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Se tu mi consideri un nemico, come ti devo considerare io?

Il motto di Demostene

L’oratore ateniese Demostene ebbe a dire: “Quale uomo sano di mente si farebbe convincere dalle parole, anziché dai fatti, se qualcun altro è in guerra o in pace con lui?”. Un principio che vale anche come interpretazione dell’attuale conflitto Russia-Ucraina che è in realtà un conflitto tra Russia e NATO e, per interposta NATO, sostanzialmente tra Federazione Russa e USA. Esaminando esclusivamente i fatti e stando sul solido terreno degli accadimenti storici, si può dire che l’espansione della NATO abbia avuto un chiarissimo orientamento antirusso: nel 1997 tre ex paesi del blocco sovietico e cioè Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia vennero invitati a aderire alla NATO, invito ovviamente accettato. Questo allargamento ricevette peraltro aspre critiche da parte di alcuni politologi statunitensi che lo definirono un “errore politico di proporzioni storiche”. Ma nonostante i molti dubbi tra gli occidentali e le proteste della Russia, l’allargamento continuò e arrivò a coinvolgere altri sette paesi dell’Europa Centrale e Orientale: Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania entrarono a far parte della NATO nel 2004. Quattro anni più tardi, la NATO acconsentì all’adesione anche della Croazia e dell’Albania, portando a 12 i paesi dell’Europa dell’Est entrate a far parte dell’Alleanza Atlantica. Ora, è chiaro che il pericolo non erano più i regimi comunisti europei, crollati nel 1989 né la stessa Unione Sovietica, cessata di esistere nel 1991. Un’alleanza ha senso se esiste un nemico contro il quale tale alleanza è istituita. Se il nemico storico, il blocco dei paesi comunisti, ha cessato di esistere, la stessa alleanza predisposta contro tale blocco doveva logicamente cessare di esistere come pura e inevitabile conseguenza. Perché non è avvenuto?

La politica ha delle ragioni che la ragione non conosce

Machiavelli diceva che gli uomini spesso quando smettono di essere offesi iniziano a offendere a loro volta. Si può usare questo schema mentale per interpretare la politica americana, sulla difensiva dopo la disastrosa ritirata dal Vietnam, mirante solo a “contenere” l’Unione Sovietica, ma che cambiò subito impostazione dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Allora l’esaltazione per la vittoria inaspettata sul nemico storico degli USA dopo la seconda guerra mondiale fece precipitare la dirigenza americana in una sorta di “hybris” cioè delirio di onnipotenza che portò i politici americani a pensare che tutto a questo punto era possibile. Il consigliere per la sicurezza nazionale USA, Zbigniew Brzezinski ebbe a dire: “Prima abbiamo disgregato l’Unione Sovietica, adesso dobbiamo disgregare la Russia”. Un sogno non più irrealizzabile in quel momento, viste le difficoltà oggettive della Russia di Eltsin, la quale non potè far molto di più che protestare in occasione del bombardamento della Serbia attuate dalle forze della NATO. La pace imposta alla Serbia, che oltre a rinunciare ad annettere le terre della Bosnia abitate da serbi, dovette anche rinunciare al Kosovo, culla della nazione serba soltanto perché abitato ora in maggioranza da albanesi, fu una pace perfettamente in linea con gli interessi americani che adesso avevano nei Balcani due paesi, la Bosnia e il Kosovo totalmente dipendenti dall’appoggio americano e quindi totalmente a disposizione delle forze armate americane. La dottrina Donald Rumsfeld: “Prima viene l’America, poi viene l’America, poi ancora l’America e poi di nuovo l’America” trovò perfetta applicazione nel caso dell’ex Jugoslavia. Gli USA approfittarono dell’oggettiva debolezza della Federazione Russa per attaccare gli alleati storici dell’ex Unione Sovietica e cioè la Jugoslavia e l’Iraq e per occupare un paese precedentemente invaso dall’URSS, l’Afghanistan.

Quali conseguenze doveva trarre la Russia?

In mancanza dell’Unione Sovietica, l’allargamento della NATO non poteva che avere come obiettivo se non l’erede dell’URSS, la Federazione Russa. Lo capì bene Vladimir Putin che dopo reiterati e inutili tentativi di entrare addirittura nella NATO (lo aveva già chiesto a Clinton ottenendone solo una risposta evasiva stile “le faremo sapere”) e di evitare almeno un ulteriore passo avanti della NATO che non poteva avere a questo punto che un chiaro orientamento antirusso, decise un ammodernamento dell’esercito russo e delle difese missilistiche, modernizzando anche le infrastrutture militari e nel frattempo cercando di ottenere un cambiamento di rotta della politica americana. Senza esito. Anzi, nel 2017 la NATO fece entrare il Montenegro nell’alleanza e nel 2020 vi accolse anche la Macedonia del Nord portando a 14 i paesi dell’Europa dell’Est ammessi nell’alleanza: una chiara umiliazione per Putin e un’esibizione di muscoli per la NATO. Brzezinski affermò tronfio che a questo punto si poteva includere anche l’Ucraina perché in tal modo “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico” e forse magari (anche se non lo disse) cessava anche di essere una nazione. Cosa doveva concludere, forzatamente, la Russia? Era facile pensare che due erano le alternative, a questo punto: o accettare il proprio inevitabile suicidio per lento strangolamento da parte dell’Occidente o contrastare le mosse della Nato anche a costo di correre dei rischi seri. Paranoie? Forse. Ma chi ha fatto di tutto per generarle? La mente allucinata di Putin, oppure la spavalderia proterva della Nato? In fondo Putin ha solo seguito la raccomandazione di Demostene.       

Credits: Foto di N-region da Pixabay

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Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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