

Dopo aver esplorato l’IA come possibile partner di pensiero, prosegue la serie DIALOGHI con l’Intelligenza Artificiale. Questa volta partiamo da un gesto apparentemente semplice, ma decisivo: imparare a fare domande — e persino lasciare che sia l’IA a farle a noi.
Nel primo articolo di questa serie abbiamo sostenuto una tesi apparentemente paradossale: l’intelligenza artificiale non pensa al posto nostro, ma può aiutarci a pensare meglio.
C’è però una condizione: dobbiamo smettere di considerarla soltanto una macchina alla quale impartire ordini. Gran parte delle discussioni sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale ruota oggi attorno ai prompt: come formularli, quanto devono essere dettagliati, quali parole utilizzare per ottenere il risultato migliore.
È certamente utile imparare a dare istruzioni chiare. Ma rischiamo di confondere una tecnica con qualcosa di molto più importante. Saper formulare un buon prompt non significa necessariamente saper fare una buona domanda.
Una risposta può chiudere il problema. Una domanda può aprirlo
Supponiamo di chiedere all’IA: «Quali sono i vantaggi dell’intelligenza artificiale nella scuola?» Riceveremo probabilmente una risposta ordinata: personalizzazione dell’apprendimento, assistenza agli studenti, preparazione dei materiali, traduzioni, supporto agli insegnanti e così via. Potremmo copiarla e considerarci soddisfatti.
Ma potremmo anche continuare: Quali sono invece gli svantaggi? Quale di questi rischi viene maggiormente sottovalutato? Ci sono argomenti validi contro ciò che hai appena sostenuto? Che cosa direbbe un insegnante contrario all’utilizzo dell’IA? E uno studente? Quali conseguenze potrebbero manifestarsi tra dieci anni?
A quel punto non stiamo più semplicemente ottenendo informazioni. Stiamo esplorando un problema. Ed è qui che l’intelligenza artificiale comincia a diventare davvero interessante.
Ho provato a chiederlo direttamente all’IA
SERGIO: Se dovessi scegliere tra darmi subito una buona risposta e aiutarmi a formulare una domanda migliore, quale delle due cose sarebbe più utile?
IA: Dipende dall’obiettivo. Se devi sapere a che ora parte un treno, ti serve una risposta. Se invece stai cercando di comprendere un problema complesso, una domanda migliore può essere molto più utile, perché può farti scoprire aspetti che non avevi considerato.
SERGIO: Quindi potresti aiutarmi anche senza darmi subito la soluzione?
IA: Certamente. Potresti chiedermi, per esempio: “Prima di rispondere, fammi cinque domande che mi aiutino a capire meglio il problema”. In quel caso il mio compito non sarebbe sostituirmi al tuo ragionamento, ma aiutarti a svilupparlo.
SERGIO: Ma questo richiede più fatica da parte mia.
IA: Sì. Ed è proprio questa la differenza tra utilizzare l’intelligenza artificiale per evitare la fatica del pensiero e utilizzarla per rendere quella fatica più produttiva.
Quest’ultima risposta contiene, a mio avviso, il punto essenziale.
L’IA può anche interrogarci
Siamo abituati a pensare che il rapporto funzioni in una sola direzione: noi domandiamo, la macchina risponde. Ma possiamo capovolgerlo. Prima di chiederle una soluzione possiamo scrivere: «Non rispondere ancora. Fammi prima le domande che ritieni necessarie per comprendere bene il problema.» È un cambiamento apparentemente piccolo. In realtà modifica profondamente il rapporto con lo strumento.
Immaginiamo di dover prendere una decisione professionale. Invece di chiedere: «Secondo te cosa dovrei fare?»potremmo dire: «Fammi dieci domande che mi aiutino a capire quale decisione sarebbe più coerente con i miei obiettivi.»
L’IA potrebbe chiederci quali risultati desideriamo ottenere, quali rischi siamo disposti ad accettare, quali alternative abbiamo già considerato, quali conseguenze avrebbe ciascuna scelta. La decisione rimarrebbe nostra. Ma probabilmente arriveremmo a prenderla avendo pensato meglio.
Una pratica antichissima con uno strumento nuovissimo
Tutto questo, in realtà, non nasce con l’intelligenza artificiale. Più di duemila anni fa Socrate aveva fatto della domanda uno dei principali strumenti della conoscenza. Non consegnava semplicemente delle risposte ai suoi interlocutori. Li interrogava, metteva alla prova le loro convinzioni, faceva emergere contraddizioni e li conduceva a formulare nuove domande.
È quella che chiamiamo maieutica: aiutare qualcuno a far emergere attraverso il dialogo qualcosa che può arrivare a comprendere. Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare ChatGPT in un moderno Socrate. Una macchina non possiede la coscienza, l’esperienza umana e la profondità morale di un filosofo. Ma il principio del dialogo conserva tutta la sua forza. Possiamo utilizzare uno strumento tecnologicamente nuovissimo per recuperare un’abitudine intellettuale antichissima: non accontentarci della prima risposta.
Il problema dei “prompt perfetti”
Sul web si moltiplicano raccolte di centinaia di prompt pronti all’uso. Sono utili. Anch’io posso utilizzarli. Ma c’è un rischio: trasformare ancora una volta il pensiero in una procedura.
Se esiste il “prompt perfetto” per scrivere un articolo, preparare una strategia, analizzare un problema o prendere una decisione, potremmo essere tentati semplicemente di copiarlo. Ma nessun prompt può sapere in anticipo esattamente che cosa vogliamo comprendere. Per questo la conversazione è spesso più importante dell’istruzione iniziale.
Si comincia con una domanda imperfetta. Si riceve una risposta. La si legge. Qualcosa non convince. Si chiede perché. Si propone un’obiezione. L’IA risponde.
Cambiamo prospettiva. E lentamente non migliora soltanto la risposta: migliora la nostra comprensione del problema.
Cinque domande che possono cambiare una conversazione con l’IA
Nella mia esperienza, alcune delle richieste più semplici sono anche tra le più utili: «Perché?» «Qual è l’argomento migliore contro quello che hai appena sostenuto?» «Che cosa non sto considerando?» «Da quale altro punto di vista potremmo guardare il problema?» «Prima di rispondermi, quali domande dovresti farmi?»
Non occorre conoscere linguaggi tecnici. Occorre soprattutto conservare una cosa che nessuna tecnologia dovrebbe toglierci: la curiosità.
Dalla cultura della risposta alla cultura della domanda
Viviamo in un’epoca nella quale ottenere una risposta è diventato incredibilmente facile. Per secoli l’informazione era scarsa. Bisognava cercarla nei libri, nelle biblioteche, rivolgersi a persone competenti. Internet ha reso disponibili miliardi di informazioni.
L’intelligenza artificiale ha compiuto un ulteriore passo: non dobbiamo più neppure cercarle una per una. Possiamo formulare una domanda e ricevere immediatamente una risposta già organizzata. Proprio per questo sta aumentando il valore di un’altra capacità. Sapere che cosa chiedere.
E soprattutto sapere quando una risposta, per quanto convincente, non è ancora sufficiente. Forse una delle competenze più importanti nell’era dell’intelligenza artificiale non sarà conoscere tutte le risposte. Sarà avere ancora voglia di fare la domanda successiva.
La domanda di CambiaMenti
Se possiamo ottenere una risposta in pochi secondi, avremo ancora la pazienza e la curiosità di continuare a fare domande?
Credits: Foto generata con l’IA




