Quando il sale diventa una risorsa

In Australia il sale ha sottratto fertilità ai campi, danneggiato infrastrutture e messo in crisi intere comunità rurali. Alcuni ricercatori hanno però provato a cambiare domanda: non soltanto come eliminarlo, ma come trasformarlo in una risorsa produttiva.

Dalle terre degradate australiane una lezione di adattamento per l’agricoltura

Per decenni l’Australia ha combattuto la salinità dei suoli con gli strumenti più intuitivi: ripiantare alberi, ridurre la risalita delle falde, intercettare e pompare le acque saline. Poi, in alcune aree interne, è emersa un’idea diversa: utilizzare quelle stesse acque per allevare specie acquatiche e coltivare piante tolleranti al sale. Non una soluzione miracolosa, né un successo uniforme, ma un esperimento capace di rovesciare il modo di guardare a un territorio degradato.

Il nemico nascosto sotto i campi

Gran parte del continente australiano conserva nel sottosuolo enormi quantità di sali accumulati nel corso di tempi geologici. Finché la vegetazione autoctona, formata anche da alberi e arbusti dalle radici profonde, assorbiva molta acqua, le falde rimanevano abbastanza basse da trattenere il sale lontano dalla superficie.

La vasta trasformazione del paesaggio agricolo modificò questo equilibrio. I boschi furono sostituiti da colture annuali e pascoli con apparati radicali più superficiali: un’ulteriore dimostrazione di quanto ciò che nell’immediato appare progresso possa, quando ignora i delicati equilibri naturali, produrre conseguenze distruttive nel lungo periodo. Una quota maggiore di pioggia cominciò così a infiltrarsi nel terreno. In molte zone la falda risalì, sciolse i sali presenti negli strati profondi e li trasportò verso la zona esplorata dalle radici.

Il paradosso è che una pianta può morire di sete in un terreno apparentemente umido. Quando la concentrazione salina del suolo è troppo elevata, le radici faticano ad assorbire acqua; nei casi più gravi, il gradiente osmotico sottrae acqua ai tessuti vegetali. La salinità riduce quindi la produttività, altera gli ecosistemi e accelera il deterioramento di strade, edifici e altre infrastrutture.

Le stime ufficiali australiane disponibili all’inizio del secolo indicavano circa 5,7 milioni di ettari situati in aree a rischio o già interessate dalla salinità delle terre asciutte. È un problema che non si lascia risolvere con una sola tecnica, perché dipende dalla geologia, dal clima, dalle falde e dagli usi del suolo di ciascun bacino.

Gli alberi aiutano ma non possono fare tutto

La ricostituzione della vegetazione perenne è una parte importante della risposta. Alberi, arbusti e pascoli profondamente radicati possono consumare più acqua, proteggere il suolo dall’erosione e contribuire a contenere la risalita delle falde. Ma proprio nelle aree già fortemente saline l’attecchimento può essere difficile: le giovani piante devono sopravvivere a condizioni che impediscono loro di sviluppare l’apparato radicale necessario.

L’esperienza australiana ha mostrato che piantare in modo indiscriminato non basta. La gestione efficace richiede cartografie del sottosuolo, misurazioni delle falde, scelta di specie adatte e interventi calibrati sul singolo territorio. Per questo l’Australia ha affiancato alla riforestazione opere di drenaggio, sistemi di intercettazione salina e programmi locali di gestione integrata.

Un mare artificiale nel cuore dell’entroterra

In alcuni distretti del bacino Murray-Darling, le acque sotterranee saline venivano pompate per proteggere terreni agricoli e corsi d’acqua. Nasce qui la domanda che ha aperto una strada inattesa: se quell’acqua doveva comunque essere estratta e confinata in bacini di evaporazione, poteva diventare una materia prima?

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, programmi di ricerca australiani studiarono il potenziale dell’acquacoltura marina nell’interno. Le analisi mostrarono che alcune falde possedevano una salinità complessiva simile a quella del mare, ma non necessariamente la stessa composizione ionica. Ed è proprio questa differenza, invisibile a occhio nudo, a decidere la sopravvivenza degli animali.

Le prime prove insegnarono una regola fondamentale: non basta misurare quanto sale c’è; occorre sapere quali sali sono presenti e in quale rapporto. Carenze di potassio, magnesio o altri elementi possono compromettere l’equilibrio osmotico, la crescita e la formazione del guscio dei crostacei. Correggere la composizione dell’acqua può rendere allevabili alcune specie, ma richiede monitoraggio, competenze e costi che devono essere valutati caso per caso.

