Un ospedale nuovissimo, centinaia di milioni investiti, tecnologie avanzate. Eppure, per chi aspetta al Pronto soccorso, può diventare impossibile ottenere persino un’informazione elementare: quanto dovrò aspettare? Da un episodio apparentemente banale nasce una riflessione più ampia sulle priorità della sanità pubblica e sull’utilizzo delle risorse.
La testimonianza di un paziente: un’attesa senza numeri, in una città che tra pochi mesi si vestirà da Capitale della Cultura
Sono le otto del mattino quando un paziente si presenta al Pronto soccorso di Pordenone. Un piede gonfio, il passo impossibile: niente di eroico, racconta, ma abbastanza da non riuscire praticamente a camminare. Il triage è rapido, le persone in sala d’attesa sono poche. Il pensiero, in quel momento, è che sarà una mattinata breve.
Sul muro, un display dovrebbe segnalare in tempo reale i pazienti presi in carico. È uno strumento inserito in una struttura inaugurata da pochissimo: 82.500 metri quadrati, 475 posti letto e un investimento complessivo di 276 milioni di euro, tra fondi regionali, statali ed europei. Un ospedale progettato con metodologia BIM e dotato persino di un “gemello digitale” per consentirne il monitoraggio futuro. Insomma, un ospedale pensato per rappresentare un modello di modernità, efficienza e trasparenza.
Passano però due ore. Il numero del paziente, sul display, ancora non compare. Chiede informazioni e gli viene risposto che lo schermo “non è attendibile”, che presenta dei problemi. Allora la domanda diventa ancora più semplice: quanto dovrà aspettare? Un’altra ora? Due? Tre? Nessuno se la sente di fornire nemmeno un ordine di grandezza. Il nulla.

Non una corsia preferenziale. Solo un numero
Il paziente tiene a precisarlo: non pretende di passare davanti a nessuno. Non contesta le priorità stabilite dal triage e comprende perfettamente che un Pronto soccorso debba occuparsi prima delle situazioni più gravi. Chiede soltanto ciò che qualsiasi sistema che si definisca moderno dovrebbe essere in grado di comunicare a una persona in attesa: quanto tempo, più o meno, dovrò aspettare? Un’ora? Due? Cinque? Perché anche l’informazione fa parte della qualità di un servizio.
È la differenza tra sentirsi un utente preso in carico e sentirsi un pacco lasciato in un corridoio, in attesa che qualcuno prima o poi se ne occupi. Considerando quanto costa la sanità pubblica alla collettività, non sembra una pretesa irragionevole. Ma il piccolo episodio del display diventa interessante soprattutto quando allarghiamo lo sguardo.
Gli infermieri che non troviamo più
Mentre un ospedale costato 276 milioni di euro non riesce a fornire attraverso un tabellone un’informazione elementare a chi sta aspettando, la Regione Friuli-Venezia Giulia ha avviato un progetto pilota per favorire l’arrivo di infermieri dall’estero. Sono previste quindici borse di studio da 15.000 euro l’anno, destinate a laureati provenienti da Argentina e Ghana, attraverso una convenzione con l’Università di Udine e con avvio dall’anno accademico 2026/2027.
L’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi ha parlato di una risposta strutturale a una carenza infermieristica “oggettiva”, tale da mettere a rischio i livelli essenziali di assistenza sul territorio regionale. Il problema, naturalmente, non riguarda soltanto il Friuli-Venezia Giulia.
Un recente concorso regionale per 251 posti da infermiere ha restituito un dato sul quale sarebbe opportuno riflettere: le candidature idonee sono state soltanto poche centinaia, mentre in passato la professione riusciva ad attirarne molte migliaia. È il segnale di un mestiere che ha progressivamente perso attrattività. Turni pesanti, grandi responsabilità, condizioni di lavoro difficili e retribuzioni che spesso non vengono considerate adeguate all’impegno richiesto. E così molti giovani italiani scelgono altre professioni oppure guardano all’estero, dove le medesime competenze possono trovare condizioni economiche e professionali migliori.
Cercare personale sanitario all’estero può certamente rappresentare una delle risposte all’emergenza. Ma pone anche una domanda. Se lo cerchiamo in Paesi che soffrono a loro volta di una carenza di personale sanitario — e per i quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama alla cautela rispetto alle politiche di reclutamento internazionale — stiamo davvero risolvendo il problema oppure rischiamo semplicemente di trasferirlo verso sistemi sanitari che dispongono di risorse ancora inferiori alle nostre? È una questione che meriterebbe almeno un serio dibattito pubblico.

