E gli uomini, chi li ascolta?

Per decenni abbiamo imparato, giustamente, ad ascoltare le esigenze delle donne e a chiedere agli uomini di comprenderle. Ma una vera parità richiede reciprocità: siamo altrettanto disposti ad ascoltare ciò che provano, temono e chiedono gli uomini? L’esperienza di Norah Vincent offre un punto di osservazione sorprendente da cui iniziare questa riflessione.


Abbiamo insegnato agli uomini a capire le donne. È arrivato il momento di chiedere anche alle donne di capire gli uomini.

C’è una domanda che nella nostra società è diventata quasi obbligatoria: «Che cosa devono fare gli uomini per comprendere meglio le donne?» È una domanda legittima.

Ce n’è però un’altra che pronunciamo molto più raramente: «Che cosa devono fare le donne per comprendere meglio gli uomini?»

Provate a pensarci. Da decenni discutiamo — giustamente — di ciò che una donna può aspettarsi da un uomo: ascolto, rispetto, attenzione, comprensione, sensibilità, responsabilità affettiva. Abbiamo spiegato agli uomini come corteggiare senza essere invadenti, come accettare un rifiuto, come riconoscere le paure femminili, come comunicare, come esprimere le emozioni. Tutto giusto. Ma dov’è il capitolo successivo? Quello in cui spieghiamo che anche un uomo ha paure, fragilità, bisogni emotivi e aspettative? Quello in cui chiediamo alle donne di interrogarsi sul modo in cui trattano gli uomini? Perché se la parità significa davvero parità, prima o poi bisognerà affrontare una questione piuttosto scomoda: l’empatia non può essere a senso unico.

La donna che volle scoprire quanto fosse facile essere uomo

Norah Vincent era una giornalista e scrittrice americana. Era anche una donna che decise di fare qualcosa di radicale. Per circa diciotto mesi visse socialmente come un uomo. Si fece chiamare Ned. Modificò il proprio aspetto e il modo di parlare. Entrò in ambienti prevalentemente maschili. Frequentò una squadra di bowling, lavorò nelle vendite, trascorse del tempo in un monastero, partecipò a un gruppo maschile e uscì con donne presentandosi come uomo.

Il risultato diventò un libro dal titolo eloquente: Self-Made Man. Vincent non condusse un esperimento scientifico e sarebbe assurdo utilizzare la sua esperienza personale per stabilire chi viva meglio, uomini o donne. Ma il suo viaggio possiede un valore difficilmente liquidabile. Perché Vincent aveva osservato gli uomini per tutta la vita. Poi provò, per quanto possibile, a vivere dall’altra parte. E scoprì che alcune cose erano molto diverse da come apparivano.

Benvenuta nel mondo del rifiuto

Uno dei primi shock arrivò frequentando le donne da uomo. Vincent conosceva perfettamente il corteggiamento dal punto di vista femminile. Non conosceva altrettanto bene quello maschile. Da donna veniva avvicinata. Da uomo doveva avvicinare. Sembra una differenza banale. Non lo è. Significa essere quello che deve alzarsi. Avvicinarsi. Inventarsi qualcosa da dire. Interpretare i segnali. Esporsi al giudizio. E infine rischiare il rifiuto. Ancora e ancora.

Naturalmente nessuna donna deve accettare le attenzioni di un uomo che non le interessa. Ma esiste una differenza enorme fra rifiutare qualcuno e umiliarlo. Possiamo insegnare a un ragazzo che un “no” deve essere accettato immediatamente. Dovremmo farlo. Ma perché non insegnare contemporaneamente a una ragazza che davanti a lei potrebbe esserci una persona che ha appena raccolto il coraggio necessario per esporsi? Perché il rispetto dovrebbe essere richiesto soltanto a chi fa il primo passo? Un uomo non ha diritto al “sì” di una donna. Ma ha diritto alla stessa dignità che pretendiamo per chiunque altro. Queste due affermazioni possono convivere perfettamente.

«Vogliamo uomini sensibili». Sicuri?

Poi c’è una delle grandi contraddizioni della nostra epoca. Ripetiamo continuamente agli uomini: «Dovete mostrare le vostre emozioni.» Benissimo. Ma cosa succede quando lo fanno davvero? Non quando mostrano la vulnerabilità elegante delle serie televisive. Quella è facile da accettare. Parliamo della vulnerabilità vera. Un uomo che piange. Un uomo che ha paura. Un uomo che dice alla compagna: «Non so cosa fare.» Oppure: «Ho bisogno di te.» Oppure ancora: «Non ce la faccio.»