Dai pesci alle piante che amano il sale

La parte più interessante non è l’idea spettacolare di “portare il mare nel deserto”, ma la possibilità di costruire una filiera integrata. L’acqua salina può essere impiegata in acquacoltura; i nutrienti prodotti dagli allevamenti possono alimentare piante alofile, cioè capaci di crescere in ambienti salati; specie come salicornia e atriplice possono contribuire a recuperare nutrienti e, in certi contesti, fornire prodotti alimentari o foraggio.

L’atriplice, conosciuta in Australia come saltbush, è già utilizzata nelle aziende delle aree aride e saline. Non elimina automaticamente il sale dal paesaggio, ma offre copertura vegetale e alimentazione al bestiame quando altre colture faticano. Anche la valorizzazione commerciale delle carni provenienti da questi sistemi mostra come una limitazione ambientale possa diventare un elemento distintivo, purché sostenuta da qualità reale e da una filiera credibile.

Il principio è quello dell’economia circolare: un flusso considerato rifiuto viene utilizzato più volte, cercando di recuperare acqua, nutrienti e biomassa. Ma la circolarità non annulla i problemi. Alla fine, rimane una frazione salina concentrata da gestire; servono energia per pompare e ossigenare l’acqua, controlli sanitari, mercati accessibili e una disponibilità idrica stabile.

Perché l’esperimento non è diventato un modello universale

Le sperimentazioni australiane hanno dimostrato una possibilità tecnica, non una ricetta valida ovunque. Siccità prolungate, variazioni nella quantità di acqua disponibile, distanze dai mercati e incertezza negli investimenti hanno frenato diversi progetti. Alcune attività sono cessate, mentre la ricerca ha continuato a produrre conoscenze riutilizzate anche fuori dall’Australia.

È una distinzione importante. Presentare ogni prova come un successo definitivo alimenta aspettative irrealistiche; liquidare un progetto interrotto come fallimento cancella invece ciò che ha insegnato. L’innovazione agricola procede spesso così: piccoli impianti pilota, errori, correzioni chimiche o biologiche, verifica dei costi e trasferimento delle soluzioni che funzionano.

La lezione per l’agricoltura italiana

Anche l’Italia deve fare i conti con la salinizzazione. Nelle pianure costiere, comprese quelle venete attraversate da Brenta, Bacchiglione, Adige e Po, la riduzione delle portate estive favorisce la risalita del cuneo salino nei fiumi. Negli acquiferi il fenomeno può essere più persistente ed è influenzato da prelievi, subsidenza, caratteristiche geologiche e innalzamento del livello del mare.

L’insegnamento australiano non è che dovremmo riempire le campagne italiane di vasche per specie marine. È, prima di tutto, un insegnamento di metodo: conoscere con precisione acqua e suolo prima di intervenire; non affidarsi a una soluzione unica; progettare filiere che trasformino almeno una parte del problema in valore.

Per l’agricoltura italiana questo può significare sperimentare, dove le condizioni lo consentono, colture tolleranti al sale, alofite alimentari o foraggere, sistemi di irrigazione più selettivi, drenaggi controllati e forme di acquacoltura integrate. Ogni progetto dovrebbe partire da un bilancio idrico e salino, prevedere la destinazione finale dei sali concentrati e dimostrare la sostenibilità economica prima di essere esteso.

La vera lezione, dunque, è evitare due errori opposti: continuare a difendere a ogni costo colture non più adatte oppure inseguire una tecnologia affascinante senza misurarne le conseguenze. Adattarsi non significa arrendersi al degrado. Significa osservare meglio il territorio, diversificare le produzioni e costruire soluzioni locali capaci di convivere con condizioni che stanno cambiando.


Fonti principali

• Australian Government Department of Agriculture, Salinity Mapping – https://www.agriculture.gov.au/agriculture-land/farm-food-drought/natural-resources/salinity/salinity-mapping

• NSW Department of Primary Industries, Developing Commercial Inland Saline Aquaculture in Australia – https://www.dpird.nsw.gov.au/__data/assets/pdf_file/0008/545615/FFRS-31_Allan-et-al-2001.pdf

• Murray-Darling Basin Authority, Basin Salinity Management 2030 – https://www.mdba.gov.au/sites/default/files/publications/basin-salinity-management-2030.pdf

• CNR, Intrusione salina nella pianura costiera veneta – https://dta.cnr.it/2026/08/29/intrusione-salina-cnr-geo/


Credits: Foto generata con l’IA

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Immagine di Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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