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Inferno ad Haiti

Da un mese divampano sull’isola caraibica violenti scontri, che hanno portato alle dimissioni del Presidente Henry. Il Paese è in preda alle bande criminali e ad una violenza inaudita. Sullo sfondo una comunità internazionale per ora inerte.

Quando si parla di Caraibi, l’immaginario collettivo richiama a scenari paradisiaci, con sabbia bianca, alte palme, colori e suoni che sanno di vacanze e spensieratezza. Eppure, ad Haiti, sita nella porzione occidentale dell’isola di Hispaniola, si sta consumando una tragedia, l’ennesima del cosiddetto Sud Globale (neologismo Politically Correct funzionale a individuare i Paesi che una volta subivano l’appellativo arcaico di Terzo Mondo), che passa sottotraccia a causa di eventi mediaticamente più altisonanti, come il conflitto israelopalestinese.

Dal 29 febbraio 2024 le molteplici bande criminali che compongono l’humus malavitoso di Haiti hanno lanciato attacchi coordinati nella capitale Port-Au-Prince. Bersagli sono state le stazioni di polizia della capitale oltre alle carceri ed il principale scalo portuale della città.

L’assalto alle prigioni ha liberato migliaia di detenuti, molti dei quali afferenti alle gang suddette. Il tutto avveniva mentre il Premier haitiano Ariel Henry si trovava in Kenya per un incontro al vertice con l’omologo keniano per richiedere l’assistenza dei caschi blu dell’Onu al fine di (provare a) riportare l’ordine sull’isola.

A capo delle bande insurrezionali l’ex poliziotto Jimmy Chérizier, soprannominato Barbeque, che ha saputo coalizzare le varie entità fuorilegge, orchestrando la rivolta che perdura da quasi un mese ormai. Obiettivo (ufficiale) di Chérizier era la destituzione del governo Henry, avvenuta il 18 marzo, quando il Premier, incapacitato a rientrare in patria rassegnava le dimissioni. Tuttavia, gli scontri non accennano a fermarsi, sintomo di come alle spalle delle rivolte vi siano finalità ben diverse da quelle manifestate.

Storia travagliata di un Paese

Hispaniola, isola caraibica facente parte delle Antille Maggiori, si affaccia sul Mar dei Caraibi e ospita al suo interno sia Haiti che la Repubblica Dominicana. L’isola fu visitata dal navigatore genovese Cristoforo Colombo nel 1492 che vi fondò una colonia per conto della corona di Spagna (da qui l’etimologia della toponomastica insulare). I primi insediamenti coloniali concentrarono le attività sull’estrazione aurifera. Quando anche la Francia si stabilì nella parte occidentale dell’isola nel 1697, al termine della Guerra dei Nove Anni, istituì piantagioni di canna da zucchero, cotone e cacao.

La suddivisione geografica dell’isola, figlia della partizione coloniale, sarebbe sopravvissuta all’indipendenza delle due porzioni dal dominio franco-spagnolo. Haiti raggiunse l’indipendenza nel 1804 mentre la repubblica Dominicana si sarebbe affrancata dal dominio della corona di Castiglia nel 1821.

L’ex colonia francese dovette però pagare cara la sua indipendenza: per rimborsare le perdite derivanti dall’esproprio delle terre, Parigi impose alla neonata Nazione il pagamento di 150 milioni di franchi, che poi vennero ridotti a 90 nel 1838. L’isola pativa sin dai suoi primi passi in solitaria una grave instabilità economica.

Dalla loro indipendenza le due entità in condominio su Hispaniola mostravano difformità di sviluppo sensibili che oggi portano la Repubblica Dominicana a vantare un Pil sette volte superiore a quello haitiano, la cui popolazione si attesta per l’80% sotto la soglia di povertà assoluta.

Da sempre affetta da un’endemica fragilità economica e sociale, che ha portato il Paese ad essere annoverato come quello meno sviluppato dell’emisfero settentrionale, nel corso della sua storia Haiti ha subito anche le pressioni internazionali che hanno degradato ulteriormente la tenuta socioeconomica del Paese.


Negli anni Novanta l’amministrazione democratica Clinton imponeva ad Haiti di rimuovere i dazi sull’import di prodotti agricoli statunitensi, impoverendo progressivamente una società a trazione agraria, i cui prodotti non riuscivano a reggere il confronto con quelli americani. Effetto collaterale fu una fuga di massa dalle campagne con un riversamento massivo verso le città della popolazione haitiana.