Siamo davvero sicuri che la società accolga quell’uomo con la stessa naturalezza con cui dichiara di desiderare uomini più sensibili? E soprattutto: siamo sicuri che le donne lo facciano sempre? Vincent rimase colpita proprio dalla pressione emotiva sperimentata vivendo da uomo. L’uomo deve aprirsi. Ma non troppo. Deve essere sensibile. Ma anche forte. Deve raccontare le proprie emozioni. Purché quelle emozioni non lo rendano troppo fragile. È una trappola perfetta.

Chiediamo agli uomini di togliersi l’armatura, continuando però a giudicarli quando scopriamo che sotto l’armatura c’è una persona vulnerabile.

Il valore dell’uomo? Dimostralo.

C’è poi una domanda che accompagna moltissimi uomini fin dall’adolescenza: «Quanto vali?» E la risposta raramente sembra essere: «Valgo perché sono una persona.» Più spesso è: Che lavoro fai? Quanto guadagni? Quanto sei sicuro di te? Sei brillante? Sei divertente? Hai successo? Sai prendere l’iniziativa? Sai proteggere? Sai risolvere i problemi? Hai status? Un uomo impara molto presto una regola non scritta: il tuo valore deve essere dimostrato.

Le donne conoscono altre pressioni, altrettanto reali e spesso feroci. Bellezza. Peso. Età. Maternità. Sessualità. Carriera. Non c’è alcuna ragione di negarle. Ma perché riconoscere una pressione dovrebbe obbligarci a ignorare l’altra?

È questa assurda contabilità della sofferenza che dovremmo finalmente abbandonare. I problemi delle donne non diventano meno importanti se riconosciamo quelli degli uomini. E viceversa.

L’uomo utile

C’è però qualcosa di ancora più profondo. Molti uomini hanno interiorizzato l’idea che il proprio valore dipenda dalla propria utilità. Sei apprezzato se produci. Se risolvi. Se proteggi. Se sostieni. Se guadagni. Se sei forte quando gli altri non possono esserlo. E quando non riesci più a fare queste cose? Che cosa rimane? È una domanda enorme.

Perché dietro molti modelli tradizionali di mascolinità c’è certamente il potere. Ma c’è anche il dovere. E abbiamo imparato molto bene a criticare il primo dimenticandoci spesso del secondo. Se vogliamo superare davvero i vecchi ruoli di genere, dobbiamo superarli completamente. Non possiamo dire: «Una donna non deve più essere obbligata a comportarsi secondo il proprio ruolo tradizionale.» E contemporaneamente pretendere che l’uomo continui a rispettare il suo quando ci fa comodo. La parità funziona in entrambe le direzioni. Altrimenti non è parità. È semplicemente una redistribuzione selettiva delle aspettative.

«Gli uomini devono imparare a parlare»

C’è un’altra frase che sentiamo spesso. Gli uomini non comunicano. Gli uomini non parlano delle proprie emozioni. Gli uomini dovrebbero imparare ad aprirsi. Forse. Ma c’è una domanda preliminare: quando un uomo parla, qualcuno vuole davvero ascoltarlo? Perché parlare richiede un interlocutore. E aprirsi richiede fiducia.

Molti uomini costruiscono le proprie amicizie facendo qualcosa insieme. Sport. Lavoro. Automobili. Tecnologia. Pesca. Videogiochi. Una birra. Qualunque cosa. Questo viene qualche volta interpretato come superficialità emotiva. Ma potrebbe essere semplicemente un altro linguaggio dell’intimità. Vincent, entrando negli ambienti maschili, scoprì anche solidarietà, affetto e legami che dall’esterno non aveva compreso pienamente.

Scoprì però contemporaneamente quanto potesse essere difficile, per un uomo, parlare apertamente del proprio dolore. E allora forse dovremmo smettere di limitarci a dire: «Uomini, imparate a parlare.» Dovremmo aggiungere: «E noi donne impariamo ad ascoltarli.»

Un uomo può essere vittima?

Questa è forse la domanda culturalmente più difficile. Una donna vulnerabile corrisponde a un’immagine che conosciamo. Un uomo vulnerabile molto meno. L’uomo è ancora spesso percepito come colui che possiede potere, forza e capacità di difendersi. Questo rende difficile riconoscere situazioni nelle quali è lui a essere fragile, solo, manipolato, umiliato o semplicemente in difficoltà.

