Bayer-Monsanto: quando il veleno ha un nome e un bilancio

Nel 2018 Bayer, il gigante farmaceutico tedesco fondato nel 1863 a Barmen, acquista Monsanto per 63 miliardi di dollari. È la più grande acquisizione nella storia dell’azienda, e forse anche la più costosa. Non per il prezzo pagato — ma per quello che è venuto dopo.

Perché Monsanto non era solo un’azienda. Era un simbolo. Il simbolo di tutto ciò che l’agricoltura industriale del XX secolo aveva prodotto di peggio: monopoli sui semi, brevetti predatori, pesticidi cancerogeni, scienziati corrotti, governi in tasca. Bayer ha comprato la tecnologia, i brevetti, le quote di mercato. E si è tenuta anche le cause legali.

Il Roundup e il glifosato

Monsanto commercializza il glifosato — principio attivo del celebre erbicida Roundup — a partire dagli anni Settanta. Per decenni è il pesticida più venduto al mondo. Economico, efficace, apparentemente sicuro. Appare su scaffali di ferramenta e supermercati in tutto il mondo.

Nel 2015, lo IARC — Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, organo scientifico indipendente delle Nazioni Unite — classifica il glifosato come ‘probabilmente cancerogeno per l’uomo’. È una valutazione basata su decine di studi scientifici. Il rischio più documentato: il linfoma non-Hodgkin, un tumore del sistema linfatico.

La risposta di Monsanto — e poi di Bayer che ne ha ereditato il portafoglio — è sistematica e documentata: finanziare scienziati e istituti di ricerca compiacenti, costruire contro-narrative, fare pressione sulle agenzie regolatorie europee e americane, nel tentativo di ottenere un giudizio diverso da quello dello IARC.

I ‘Monsanto Papers’ — documenti interni rivelati nei processi civili americani — mostrano un’azienda che sapeva da decenni dei rischi del glifosato e costruiva deliberatamente campagne di disinformazione. Un copione che ricorda quello delle multinazionali del tabacco negli anni Sessanta.

160.000 cause. 10,9 miliardi di dollari

Nel 2020, dopo centinaia di processi e verdetti contrari in tutta America, Bayer raggiunge un accordo stragiudiziale per 10,9 miliardi di dollari con oltre 160.000 querelanti. Persone ammalate di linfoma non-Hodgkin che avevano usato il Roundup nei loro campi o nei loro giardini.

Per capire la portata: 10,9 miliardi di dollari è più del PIL annuale del Montenegro. È il prezzo che una multinazionale ha pagato per aver messo sul mercato un prodotto che sapeva essere potenzialmente cancerogeno, continuando a venderlo per decenni mentre combatteva legalmente chi cercava di fermarlo.

Bayer ha annunciato che non riconosce alcuna responsabilità. Fa parte dell’accordo. Il prodotto è ancora in commercio. In Italia il 45% delle acque analizzate dall’ISPRA è contaminato dal glifosato o dai suoi metaboliti.

Il modello ‘seme + pesticida’

Ma il glifosato è solo la punta dell’iceberg. Il vero business di Monsanto — e ora di Bayer — è il controllo della filiera agricola a monte. I semi brevettati Roundup-ready sono geneticamente modificati per resistere al glifosato. Questo significa che l’agricoltore che li acquista è costretto ad acquistare anche il Roundup. Un vincolo commerciale codificato nel DNA della pianta.

Non si possono conservare i semi da una stagione all’altra — i contratti lo vietano esplicitamente. Non si può coltivare senza il pesticida abbinato. Non si può uscire dal sistema una volta entrati, perché nel frattempo le varietà tradizionali sono scomparse dai cataloghi e dalla memoria.

  • Bayer detiene il 24% del mercato mondiale dei pesticidi.
  • Detiene il 29% del mercato mondiale delle sementi.
  • È azionista anche in aziende farmaceutiche che trattano i tumori correlati ai suoi pesticidi.
  • I suoi principali azionisti — BlackRock (~6,8%), Vanguard (~5,5%), State Street (~2,8%) — sono gli stessi che possiedono le case farmaceutiche.

L’eredità di Monsanto che Bayer non riesce a cancellare

Bayer ha cancellato il nome Monsanto dopo l’acquisizione. Come ha ammesso l’amministratore delegato Werner Baumann, ‘la reputazione di Monsanto è una grande sfida’. Ma un nome si cancella con un comunicato stampa. I pesticidi nei campi, i brevetti sui semi, le responsabilità ambientali e legali restano.

Restano anche i PCB — policlorobifenili — di cui Monsanto era il principale produttore mondiale fino agli anni Settanta. Sostanze altamente tossiche, persistenti nell’ambiente per decenni, oggi vietate in tutto il mondo ma ancora presenti nei sedimenti di fiumi e oceani, nella catena alimentare, nel sangue degli esseri umani. Bayer ha ereditato anche quella storia.

E resta l’agente arancio — il defoliante usato dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, di cui Monsanto era co-produttore. Un prodotto contaminato da diossine, correlato a gravissime patologie nei veterani americani e nelle popolazioni civili vietnamite. Una ferita ancora aperta, a decenni di distanza.

Cosa possiamo fare noi

La prima cosa è sapere. La seconda è scegliere. Ogni volta che acquistiamo un prodotto biologico certificato, stiamo sottraendo una piccola quota di mercato a questo sistema. Ogni volta che un agricoltore adotta metodologie alternative, sta dimostrando che si può fare agronomia senza dipendere dalla chimica di Bayer.

Non è ingenuo pensare che le scelte individuali cambino il mondo. Ma è ingenuo pensare che il mondo cambi senza di esse.

Il glifosato sarà in commercio in Europa almeno fino al 2033, dopo che la Commissione Europea ne ha rinnovato l’autorizzazione nel 2023 — sotto la pressione di una lobby che ha speso milioni per evitare l’esito contrario. La battaglia è politica. E la politica si cambia con la coscienza dei cittadini.

Questa inchiesta continua

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Immagine di Giacinto Cimolai

Giacinto Cimolai

Friulano. Fondatore del progetto sociale che fa riferimento all’associazione Comunità Etica.
Dal 2017 si dedica alla promozione e allo sviluppo di questo progetto, promuovendolo in Italia e all’estero.
Fondatore e responsabile del progetto di Tutela Legale Etica che si propone di difendere tutti coloro che sono afflitti dal Debito.
Presidente di Confisi-Friuli
Presidente della Cooperativa OPES.
Presidente Regionale per il Friuli Venezia Giulia dell’associazione di promozione sociale A.N.A.S.
Nel 2022 fonda la testata giornalistica CambiaMenti, di cui è direttore editoriale.
Ha pubblicato quattro libri

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