Ogni anno migliaia di donne iniziano terapie preventive per quel che viene presentato come “osso fragile”: ma quando la cura trasforma una presunta debolezza in un rischio vero, chi paga il conto? Il caso del farmaco anti-osteoporosi Fosamax non è un’anomalia: è paradigmatico di una strategia su scala globale.
Ossature d’oro: come nacque “l’epidemia di ossa fragili”
Nel 1995 la casa farmaceutica Merck lanciò Fosamax, il primo bifosfonato pensato per aumentare la densità ossea e ridurre il rischio di fratture nelle donne in menopausa. Tuttavia, le vendite iniziarono con un flop: né i medici né le pazienti consideravano l’osteoporosi — spesso asintomatica per anni — un’emergenza urgente.
Per invertire la rotta, Merck mise in piedi una strategia aggressiva. Investì nella diffusione capillare di densitometri ossei (DEXA), anche in luoghi inaspettati — ambulatori, ospedali e persino furgoni in piazze cittadine — e lanciò campagne di sensibilizzazione per medici e pubblico. Ma soprattutto: inventò un nuovo “stadio di malattia”: la Osteopenia. Una condizione “intermedia” fra normalità e osteoporosi, ribattezzata spesso “pre-osteoporosi”. L’osteopenia — fino a pochi anni prima considerata una normale variazione fisiologica legata all’età — divenne per milioni di donne motivo sufficiente per una terapia cronica con Fosamax.
Così, ciò che era una lieve riduzione di densità ossea divenne — grazie a marketing e incentivi — una patologia da curare.
Quando la cura peggiora le ossa: i rischi emergenti
Con il tempo emersero però aspetti preoccupanti: pur aumentando la densità ossea misurata al DEXA, i bifosfonati sopprimevano quasi completamente il naturale ricambio dell’osso. Il risultato: l’osso diventava denso e “vecchio”, cristallino, ma anche fragile.
Molti pazienti trattati con Fosamax riportarono esiti gravi:
- Osteonecrosi della mascella — un’atrofia ossea che in alcuni casi seguiva estrazioni dentarie.
- Fratture atipiche del femore — vere e proprie fratture spontanee o da traumi minimi che all’occhio dei radiologi risultavano caratteristiche quanto tipiche delle “fratture da bifosfonati”.
- Problemi esofagei, ulcere, infiammazioni, persino un possibile aumento del rischio di carcinoma esofageo nei trattamenti prolungati.
- Dolori muscolo-scheletrici intensi, rigidità, e altre alterazioni anche gravi.
Molte di queste donne non avevano mai avuto una frattura o manifestazioni cliniche: erano sane o quasi — ma erano state trasformate in “potenziali malate”.
Le class action e le cause legali si moltiplicarono. Migliaia di donne chiesero risarcimenti per non essere state avvertite dei rischi reali. Merck — pur tentando di difendersi — dovette affrontare centinaia di milioni in indennizzi (ma sempre enormemente meno di quanto ci avevano guadagnato sopra) oltre a un crollo reputazionale.
“Più malati per vendere più farmaci”: la logica del disease mongering
Il fenomeno di Fosamax rientra pienamente nel concetto di “disease mongering” — la creazione, amplificazione o ridefinizione di malattie o condizioni borderline per espandere il mercato dei farmaci.
L’uso di termometri ossei, la promozione di osteopenia come malattia, l’allargamento della prescrizione a persone sane o quasi: tutto fa parte di una strategia commerciale che mette il profitto prima della salute.
Non è un caso isolato: altre patologie — da livelli borderline di colesterolo, a condizioni psico-sociali come disturbi dell’umore o disfunzioni sessuali — sono state “medicatizzate” in anni recenti, ampliando il bacino di potenziali pazienti a persone sane.

Altri casi emblematici: oltre le ossa fragili
Disfunzione sessuale femminile
Il marketing intorno alla cosiddetta Female Sexual Dysfunction (FSD) è considerato da molti “un classico” del disease mongering: un quadro che normalizza normali variazioni del desiderio e dell’eccitazione sessuale come patologia da curare. Il risultato è stato un proliferare di farmaci, integratori e trattamenti per un “malessere” ampiamente soggettivo.
Ipercolesterolemia e “livelli normali ridotti”
Un altro esempio molto discusso riguarda l’abbassamento arbitrario delle soglie di normalità per alcuni parametri — come il colesterolo — trasformando in “malati” persone che fino a poco prima erano considerate sane. Il cambiamento dei parametri, unito a massicce campagne promozionali, ha determinato un’impennata nel consumo di statine.
Diagnostica preventiva e overdiagnosi
Con l’evoluzione delle tecniche diagnostiche e la disponibilità di strumenti sempre più sensibili, la soglia tra normalità e “rischio potenziale” si è assottigliata. Questo ha favorito diagnosi su persone sane o con alterazioni minime, tese a essere medicalizzate in preventive terapie — a volte per tutta la vita.
Le conseguenze per pazienti e sistema sanitario
La commercializzazione aggressiva di malattie o condizioni borderline ha un prezzo — e spesso lo pagano pazienti sani. Le conseguenze?
- Trattamenti potenzialmente dannosi — che in alcuni casi creano patologie peggiori (osteonecrosi, fratture, effetti collaterali gravi).
- Aumento dei costi — per cure, visite, esami, follow-up inutili; spreco di risorse del sistema sanitario.
- Paura, ansia, medicalizzazione della normalità — con impatto sulla qualità della vita e sul benessere psicofisico.
- Danno di fiducia verso medici e istituzioni — e verso la medicina in generale.
Verso una medicina più prudente: cosa possiamo imparare
Il caso Fosamax — e altri come quelli legati a FSD o a cambi di parametri diagnostici — mostrano quanto sia importante una medicina basata sulle evidenze, non sul marketing.
Diversi esperti enfatizzano:
- la necessità di definizioni cliniche rigorose;
- il valore della prevenzione non-farmacologica (stile di vita, alimentazione, attività fisica);
- la trasparenza nei rapporti tra industria, medici e pazienti;
- un uso più critico e selettivo dei farmaci, evitando terapie “a tappeto” su persone sane.
In definitiva:
- da parte dei medici: curare non significa solo prescrivere, ma decidere con consapevolezza.
- da parte dei cittadini: capire che la salute è essenzialmente informazione; quindi, se conosci ti salvi, se non conosci soccombi!
Perché il caso Fosamax resta paradigmatico
Il fallimento — dal punto di vista etico e sanitario — del marketing farmaceutico intorno a Fosamax racconta molto: non è solo una questione di effetti collaterali. È la storia di come una “malattia” sia stata costruita dal nulla, presentata come emergenza e curata per decenni. E di come, spesso, i pazienti pagano con salute e fiducia. Il disease mongering non è una teoria complottista: è un allarme documentato — spesso ignorato finché non è troppo tardi.
Credits: Foto e infografica generate con l’IA