Le risorse mancano. Ma è anche una questione di priorità
Ed è qui che il ragionamento si sposta inevitabilmente sulle risorse. La Regione Friuli-Venezia Giulia ha sostenuto una spesa complessiva di 3.110.961 euro per l’organizzazione del concerto di Andrea Bocelli del 7 maggio 2026 a Gemona, realizzato in occasione del cinquantesimo anniversario del terremoto del 6 maggio 1976. Una spesa che ha suscitato polemiche politiche ed è finita al centro di richieste di chiarimento sulla procedura di affidamento e sulla composizione dei costi. Naturalmente, sanità e cultura non sono capitoli di bilancio automaticamente intercambiabili, né si può sostenere che cancellando un concerto si possano semplicemente trasferire quei soldi agli stipendi degli infermieri.
Il punto è un altro. È una questione di priorità nell’utilizzo delle risorse pubbliche. Proviamo allora, semplicemente come esercizio di confronto, a tradurre quella cifra in personale sanitario. Uno stipendio lordo annuo di un infermiere del Servizio Sanitario Nazionale si colloca indicativamente intorno ai 28.000 euro. Al costo della retribuzione vanno però aggiunti contributi previdenziali, IRAP e altri oneri sostenuti dall’ente. Possiamo quindi assumere, come semplice valore indicativo, un costo complessivo annuo di circa 38.000 euro per infermiere.
Il calcolo è elementare: 3.110.961 € ÷ 38.000 € = circa 82 infermieri Questo non significa, naturalmente, che rinunciando al concerto la Regione avrebbe automaticamente potuto assumere 82 infermieri. Il confronto serve però a comprendere l’ordine di grandezza delle risorse di cui stiamo parlando. Tre milioni di euro non sono una cifra marginale. Equivalgono, come grandezza economica, al costo annuale di oltre ottanta infermieri: più di cinque volte i quindici professionisti che il progetto pilota intende attirare da Argentina e Ghana.
È naturalmente un confronto indicativo, basato su un costo medio stimato, ma l’ordine di grandezza resta significativo. Ed è proprio questo che dovrebbe interessare il cittadino quando si parla di soldi pubblici: non soltanto sapere quanto spendiamo, ma domandarci quali priorità scegliamo.
Una domanda semplice
E allora la domanda finale è forse la più semplice di tutte. Prima di andare a cercare infermieri a diecimila chilometri di distanza, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per rendere nuovamente attrattivo questo lavoro qui? Abbiamo provato ad aumentare le retribuzioni? A migliorare i turni e le condizioni di lavoro? A ridurre il peso organizzativo e burocratico? A offrire prospettive professionali capaci di convincere un giovane italiano a scegliere questa professione e, soprattutto, a non abbandonarla dopo pochi anni? A evitare che professionisti formati dal nostro sistema educativo vadano poi a lavorare in altri Paesi?
Non è una domanda ideologica. È una domanda di organizzazione e di priorità. Ed è anche la domanda che può venire spontanea a chi passa una mattinata in un Pronto soccorso chiedendo invano quanto dovrà ancora aspettare, mentre davanti a lui un display nuovo di zecca gli viene descritto come “non attendibile”.
Pordenone si prepara a diventare Capitale Italiana della Cultura 2027, un riconoscimento importante, ottenuto attraverso un progetto che racconta una città capace di sorprendere e di superare gli stereotipi del passato. Ma forse anche questa è cultura. La cultura di un territorio non si misura soltanto attraverso musei, eventi, concerti e manifestazioni.
Si misura anche nella capacità delle sue istituzioni di organizzare bene i servizi, utilizzare con responsabilità il denaro pubblico e, soprattutto, guardare in faccia un cittadino e dirgli con onestà quanto dovrà aspettare prima di essere visitato. Perché non stiamo parlando della presunta inefficienza della sanità di qualche lontana regione italiana. Stiamo parlando di Pordenone. Di un ospedale appena inaugurato. Di un investimento da 276 milioni di euro.
E di una persona seduta su una sedia, con un piede gonfio, che dalle otto del mattino aspetta semplicemente che qualcuno sappia dirgli quanto dovrà ancora aspettare.
Credits: Foto generata con l’IA




