Il doppio fronte russo che mette Macron in difficoltà

Due vicende scuotono la strategia francese contro le ingerenze straniere: l’uscita del direttore di Viginum e il controverso caso della giornalista russa Xenia Fedorova. Il loro intreccio rivela le difficoltà di Parigi nel conciliare sicurezza nazionale, libertà d’espressione e credibilità istituzionale.

Due casi che scuotono la strategia dell’Eliseo

A pochi mesi dalle elezioni presidenziali francesi del 2027, Emmanuel Macron deve affrontare due vicende destinate a riaccendere il dibattito sulle ingerenze straniere e sulla libertà d’espressione.

La prima riguarda l’annunciata partenza di Marc-Antoine Brillant dalla direzione di Viginum, il servizio francese incaricato di individuare e contrastare le interferenze digitali provenienti dall’estero. La seconda coinvolge Xenia Fedorova, ex responsabile di RT France, espulsa dal territorio francese ma intenzionata a riprendere dall’estero i propri interventi sulla rete televisiva CNews.

Si tratta di episodi distinti, ma accomunati dal rapporto con la Russia e dalla difficoltà di tracciare un confine netto tra informazione, propaganda, sicurezza nazionale e pluralismo delle opinioni.

Il direttore di Viginum lascia alla vigilia delle elezioni

Marc-Antoine Brillant lascerà all’inizio di ottobre la direzione di Viginum, organismo istituito nel 2021 e posto sotto la responsabilità del Segretariato generale della difesa e della sicurezza nazionale.

Il compito di Viginum consiste nell’individuare le campagne digitali coordinate attribuibili a soggetti stranieri e condotte con lo scopo di manipolare l’informazione, condizionare l’opinione pubblica o indebolire il funzionamento delle istituzioni democratiche.

Brillant aveva partecipato alla nascita del servizio e lo dirigeva da tre anni. Dopo aver lasciato l’incarico pubblico, creerà un’agenzia privata specializzata nella contro-ingerenza e nella protezione dalle minacce informative. La nuova struttura sarà avviata in collaborazione con Havas, il gruppo internazionale di comunicazione diretto da Yannick Bolloré.

La partenza di Brillant non determina la chiusura o il ridimensionamento di Viginum. La sua vice, Anne-Sophie Dhiver, assumerà temporaneamente la direzione in attesa della nomina di un successore. La scelta del momento, tuttavia, pone qualche interrogativo.

La Francia si trova infatti a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, previste per la primavera del 2027, e le autorità hanno più volte richiamato l’attenzione sul rischio di interferenze straniere durante la campagna elettorale (un modo per mettere le mani avanti in caso di sconfitta elettorale dell’attuale governo e per convincere i cittadini che qualunque opinione diversa da quella diffusa dai media sia una “ingerenza” e non un pensiero libero?). Alcuni esponenti politici francesi sarebbero già stati bersaglio di informazioni diffuse online da reti considerate vicine agli interessi russi e etichettate come “false”.

L’uscita del principale responsabile della struttura chiamata a fronteggiare queste operazioni rappresenta quindi un passaggio delicato per l’amministrazione francese, anche se non implica il venir meno dell’intero sistema di controllo.

Dalla sicurezza pubblica alla consulenza privata

A rendere la vicenda ancora più sensibile è il trasferimento nel settore privato dell’esperienza maturata da Brillant alla guida di un organismo strategico per la sicurezza nazionale.

La nuova agenzia dovrebbe assistere imprese e dirigenti nella difesa dalle campagne di manipolazione informativa e dalle operazioni di influenza. Il passaggio dimostra quanto la lotta alla disinformazione (ma chi stabilisce cosa è in formazione e cosa è disinformazione?) sia diventata anche un mercato, nel quale le competenze sviluppate all’interno degli apparati statali risultano sempre più richieste da aziende, organizzazioni e personalità pubbliche.

La collaborazione con Havas introduce inoltre un elemento politicamente significativo. Il gruppo è diretto da Yannick Bolloré, figlio dell’imprenditore Vincent Bolloré, la cui galassia societaria controlla importanti mezzi di comunicazione francesi, tra cui CNews.

Ed è proprio CNews a trovarsi al centro della seconda vicenda che sta mettendo in difficoltà la strategia dell’Eliseo.

Il caso Xenia Fedorova

Xenia Fedorova è stata presidente e direttrice dell’informazione di RT France, l’emittente finanziata dallo Stato russo la cui diffusione è stata vietata nell’Unione europea dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022 (ma non eravamo una insieme di nazioni democratiche, dove l’espressione di un pensiero dove essere garantito?).

Dopo la chiusura di RT France, Fedorova ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico francese come commentatrice, trovando spazio soprattutto in alcuni mezzi di comunicazione appartenenti all’area editoriale legata al gruppo Bolloré.

Le autorità francesi la accusano di aver contribuito alla diffusione di narrazioni favorevoli al Cremlino (ma è un reato esprimere opinioni diverse da quelle del governo?) e hanno adottato nei suoi confronti un provvedimento di espulsione (sempre in nome della demorazia). La misura, contestata dai suoi legali, ha provocato reazioni contrapposte: da un lato viene considerata necessaria per proteggere gli interessi nazionali; dall’altro è presentata come una limitazione della libertà d’espressione.