Questo non ha fatto che gonfiare ulteriormente il tasso di disoccupazione, già abbondantemente sopra la media della macroarea mesoamericana.  Piu recentemente, Haiti ha assistito a un ulteriore degradamento della situazione sociale nel 2017. Sotto la Presidenza di Jovenel Moïse il Paese ha sofferto di fenomeni quali iperinflazione e svalutazione della valuta locale, il Gourde, sempre più debole nei confronti del dollaro.

Sotto la Presidenza di Moïse, la politica haitiana inizia un sodalizio congiunto con le succitate bande criminali, che divengono a tutti gli effetti il braccio armato dei partiti politici isolani. Le violenze nel Paese portano addirittura alla morte di Moïse, assassinato in circostanze poco chiare che hanno lasciato Haiti sprofondare in un caos che sembra non avere fine.

Il 2023 è stato un annus horribilis per Haiti. Nel Paese si sono registrati oltre 4.700 omicidi e oltre 2.500 rapimenti. Si è registrato un tasso di omicidi di 40.9 ogni centomila abitanti. Il Presidente ad Interim Henry, che prese il potere alla morte di Moïse (senza essere eletto), ha soppresso anche gli ultimi barlumi democratici, cancellando le elezioni del 7 marzo scorso, fomentando l’ondata di violenze di cui oggi il Paese è vittima.

La crisi di Haiti nell’agone internazionale

La situazione di Haiti è stata perlopiù ignorata a livello internazionale negli ultimi decenni, complice anche l’atteggiamento di Washington che si è riverberato sul centro e sud America negli ultimi due secoli, figlio della Dottrina Monroe (per il tramite della quale le Americhe non dovevano subire intromissioni da potenze terze).            
Tuttavia, dal crollo dell’Unione Sovietica fino ai primi anni Duemila il momento unipolare di cui Washington ha beneficiato ha relegato su un piano di secondaria importanza l’area caraibica per l’egemone americano. Russia e Cina (soprattutto), approfittando del progressivo affossamento di Washington nelle sabbie mediorientali, hanno intessuto proficue relazioni con i paesi centro americani. Esempio plastico il Nicaragua che oggi può schierare missili e truppe russi sul suo territorio, grazie agli accordi siglati con il Cremlino.

La destabilizzazione alla quale è soggetta Haiti, crea le precondizioni per la nascita di un narco-stato, dove il potere viene detenuto strutturalmente dalla criminalità organizzata.  In tale contesto non può escludersi che potenze spregiudicate come Russia e Cina possano profittarne, (con uno schema similare a quanto avviene oggi in Africa), per mettere un piede stabile su un’isola che è a sole due ore di volo dalla Florida.

              
Washington starebbe caldeggiando l’intervento a guida kenyana sotto egida Onu, per il quale gli Stati Uniti sarebbero disposti a fornire immediato supporto logistico; tuttavia, permangono i dubbi circa la possibilità per le forze onusiane di fronteggiare una situazione esplosiva come quella di Haiti.

Il Generale dello Us Southern Command Laura Richardson ha confermato che le forze armate americane sono preparate e pronte ad un intervento se chiamate in causa. Washington starebbe valutando uno schieramento di truppe americane, nell’alveo però di uno sforzo multinazionale per evitare che il Paese cada definitivamente nell’oblio.

Tuttavia, un intervento boots on the ground di militari americani, anche sotto mandato Onu, incontrerebbe verosimilmente un’aperta ostilità da parte della popolazione locale. Gli Haitiani vedono Washington come parzialmente responsabile per il degrado socioeconomico in cui è sprofondato il Paese: anni di interferenze nelle politiche haitiane e il supporto mostrato a leader corrotti hanno minato la fiducia degli isolani per gli Stati Uniti.

A questo si aggiunga che le bande controllano la maggior parte della capitale Port-Au-Prince e che l’impianto governativo indigeno è praticamente evanescente.

Una forza multinazionale operante in un contesto urbano potrebbe portare ad un altissimo rischio di perdite tra i civili, sull’onda di quanto avvenuto a Mogadiscio in Somalia nel 1993, o come sta avvenendo a Gaza dal 7 ottobre 2023.

In ultimo gli Stati Uniti vorrebbero evitare di gettarsi in un intervento dal quale potrebbero rimanere impantanati, visto il contesto incendiario nel quale questa crisi è germinata. Il focus di Washington rimane l’Indo-Pacifico, ma alla Casa Bianca non possono ignorare quello che viene considerato il cortile di casa, già affollato da Nazioni invise e vicine all’asse sino-russo come Cuba, Venezuela e Nicaragua.  

Credits: foto di Dorothy Mombrun da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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