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La guerra dei semiconduttori


Nello scontro indiretto tra Washington e Pechino i preziosi manufatti diventano motivo di contesa.
In atto vi è una guerra commerciale, in palio il primato tecnologico.

L’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti fu caratterizzato da una politica estera intrisa di misure protezionistiche volte a tentare di rilanciare la produzione industriale a stelle e strisce. L’enfatica corsa alla Casa Bianca del Tycoon fu sostanziata sensibilmente dai voti degli elettori della Rust Belt. Questa “cintura della Ruggine”, che si estende dalla catena degli Appalachi ai Grandi Laghi, un tempo vanto dell’industria pesante USA, oggi è popolata dai cosiddetti forgotten men, operai colpiti dalla delocalizzazione industriale dovuta alla globalizzazione. Il Presidente Trump, in ossequio a quanto promesso in campagna elettorale, inaugurò una vera e propria stagione delle guerre commerciali. The Donald iniziò la sua crociata tributaria cavalcando il Dieselgate di Volkswagen, nell’interesse non troppo velato di frenare il rampante export tedesco. Nel tentativo di sedare la macchina industriale tedesca, Trump riadattava in chiave commerciale l’assunto di Lord Ismay, il primo segretario generale della NATO, che nello spiegare lo scopo dell’Alleanza Atlantica pronunciò la famosa frase “keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down”(tenere fuori i sovietici, dentro gli americani e in posizione subordinata i tedeschi). La trainante forza economica tedesca in quegli anni si stava pericolosamente avvicinando a Mosca e a Pechino, creando le precondizioni per un pericoloso asse economico-industriale con l’Orso (Nordstream 1 e 2) e il Dragone. Neanche a dirlo, la principale attenzionata dei dazi trumpiani fu proprio la Repubblica Popolare Cinese. Fra il 2018 e il 2019 l’amministrazione repubblicana apponeva pesantissimi dazi, che avrebbero riguardato circa il 17% dell’import USA per un controvalore di 350 miliardi di dollari tra beni e servizi.          
Pechino in risposta apponeva dazi per 100 miliardi di dollari, corrispondenti a circa il 9% dell’export americano.
L’avvento alla presidenza di Joe Biden non ha modificato la politica trumpiana sui dazi anticinesi, invero l’ha inasprita. La continuità in questa linea sanzionatoria ha dimostrato plasticamente come la Repubblica Popolare sia percepita come una minaccia bipartisan a Washington.  
L’amministrazione Biden ha puntato fortemente alla restrizione commerciale di quello che viene definito come il petrolio del XXI secolo, i semiconduttori. La rilevanza strategica di questi circuiti integrati è evidente: inseriti in qualsiasi strumento tecnologico, dagli smartphone alle auto fino ai sistemi d’arma, sono equiparabili alla spina dorsale tecnologica della società contemporanea.          
Per sostanziare il protezionismo su questi prodotti e al contempo rilanciare il settore produttivo, l’amministrazione Biden ha varato una legge nell’agosto del 2022, il Chips and Science Act.
La stessa prevede un investimento massivo da circa 280 miliardi di dollari, di cui 39 destinati ad incentivare la produzione su suolo statunitense dei preziosi chip. Il piano ricomprende anche restrizioni alle aziende riceventi i sussidi federali, per evitare che queste ultime possano delocalizzare la produzione in paesi invisi come la Repubblica Popolare Cinese.
L’industria dei semiconduttori, tuttavia, ha un’anima prettamente transnazionale; pertanto, limitare solamente le aziende statunitensi all’export e alla delocalizzazione produttiva di per sé non sarebbe sufficiente ad arginare il Dragone dall’accaparrarsi i preziosi manufatti tecnologici.    
    