Dopo aver lasciato la Francia, Fedorova ha manifestato l’intenzione di riprendere i propri interventi televisivi collegandosi in videoconferenza dall’estero. Una possibilità che ha riacceso lo scontro politico e sollevato una questione non facilmente risolvibile: un provvedimento di espulsione può impedire a una persona di entrare nel territorio nazionale, ma può davvero impedirle di parlare al pubblico francese attraverso una trasmissione televisiva?

La dimensione globale dei mezzi di comunicazione rende ormai sempre più difficile applicare strumenti giuridici pensati per uno spazio delimitato da confini geografici.

Propaganda o libertà d’espressione?

Il caso Fedorova tocca uno dei nodi più complessi delle democrazie contemporanee: distinguere una legittima opinione, anche radicale o impopolare, da un’attività organizzata di influenza politica condotta nell’interesse di una potenza straniera.

La libertà d’espressione comprende necessariamente il diritto di sostenere posizioni sgradite alla maggioranza o contrarie all’orientamento del governo. Se fossero ammesse soltanto le opinioni condivise dal potere politico, non ci troveremmo più di fronte a un autentico pluralismo.

Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo ignorare che alcuni Stati investono ingenti risorse nella manipolazione dell’informazione, utilizzando mezzi di comunicazione, piattaforme digitali, reti coordinate e personalità pubbliche per condizionare il dibattito di altri Paesi (ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che praticamente ogni Stato fa la stessa cosa, al suo interno, nei confronti della sua stessa popolazione).

Le campagne di influenza più efficaci non si basano necessariamente su notizie completamente false. Spesso prendono fatti reali, li selezionano, li privano del contesto e li inseriscono in una narrazione capace di alimentare paure, divisioni e sfiducia nelle istituzioni.

La difficoltà consiste quindi nel contrastare le operazioni organizzate di disinformazione senza conferire al governo il potere di stabilire quali opinioni possano essere espresse.

Il rischio di trasformare la censura in propaganda

Una risposta esclusivamente repressiva può ottenere un risultato opposto a quello desiderato. Chi viene allontanato o escluso dal dibattito pubblico può presentarsi come vittima della censura e rafforzare così la propria credibilità presso una parte dell’opinione pubblica.

La misura adottata contro Fedorova, per esempio, rischia di essere utilizzata come prova dell’intolleranza occidentale verso le opinioni favorevoli alla Russia (non che servano ulteriori prove in tal senso!). In questo modo, una decisione concepita per limitare la propaganda può diventare essa stessa materiale propagandistico.

Ciò non significa che ogni intervento dello Stato sia ingiustificato. Significa, però, che provvedimenti di questa natura devono poggiare su motivazioni trasparenti, elementi verificabili e procedure sottoposte a un controllo indipendente.

Non è sufficiente definire una persona “filorussa” o “favorevole al Cremlino” per dimostrare che partecipi consapevolmente a un’operazione di ingerenza. Occorre accertare l’esistenza di rapporti, finanziamenti, coordinamenti o comportamenti concreti capaci di minacciare la sicurezza e il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.

Una battuta d’arresto per Macron

Non esistono elementi per sostenere che la Russia abbia provocato la partenza di Brillant dalla guida di Viginum. È tuttavia evidente che la coincidenza dei due casi crea una situazione politicamente scomoda per Emmanuel Macron.

Da un lato, il presidente perde alla vigilia della campagna elettorale la figura che ha guidato il principale organismo francese contro le ingerenze digitali. Dall’altro, deve affrontare il possibile ritorno sugli schermi francesi di una personalità espulsa proprio perché ritenuta pericolosa per gli interessi nazionali (interessi nazionali o, non piuttosto, di quelli del governo Macron?).

La difficoltà nasce soprattutto dalle contraddizioni interne del sistema francese: il passaggio di competenze strategiche dal settore pubblico a quello privato, la concentrazione dei mezzi di comunicazione, l’incertezza dei confini tra propaganda e opinione e l’impossibilità di controllare completamente uno spazio mediatico ormai privo di frontiere.

Per l’Eliseo si tratta di una battuta d’arresto non tanto operativa quanto politica e comunicativa. La Francia vuole mostrarsi determinata nel contrastare le interferenze russe, ma deve farlo senza alimentare il sospetto che la lotta alla disinformazione possa diventare uno strumento per limitare il dissenso.

La sfida della credibilità democratica

In vista delle elezioni presidenziali del 2027, la Francia dovrà dimostrare di saper proteggere il proprio dibattito pubblico senza rinunciare ai principi sui quali si fonda.

Non basterà individuare le reti di disinformazione. Saranno necessarie regole comprensibili, controlli indipendenti e prove sufficientemente solide da permettere ai cittadini di distinguere una reale operazione di influenza da un’opinione controversa.

La credibilità delle istituzioni dipenderà anche dalla loro capacità di applicare criteri coerenti, indipendentemente dalla provenienza politica o geografica dei messaggi sottoposti a controllo.

Una democrazia deve certamente difendersi dalle interferenze straniere. Ma la sua forza si misura soprattutto nella capacità di farlo senza trasformare la sicurezza in censura e senza sacrificare quella libertà d’espressione che intende proteggere.

In sostanza, c’è ampio materiale per chiedersi se i governi dei Paesi europei sono davvero democratici come ce la raccontano.


Credits: Foto generata con l’IA

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Immagine di Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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