E così si verifica uno strano cortocircuito. Da una parte diciamo agli uomini di abbandonare la mascolinità tradizionale. Dall’altra continuiamo inconsapevolmente ad aspettarci proprio uno dei suoi comandamenti fondamentali: cavatela da solo.

Se soffri, reagisci. Se vieni rifiutato, incassa. Se hai paura, controllati. Se sei solo, arrangiati. Se fallisci, riprova. E magari, mentre fai tutto questo, ricordati anche di essere emotivamente disponibile.  Non sorprende che gli uomini decidano semplicemente di tacere.

Anche gli uomini vogliono essere desiderati

C’è poi una verità quasi infantile nella sua semplicità. Anche gli uomini vogliono sentirsi desiderati. Non soltanto sessualmente. Vogliono sentirsi scelti. Cercati. Apprezzati. Vogliono ricevere un complimento. Vogliono sapere che qualcuno li considera belli. Vogliono essere abbracciati senza doverlo chiedere. Vogliono qualche volta essere corteggiati anziché corteggiare.

Vogliono sapere che qualcuno li ama non perché sono forti, affidabili, divertenti, competenti o economicamente solidi. Ma semplicemente perché sono loro. Eppure, quanto spazio dedichiamo culturalmente ai bisogni affettivi maschili? Pochissimo. Perché continuiamo a immaginare l’uomo come il soggetto desiderante e la donna come l’oggetto del desiderio. Lui cerca. Lei viene cercata. Lui conquista. Lei sceglie. È un modello antico. Ma curiosamente sopravvive anche in una società che sostiene di avere superato i vecchi ruoli di genere.

Poi arrivano i numeri

E a un certo punto le impressioni lasciano spazio ai dati. Gli uomini muoiono per suicidio molto più frequentemente delle donne: nella Regione europea dell’OMS, la mortalità maschile per suicidio è circa quattro volte quella femminile. Questo non dimostra una teoria politica. Il suicidio è un fenomeno complesso, nel quale intervengono moltissimi fattori. Ma quattro volte significa qualcosa. Significa almeno che quando parliamo di benessere psicologico maschile dovremmo farlo seriamente. 

Si parla tanto di parità uomo-donna sul lavoro, eppure le donne lasciano volentieri agli uomini i lavori più faticosi e rischiosi. Non per nulla il 92,1% dei morti sul lavoro sono uomini, ovvero la quasi totalità. Parità di genere?

Anche nell’istruzione sta accadendo qualcosa che meriterebbe molta più attenzione. Nei Paesi OCSE le donne hanno ormai superato gli uomini per livello di istruzione e, nei percorsi universitari di primo livello per i quali esistono dati comparabili, mostrano tassi di completamento superiori. Anche questo non significa che le donne siano diventate “privilegiate”. Significa semplicemente che la realtà è più complicata dello slogan. In alcuni ambiti sono svantaggiate le donne. In altri possono esserlo gli uomini. Una società adulta dovrebbe riuscire a pronunciare entrambe le frasi senza avere una crisi d’identità.

La domanda proibita

Ed eccoci alla domanda che prima o poi bisognerà avere il coraggio di fare: come dovrebbero le donne trattare gli uomini? È curioso persino quanto questa domanda possa sembrare insolita. Eppure, la risposta non è rivoluzionaria. Con rispetto. Senza umiliarli. Senza ridicolizzarne le fragilità. Senza utilizzare contro di loro una confidenza fatta in un momento di vulnerabilità. Senza considerarne il valore soltanto in funzione del successo. Senza pretendere che siano sempre loro a prendere l’iniziativa. Senza pensare che un uomo in difficoltà debba necessariamente cavarsela da solo. Senza pretendere sensibilità emotiva e contemporaneamente disprezzarne la fragilità. Senza dare per scontato che, essendo uomo, abbia meno bisogno di sentirsi amato, rassicurato, desiderato o protetto.  

È troppo? Non dovrebbe esserlo. Perché sono esattamente le stesse cose che chiediamo agli uomini: vedete la persona prima dello stereotipo.

No, non è una guerra contro le donne

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: «Quindi adesso il problema sarebbero le donne?» No. Ed è proprio questa reazione a dimostrare quanto sia diventato difficile discutere serenamente dell’argomento. Parlare della sofferenza maschile non significa accusare le donne. Esattamente come parlare della sofferenza femminile non dovrebbe significare accusare indiscriminatamente gli uomini.

