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Fast fashion, quando l’abito a buon mercato è un cattivo affare per l’ambiente

(la vignetta è della nostra “matita di fuoco”)

Ha permesso al mondo di seguire fedelmente le ultime tendenze, ha “democratizzato” la fashion culture, rappresenta da anni un’opportunità per donne, uomini e bambini di acquistare a prezzi ribassati gli abiti di ultima tendenza.

La Fast Fashion nasce negli Anni ‘70, raggiungendo il suo exploit nel decennio 1990-2000 quando piccole realtà imprenditoriali diventano consolidati brand mondiali. Dall’apertura del primo store di Zara a New York, sono oggi diffuse in modo capillare in tutto il globo, arrivando a competere in termini di diffusione e fatturato con i grandi marchi delle maison di moda. 

Il settore del fashion low cost, prevedendo la rapida distribuzione di capi d’abbigliamento di tendenza a prezzi contenuti, ha così abituato ed educato i consumatori all’acquisto compulsivo nei grandi store con cadenza mensile, settimanale e persino giornaliera. Ma la produzione massiva ha portato a un accumulo negli anni di milioni di tonnellate di merce altamente inquinante, che viene smistata in discariche a cielo aperto nei paesi dell’Africa.

Ogni anno si parla di ben 6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. In Ghana vi sono discariche di rifiuti tessili provenienti da Europa e America; qui arrivano tutti i capi invenduti definiti obroni wawu, “capi morti” dei bianchi che accatastati sulle spiagge vengono insabbiati fino a due metri sotto il livello del mare, e se non venduti o non ridistribuiti sul marcato locale vengono inceneriti, sprigionando gas tossici per l’ambiente.

La pratica della fast fashion, conosciuta come shopping mordi e fuggi, sicuramente favorisce il mercato del lavoro nero in paesi come Pakistan, India, Vietnam, Indonesia, Cina, Tunisia e Marocco, in cui vi è un basso costo della manodopera. Ma ha anche un fortissimo impatto ambientale, in quanto la scelta di tessuti economici porta ad un basso livello qualitativo dei materiali utilizzati, intrisi di sostanze chimiche aggressive.

Già da anni si denuncia l’inquinamento dei fiumi africani a causa delle tinture di colore blu per la produzione di jeans, o anche l’utilizzo spropositato di tonnellate di acqua per la produzione di una sola t-shirt, ma ciò che preoccupa di più è la produzione di rifiuti, le cui procedure di smaltimento sono estremamente complesse.

Sul preoccupante impatto ambientale della fast fashion si è espressa anche la giovane attivista svedese Greta Thunberg, che in una recente intervista ha richiamato l’attenzione sull’argomento chiedendo un’assunzione di responsabilità e soluzioni concrete e immediate del problema.

Nel febbraio 2021 il Parlamento europeo ha votato il nuovo piano di azione per l’economia circolare a cui anche il settore della moda dovrà adeguarsi: entro il 2030 tutti i prodotti tessili immessi sul mercato Ue dovranno essere durevoli, riparabili, riciclabili, privi  di sostanze pericolose, rispettando anche i diritti sociali. 

Insomma una vera rivoluzione green, per la quale sarà necessario acquisire una nuova consapevolezza e modificare radicalmente i nostri comportamenti, se vogliamo davvero salvaguardare il pianeta.

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Viviana Miccolis

Viviana Miccolis

Viviana Miccolis, pugliese, laurea magistrale in Giurisprudenza, sostenitrice di progetti di volontariato, micro influencer, storyteller, content creator, scrive per le redazioni di Amazing Puglia, Media Tv, MG radio.

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