogliare il gas dai giacimenti turkmeni fino in India. L’opera dovrebbe dare respiro alle casse statali grazie alle ricadute occupazionali e ai diritti di passaggio sul territorio afgano del gasdotto.

La ripresa dei lavori assume un valore anche politico, poiché testimonia l’attivismo diplomatico del regime talebano nell’area. Plastica manifestazione in tal senso è il caso del Kirghizistan che recentemente ha rimosso i fondamentalisti talebani dall’elenco delle organizzazioni di stampo terroristico, sulla falsa riga di quanto già fatto dal gigante dell’area centroasiatica, il Kazakhstan.

Dalla Cina all’Iran, l’Afghanistan interessa a tutti

La ritirata delle forze armate americane dal Paese ha aperto a scenari interessanti per i vari attori regionali. Dalla Cina all’Iran fino alla Russia (nemico storico della popolazione afgana) sono in molti interessati a un territorio che ha sempre avuto grande valore strategico.

L’Afghanistan è situato geograficamente in un punto nevralgico del continente asiatico. Da lì si può controllare praticamente tutta l’Asia Centrale, dall’Iran al Pakistan, fino alle ex repubbliche sovietiche. Inoltre, l’Afghanistan confina anche con la sezione occidentale della Repubblica Popolare Cinese, grazie al corridoio del Wakhan, una stretta lingua di terra lunga circa 260 chilometri che mette in connessione i due Paesi.

La pluriennale presenza americana nel Paese deve essere letta anche in tale contesto: utilizzare il Paese come piattaforma militare per controllare una regione altamente turbolenta.     
La stabilità di un territorio tanto sensibile è fonte di interesse per Pechino che a gennaio ha riconosciuto il governo talebano. Sebbene l’iniziativa infrastrutturale della Belt And Road Initiative non coinvolga l’Afghanistan in maniera sostanziale, il Paese controllato dai talebani è dirimpetto a Uzbekistan e Tagikistan che invece ne fanno parte integrante.

Un’eventuale instabilità afgana potrebbe complicare i piani di costruzione implementati da Pechino. Ne è riprova l’attentato avvenuto in Pakistan il 26 marzo scorso, quando 5 operai cinesi sono rimasti uccisi dopo che un attentatore suicida affiliato al taliban Pakistan si è fatto esplodere nei pressi del sito costruito della Diga Dasu. Il gruppo terroristico troverebbe rifugio proprio nel confinante Afghanistan.

La Cina teme un effetto destabilizzante sulla regione autonoma dello Xinjiang, che comunica con l’Afghanistan proprio grazie al corridoio del Wakhan. Sono poi attenzionati i settori dove la Cina ha investito nel Paese, soprattutto nel settore estrattivo, con miniere di rame e terre rare gestite da compagnie del Dragone.

Con l’Iran invece i rapporti sono piuttosto tesi. Nel 2023 scontri di confine tra talebani e militari iraniani hanno infiammato l’area. Iran e Afghanistan denunciano un annoso contenzioso sui corsi d’acqua che dal Paese in mano ai talebani sfociano verso l’antica Persia. La costruzione di dighe sul fiume Helmand alimenta la siccità nelle regioni sudorientali dell’Iran causando forti tensioni tra Kabul e Teheran.

Tuttavia, Teheran cerca di non alzare il livello dello scontro con i talebani per ragioni di carattere geopolitico. L’Afghanistan con la sua posizione geografica è uno snodo importante nell’Asia Centrale. Nelle mire di dominio regionale dell’Iran è necessario non fomentare disordine nel Paese evitando il collasso dello stesso, per scongiurare un vicino problematico che sposti le attenzioni dalle sfere d’influenza iraniane rivolte a ovest.

Infine la Russia. Benché tra Mosca e Kabul storicamente non corra buon sangue (ancora vivida nella memoria degli afgani l’invasione sovietica del Paese durata un decennio) il Cremlino dal 2021 ha cambiato progressivamente atteggiamento nei confronti del paese centro asiatico.

Pragmaticamente i talebani sono stati rimossi dell’elenco delle organizzazioni terroristiche (sulla falsa riga di quanto fatto dal Kazakhstan). Il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha ammesso che “Sono loro (i talebani) il vero potere. Non siamo indifferenti all’Afghanistan. E soprattutto i nostri alleati in Asia centrale non sono indifferenti“, benché Mosca non abbia riconosciuto ufficialmente il governo talebano.

Il riavvicinamento è stato sancito dall’invito della delegazione talebana al forum economico di San Pietroburgo. Mosca da una parte cerca di rafforzare la sua base diplomatica con nuovi attori dopo il gelo con l’Occidente scatenato dall’inizio del conflitto ucraino. Dall’altra, nelle sue mire geopolitiche non può certo ignorare l’Afghanistan, Paese cardine funzionale a controllare l’Asia Centrale dove Mosca ancora gode di un certo grado di influenza.

Credits: foto di chiplanay da Pixabay

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Immagine di Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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