L’Industria è di fatto suddivisa in tre segmenti: upstream, midstream e downstream. La prima è quella con il più alto valore aggiunto, dove Stati Uniti e Unione Europea detengono oggi un netto vantaggio.
È riassumibile come il segmento della progettazione o della proprietà intellettuale.       
Nel segmento midstream le fabbriche che devono produrre i circuiti si baseranno sulle blueprint (cianografie) trasmesse delle società upstream. I materiali semiconduttori con cui si producono i microchip sono raffinati solo da poche aziende occidentali che recuperano i composti portandoli a una purezza di oltre il 99% per consentirne la lavorazione. I metalli utilizzati sono principalmente tre: silicio, gallio e germanio. Nel processo di fabbricazione dei semiconduttori sono due le aziende leader: Samsung e TSMC (acronimo di Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), le uniche in grado di produrre chip da tre nanometri (attualmente la misura più piccola in commercio realizzabile). La TSMC è la più importante al mondo con una produzione intorno al 70% di questi prodotti ad alta tecnologia. Taiwan negli anni si è specializzata in questo settore strategico al punto che oggi il 15% del suo PIL deriva proprio dal mercato dei semiconduttori. È nel segmento downstream che entra in gioco Pechino: l’assemblaggio dei microchip all’interno dei dispositivi tecnologici avviene principalmente in Cina. In questo caso la sua rilevanza è tale che l’importazione di microchip è seconda solo all’importazione di Petrolio nell’Impero di Mezzo.        
Il degrado generalizzato delle relazioni tra l’Occidente e Pechino, accelerato dalla situazione in Ucraina, ha posto l’obiettivo di tagliare fuori Pechino e Mosca da un mercato così sensibile. L’egemone statunitense ha serrato i ranghi dei suoi alleati per arginare l’export di prodotti e know-how nei confronti dei suoi nemici strategici, cercando di fare quadrato con gli alleati. Se per quelli asiatici è stato relativamente facile accettare le condizioni statunitensi (data la sino-fobia insita nelle cancellerie orientali), per altri, come l’Olanda, l’imposizione washingtoniana si è rivelata di difficile digeribilità.        
Proprio nei Paesi Bassi vi è un’azienda che rappresenta un perno cruciale della catena produttiva            dei semiconduttori. L’olandese ASML è di fatto l’unica al mondo in grado di produrre macchinari litografici che imprimono sui wafer (dischi di silicio o di altro materiale semiconduttore) microchip da tre nanometri.
Complice la sempre più netta separazione tra i due blocchi geopolitici e le pressioni d’egemone americano, la “forzata” partecipazione di ASML all’isolazionismo tecnologico anti-sinico è recentemente divenuta realtà.        
In risposta al giro di vite imposto da Washington, Pechino ha imposto restrizioni sull’export di Gallio e Germanio. I due metalli, di cui la Cina è leader assoluto in termini di estrazione ed esportazione, sono impiegati in settori chiave come tecnologie 5G, energie rinnovabili e industria bellica. Rispetto al silicio, questi due metalli presentano caratteristiche più nobili, mostrando una più elevata resistenza al calore, potendo operare a più alte frequenze, producendo al contempo meno interferenze (rendendoli pertanto più adatti alle tecnologie di comunicazione radio, satellitari e alla radaristica). Dal primo agosto scorso le aziende cinesi che intendono esportare tali metalli dovranno richiedere apposite licenze al Ministero del Commercio.            
Le ritorsioni cinesi alla guerra dei semiconduttori perpetrata da Washington si estrinsecano anche indirettamente, attraverso il sostegno che Pechino elargisce alla Russia durante la sua Operazione Militare Speciale.      
L’impianto sanzionatorio imposto a Mosca, dopo l’avvio della campagna ucraina, ha preso di mira svariati settori. Tra questi vi è la componentistica elettronica di matrice occidentale, comprensiva di microchip e circuiti integrati. Tuttavia, questi prodotti, che hanno caratteristiche dual use (utilizzabili sia in ambito civile che militare), hanno continuato a pervenire in Russia, alimentando indirettamente lo sforzo bellico di Mosca.  Dal 24 febbraio 2022 la Russia ha riversato contro l’Ucraina circa seimila missili convenzionali.
Il funzionamento delle testate russe è reso possibile grazie alla succitata componentistica che alimenta le armi di ultima generazione russe, dagli ipersonici Kinžal ai missili da crociera Kalibr. La macchina bellica russa continua a ricevere tecnologia altamente sensibile di matrice occidentale, nonostante la crociata sanzionatoria messa in atto all’alba del conflitto. Ciò è reso possibile dalla mancata partecipazione alle sanzioni di svariati paesi, che fungono da ponte tra l’Occidente e la Russia. Tra questi figura ovviamente la Cina, che esporta verso Mosca l’80% della componentistica elettronica necessaria ai sistemi d’arma russi.

La partita per il dominio tecnologico di questo strategico settore passa anche per Taiwan: la presa dell’isola da parte di Pechino consentirebbe a quest’ultima di mettere le mani sul know-how della TSMC. L’azienda taiwanese, per assicurare la sua sopravvivenza a un’ipotetica invasione dell’isola, ha optato per una sorta di friendshoring*, decidendo di aprire altri impianti produttivi lontani dai tentacoli sinici.
Così, direttamente sotto il patrocinio del Presidente Biden, si è deciso di aprire due nuove fabbriche direttamente negli Stati Uniti, in Arizona. L’espansione di TSMC non si limita al continente americano: il governo federale tedesco, nel tentativo di rilanciare la produzione interna di microchip, sta pianificando un piano di investimenti da venti miliardi di euro, di cui circa cinque saranno allocati per la costruzione di una fabbrica TSMC a Dresda. L’investimento totale di TSMC, comprensivo dei fondi federali, sarà di dieci miliardi di euro e avverrà in collaborazione con tech company del calibro di Bosch, Infineon Technologies e l’olandese NXP. La Joint Venture andrà a formare la ESMC (European Semiconductor Manufacturing Company). 

Altre Big Tech, in previsione delle possibili ritorsioni generabili dalla guerra dei semiconduttori, stanno valutando l’abbandono dei loro impianti cinesi. Aziende del calibro di Dell e Apple stanno considerando l’ipotesi di spostare le proprie strutture produttive in paesi meno problematici come Vietnam e India.       
   
In nuce, la guerra dei semiconduttori iniziata con l’era Trump altro non è che un tassello di un mosaico più ampio di una competizione sempre più drastica, che porta in rotta di collisione l’Aquila e il Dragone verso una resa dei conti potenzialmente devastante.

* = Friendshoring, atto di produzione e approvvigionamento da paesi che sono alleati geopolitici

credits: foto di Nic Vood da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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