L’ascesa delle “donne fatali 2.0” e il mito dell’uomo-provider

Negli ultimi anni, un nuovo filone di influencer ha conquistato milioni di giovani donne proponendo un modello di femminilità “magnetica”, fatto di distanza emotiva, lusso e uomini che provvedono a tutto. Ma dietro la patina glamour si nasconde un fenomeno molto più complesso, con implicazioni psicologiche e sociali profonde.


Una narrazione scintillante che promette tutto senza dare nulla

Scrollando i vari social oggi, è impossibile non imbattersi in video di donne che esibiscono vite perfette, sostenendo di averle ottenute grazie a una misteriosa “energia femminile oscura”.

Nel loro racconto, basta diventare rare, inaccessibili, distaccate: l’uomo “giusto”, di successo e generoso, arriverà a provvedere a tutto. Una promessa seducente, immediata, quasi magica.

Questo immaginario è alimentato da figure come The Wizard Liz, Shera Seven nel mondo anglofono e, in Francia, Juliette Swann. In parte show, in parte coaching motivazionale, le loro piattaforme mescolano auto-aiuto, glamour e un ritorno selettivo ai ruoli tradizionali: la donna riceve, l’uomo provvede. Ma è davvero così semplice?

La crisi della Girl Boss e la voglia di una “via facile”

La fortuna di questo discorso non nasce nel vuoto. Dopo anni in cui il modello della donna iperindipendente è stato celebrato, molte giovani hanno iniziato a sentirlo come irrealistico e schiacciante. Ricerche, articoli e persino riviste di moda parlano ormai apertamente della “fine della Girl Boss”: burnout, disillusione e rifiuto della hustle culture[1] creano terreno fertile per narrazioni che promettono meno sforzo e più risultati.

E le “donne fatali 2.0” offrono esattamente questo: non devi competere, non devi dimostrare nulla — devi solo essere magnetica. Il resto lo farà lui.

L’algoritmo come alleato: quando il miraggio digitale incontra l’ipergamia

Un altro fattore decisivo è il ruolo delle app di incontri. Gli studi mostrano che gli utenti puntano in media partner con una desiderabilità superiore alla propria del 25%. Il risultato? Una minoranza di uomini riceve la maggior parte dell’attenzione, mentre gli altri diventano invisibili.

Per molte donne, questo alimenta l’illusione che “l’uomo ideale” sia ovunque, a portata di like, quando in realtà è un miraggio statistico. Ed è proprio su questo miraggio che le coach costruiscono la loro retorica: se puoi vederlo su Tinder, puoi averlo nella vita reale.

Il lato nascosto: relazioni ridotte a transazioni

Dietro la retorica dell’empowerment, però, c’è un modello relazionale che elimina un ingrediente essenziale: la reciprocità.

Nel mondo delle “donne fatali”, l’uomo deve dare tutto — denaro, attenzione, presenza — mentre la donna deve dare… la sua distanza. Il valore maschile è misurato in mezzi, quello femminile in rarità.

Gli psicologi, però, avvertono che queste dinamiche favoriscono comportamenti narcisistici e strategie manipolative tipiche della Dark Triad: seduzione rapida, scarso investimento affettivo, relazioni brevi e superficiali.

La conseguenza? Una generazione che confonde l’indipendenza con l’inaccessibilità e l’amore con una forma sofisticata di negoziazione.

Il caso simbolo: quando la vita perfetta crolla

La storia recente di The Wizard Liz ne è un esempio emblematico. Per anni è stata la vetrina vivente del magnetismo femminile “di lusso”. Nel 2025, però, tutto è crollato: accuse pubbliche di tradimento, una gravidanza in corso, una rottura mediatica globale.

Un promemoria che la perfezione ostentata sui social non protegge da nulla. E che, spesso, dietro la distanza emotiva celebrata nei video, la vita reale presenta crepe profonde.

Un modello impossibile (statisticamente e umanamente)

Il prototipo maschile promosso da queste coach — alto, ricco, stabile, leader, affascinante — è, numeri alla mano, una rarità biologica e sociale. Negli Stati Uniti, solo una piccola minoranza di uomini supera i 100.000 dollari annui. Gli uomini sopra 1,80 m sono una minoranza. Se aggiungiamo compatibilità, valori e disponibilità emotiva, il gruppo si riduce a una frazione microscopica.

Eppure, molte donne vengono spinte a cercare solo quel profilo. L’esito prevedibile è un aumento del singlehood femminile, come già registrano gli studi demografici.

Non un ritorno alla tradizione, ma un femminismo 2.0 travestito

Una parte del mondo conservatore accoglie favorevolmente questi discorsi perché “sembrano” tradizionali. Ma è solo un’illusione estetica. Nel modello tradizionale esisteva reciprocità: l’uomo provvedeva, la donna costruiva, sosteneva, contribuiva alla vita comune.

Nel modello delle coach Dark feminine, invece, gli oneri sono interamente maschili; i doveri femminili, cancellati. È un femminismo centrato sull’interesse individuale, mascherato da archetipi di antico lignaggio.

L’alternativa: essere rare da conquistare, ma facili da amare

Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare una relazione di qualità. Il problema è il percorso indicato per arrivarci.

Un approccio più maturo — e più efficace — parte da un equilibrio semplice: Essere selettive nel farsi scegliere, ma generose una volta scelto. Selettive perché si ha un valore reale, costruito dentro di sé. Facili da amare perché, una volta impegnate, si porta dolcezza, stabilità, lealtà, cooperazione, presenza.

Ingredienti che la scienza delle relazioni — da John Gottman in poi — considera fondamentali per la durata. Le maschere affascinano per poco; la reciprocità costruisce per sempre.


Credits: Foto generata con l’IA


[1] Cultura dell’iperproduttività che glorifica il lavorare sempre, senza pause e senza limiti, come unica via verso il successo.

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Immagine di Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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