Non serve sostituire una guerra dei sessi con un’altra. Serve smettere di combatterla. Una donna che racconta una discriminazione non sta sottraendo dignità agli uomini. Un uomo che racconta la propria solitudine non sta sottraendo diritti alle donne. Possiamo ascoltare entrambi. Sembra banale. Eppure, una parte del dibattito contemporaneo sembra averlo dimenticato.

La parità non può essere à la carte

Abbiamo fatto bene a mettere in discussione i vecchi ruoli femminili. Una donna non deve essere economicamente dipendente. Non deve necessariamente occuparsi della casa. Non deve essere obbligata alla maternità. Non deve essere remissiva. Non deve essere giudicata in base alla propria disponibilità sessuale. Non deve avere bisogno di un uomo che decida per lei.Benissimo.

Adesso completiamo il lavoro. Un uomo non deve necessariamente essere il principale sostegno economico. Non deve sempre essere forte. Non deve sempre fare il primo passo. Non deve essere necessariamente lui a pagare. Non deve nascondere la paura. Non deve dimostrare continuamente il proprio valore. Non deve essere considerato meno uomo quando ha bisogno di aiuto.

Non possiamo demolire gli stereotipi che limitano le donne conservando quelli che ci fanno comodo quando riguardano gli uomini. O superiamo i ruoli di genere, oppure li conserviamo. Scegliere soltanto quelli convenienti non è progresso.

Forse Norah Vincent scoprì soprattutto questo

La parte più interessante dell’esperienza di Vincent non consiste nello stabilire se sia più difficile essere uomo o donna. Quella sarebbe una conclusione infantile. La vera lezione è un’altra. È tremendamente facile giudicare un’esperienza che non abbiamo mai vissuto. Da donna Vincent aveva osservato il comportamento degli uomini. Da Ned ne sperimentò alcune pressioni. Vide il corteggiamento dalla parte di chi deve esporsi. Vide il mondo maschile dall’interno. Vide la competizione. Vide le gerarchie. Vide la solidarietà. Vide la solitudine. Vide la vulnerabilità nascosta dietro comportamenti che dall’esterno potevano sembrare semplicemente durezza.

E tornò dalla sua esperienza con una maggiore comprensione degli uomini. Non perché improvvisamente avesse scoperto che gli uomini sono migliori delle donne. Ma perché aveva scoperto qualcosa che dovrebbe essere ovvio: anche loro sono esseri umani.

Abbiamo insegnato agli uomini a mettersi nei panni delle donne. Ora facciamo il contrario.

Forse è arrivato il momento di fare il passo successivo. Continuiamo a insegnare ai ragazzi il rispetto. Continuiamo a insegnare il consenso. Continuiamo a spiegare che un rifiuto deve essere accettato. Continuiamo a combattere violenza, discriminazione e sessismo. Continuiamo a chiedere agli uomini di comprendere le donne. Ma aggiungiamo finalmente l’altra metà della frase.

Insegniamo anche alle donne a comprendere gli uomini. A riconoscerne le paure. A rispettarne le fragilità. A non umiliarne l’insicurezza. A prendere qualche volta l’iniziativa. A proteggerne la vulnerabilità quando viene affidata loro. A domandarsi cosa significhi vivere sentendo di dover continuamente dimostrare il proprio valore.

E soprattutto insegniamo a uomini e donne una cosa che dovrebbe venire prima di qualsiasi teoria sui generi: la persona che abbiamo davanti non rappresenta il proprio sesso. È una persona. Con una storia. Con paure che forse non conosciamo. Con ferite che non vediamo. Con bisogni che potrebbe non sapere esprimere. Con un disperato desiderio, comune a uomini e donne, di essere visto, rispettato, desiderato e amato.

Per decenni abbiamo posto una domanda necessaria: «Uomini, siete capaci di vedere il mondo attraverso gli occhi di una donna?» Continuiamo a farla. Ma abbiamo finalmente il coraggio di aggiungerne un’altra: «Donne, siete capaci di vedere il mondo attraverso gli occhi di un uomo?» Solo quando entrambe le domande ci sembreranno ugualmente naturali potremo parlare davvero di parità. Perché la parità non è stabilire chi abbia diritto all’empatia. È smettere di negarla a qualcuno in base al suo sesso.

Credits: Foto generata con l’IA

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Immagine di Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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